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ATTENTATI 27 Giugno Giu 2015 1715 27 giugno 2015

«Isis, almeno un altro anno di terrore»

Dietro il Ramadan di sangue l'ipotesi Califfato. «Gli Usa potrebbero debellare 50-60 mila jihadisti in 2 mesi. Ma chi verrebbe dopo?». L'esperto Vidino a L43.

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Un Ramadan di sangue, come voleva l'Isis, in uno dei venerdì di preghiera del mese santo per l'islam e a un anno dalla proclamazione del Califfato, il 29 giugno 2014.
Il fiuto fa pensare che la concomitanza dei tre attentati del 26 giugno targati Isis - pur in modo controverso - non sia casuale. Ma nessuno tra gli esperti di terrorismo, anche governativi, può ricondurli a un ordine o un disegno del califfo Abu Bakr al Baghdadi.
Finora non si hanno prove, e neanche indizi affidabili. «Soldati dello Stato islamico ovunque voi siate, è Ramadan e davanti a voi ci sono campi di battaglia. Attaccate i nemici ovunque. Allah, fa che sia un mese di vittoria per i musulmani e un mese di disastri, sconfitte e disgrazia per gli infedeli», ha richiamato il portavoce dell'Isis Abu Muhammad al Adnani.
ESCALATION DEL TERRORE. Come a febbraio in Francia, i jihadisti hanno risposto in modo sparso alla chiamata, ma cogliendo ancora una volta le intelligence di sprovvista. «Ci saranno altri attentati come questi. Non c'è soluzione a breve contro l'escalation, perché mancano risposte politiche e militari comuni. La situazione si è anzi rapidamente deteriorata perché l'Isis non ha trovato grandi ostacoli», spiega a Lettera43.it Lorenzo Vidino, direttore del Programma sull'estremismo al Center for Cyber and Homeland Security della George Washington University, uno di quei gruppi accademici di ricerca (e di contatto tra ex e insider) sondati, per intendersi, quando la Cia studia operazioni contro al Qaeda. «Se gli Usa ci mettessero tutta la loro volontà, in due settimane i 50-60 mila combattenti dell'Isis tra la Siria e l'Iraq sarebbero fermati. Ma a quel punto, cosa verrebbe dopo?».



DOMANDA. Quattro attentati, compresa la strage in Somalia, diversi tra loro. Scoordinati, ma concomitanti. Davvero non c'è stato un ordine sotterraneo, neanche sul timing?
RISPOSTA.
È possibile che fosse stata indicata quella giornata, ma questi attacchi vanno ancora indagati. Al momento non ci sono elementi per dire che sia partita una telefonata dal Califfato e che ci fosse una regia occulta o un controllo operativo da Raqqa o Mosul.
D. Era il secondo venerdì di preghiera del Ramadan, a un anno dalla presa di Mosul, la capitale del cosiddetto Stato islamico.
R.
Da parte dell'organo centrale di questo pseudo, proto Stato c'è stata una chiamata alle armi. Come altri gruppi jihadisti, anche del passato, l'Isis ha chiesto di aumentare le violenze nel mese santo dell'islam. È una tradizione orrenda, ma tipica di tutto l'estremismo islamico.
D. Quali elementi fanno invece pensare a una reazione a catena di gruppi autonomi, scollegati tra loro?
R
. In Nord Africa agiscono formazioni, in Europa soggetti jihadisti. L'ultimo attacco a Lione pare infatti isolato. E anche a proposito degli attentati precedenti in Francia, quello dei fratelli Kouachi a Charlie Hebdo sembra riconducibile ad al Qaeda. Mentre dell'altro non è stata ancora accertata la rivendicazione Isis.
D. Anche il 26 giugno, il Califfato ha riconosciuto subito solo l'attacco nella moschea in Kuwait. Quello tunisino la notte dopo.
R.
Tutte le rivendicazioni ex post dell'Isis sono dubbie. In ogni caso, l'attentato in Kuwait è il più iracheno dei quattro. È il classico attacco che da tempo l'Isis, nato in Iraq, compie in Siria e ora anche in Arabia Saudita, Yemen, infine Kuwait.
D. Avrebbe fatto notizia, senza gli attentati in Francia e in Tunisia?
R.
No, la strage in Kuwait ha un grande valore strategico. Eppure sarebbe passata quasi inosservata, come gli attentati degli ultimi mesi nella penisola araba.
D. In Medio Oriente si allarga il conflitto settario tra sunniti e sciiti.
R
. L'Isis manda kamikaze nelle moschee sciite affollate di fedeli, nell'obiettivo immediato di allargare il territorio controllato, in primo luogo in Siria, poi verso sud-ovest.
D. In Nord Africa, attraverso la Libia, no?
R.
In Libia ci sono campi di addestramento dell'Isis e si è anche creato un corridoio di estremisti islamici verso e dall'Iraq e dalla Siria. Ma il Paese ha dinamiche complicate. Diversi guppi jihadisti, e anche qaedisti, libici si incontrano e si scontrano con l'Isis, per ragioni diverse. Conquistare territori estesi come in Siria e in Iraq sarà più difficile.
D. La Tunisia è molto vulnerabile perché - come la Francia - ha migliaia di combattenti nell'Isis. E anche perché confina con la Libia.
R.
Attraverso la Libia, il Califfato può destabilizzare il Nord Africa, pur non espandendosi molto sul terreno. Stati come la Tunisia, ma anche l'Egitto, l'Algeria e il Marocco, sono più deboli dopo la Primavera araba. Con gli attentati l'Isis punta anche destabilizzare l'Europa, seminando paura.
D. Lei studia da anni i profili dei foreign fighters, gli stranieri che vanno a combattere tra i jihadisti. È vero che la loro radicalizzazione è più veloce che in passato?
R.
Sì, con Internet tutto è più rapido, la tecnologia accelera il fenomeno. La Rete è abitata da cosiddetti “disseminatori”, soggetti che passano ore a bombardare di messaggi i social network, adescando e convertendo nuove generazioni di jihadisti. È accaduto anche in Italia.
D. Questi disseminatori sono pagati dall'Isis e da reti criminali?
R.
A livello centrale, nel Califfato esistono dipartimenti, molto forti e bene organizzati, con personale retribuito per la comunicazione e la propaganda. Ma in Europa no: uno dei disseminatori italiani arrestati, per esempio, di giorno aveva un lavoro stabile, regolarmente retribuito. Ma passava le serate a fare proselitismo gratis online, per sua ideologia e fanatismo religioso.
D. Non sono solo i figli non integrati degli immigrati musulmani a essere attratti dall'Isis. In Iraq sono andati a morire giovani di famiglie di origine tedesca, reclutati in strada tra gli sbandati e gli emarginati.
R. Ma i jihadisti stranieri vengono anche da famiglie bene. In Svizzera, a giugno il figlio del rettore dell'Università di Losanna si è convertito all'islam e a novembre era in Siria. 40 anni fa questi ragazzi sarebbero diventati estremisti di destra o di sinistra. Ora militano dell'Isis o tra i qaedisti di al Nusra.
D. Ora anche gli Stati del Golfo sono insanguinati dagli attentati, ma quanta responsabilità hanno avuto nel finanziare l'Isis?
R. Gli Emirati arabi sono rimasti fuori da questa corsa e, negli ultimi anni, anche i sauditi hanno cambiato politica. Il Qatar pure, alla fine, ha fatto la scelta di campo di appoggiare al Nusra, che in Siria combatte contro l'Isis e cerca la riabilitazione. Questo a livello governativo. Ciò non toglie che soggetti privati di questi Stati, con grandi disponibilità economiche, versino ai jihadisti centinaia di migliaia di dollari per gli attentati contro gli sciiti.

