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BASSA MAREA 30 Giugno Giu 2015 1238 30 giugno 2015

Grexit, salviamo il soldato Tsipras da se stesso

Alla Grecia servono professionisti veri. Ora è il momento di metterli in campo. 

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Il premier greco Alexis Tsipras (a sinistra) col presidente della Commissione Ue Jean Claude Juncker.

Salvare il soldato Tsipras, da se stesso prima di tutto?
All’Italia costerebbe nell’ordine dei 20 miliardi, all’Europa nel suo complesso, quota italiana compresa, tra i 130 e i 150.
Questo sulla base di un calcolo che prevede la cancellazione di circa il 50% del debito monstre arrivato a 1,7 volte il Pil di Atene, oggi 312 miliardi di euro in tutto e dei quali circa 270 con l’estero, cioè oggi essenzialmente l’Europa.
IL NODO DEI DEBITI. Un confronto con un simile debito estero italiano, proporzionale cioè al Pil dell’Italia o alla sua popolazione o all’attivo dei pagamenti rispetto a quelli della Grecia, ci vedrebbe ipoteticamente indebitati per non meno di 1.500 miliardi di euro e forse assai più, ed è chiaro che questa sarebbe la fine del nostro Paese.
Potremmo avere qualche speranza, a durissimo prezzo, solo dopo un massiccio condono di debiti.
Tutti i discorsi