Fiori per le vittime del resort di Sousse, in Tunisia (Getty).  

D. Quanta presa ha l'Isis sull'islam sunnita e, in ultima istanza, sulla Fratellanza musulmana?
R.
Equiparare i Fratelli musulmani all'Isis, come ha fatto il governo egiziano, è sbagliato. All'interno del movimento esistono frange radicali e, nella base, terze generazioni di giovani sunniti che cedono al richiamo della jihad. Ma, a livello centrale e politico, la Fratellanza musulmana ha scelto di arrivare al potere con strade democratiche.
D. In Libia parte degli islamisti combatte contro l'Isis.
R. Come in Tunisia Ennahda contro Ansar al Sharia. Certo, in Yemen i Fratelli musulmani hanno fatto cartello con l'Isis, al Qaeda e altri radicali salafiti, pur di sconfiggere gli sciiti. E anche in Siria e in Libia sono nate alleanze militari tattiche. Ma nulla toglie che, in futuro, esplodano nuove guerre interne tra estremisti e moderati sunniti.
D. In un anno, con l'Isis le aree di crisi si sono moltiplicate, il terrorismo è tornato ai livelli degli Anni '90. Prima cioè delle stragi dell'11 settembre.
R. Ma allora al Qaeda non aveva un territorio suo, poteva colpire dalla clandestinità perché sui jihadisti non c'era l'attenzione odierna. E gli Stati arabi e dell'area islamica erano più solidi. Oggi l'Isis ha conquistato territori e, nonostante lo spiegamento anti-terrorismo, riesce egualmente a colpire, specie nei Paesi destabilizzati dalle rivolte.
D. Peggio che nel 2001. Una previsione per luglio 2016?
R. Gli attentati proseguiranno, dobbiamo abituarci. Non esistono soluzioni a breve termine, perché contro l'Isis non è stata intrapresa un'azione politica e militare comune forte. I Paesi del Medio Oriente e del Nord Africa non possono farcela da soli. Ed è chiaro che, se gli Stati Uniti ci avessero messo tutta la loro buona volontà, i 50-60 mila jihadisti dell'Isis in Siria e in Iraq sarebbero stati fermati in un paio di settimane.
D. Perché allora si combatte una guerra a metà?
R. Non credo alle dietrologie. Scelte più forti degli Usa implicano uno schieramento di campo che la Casa Bianca ha evitato, in uno scenario complesso nella regione, con grandi attori antagonisti tra loro come l'Arabia saudita, l'Iran, la Turchia e anche i curdi.
D. Dopo al Qaeda e l'Iraq, Obama non vuole una nuova guerra al terrore.
R. Dovesse anche esserci, la domanda è: cosa verrebbe dopo l'Isis?

Twitter @BarbaraCiolli

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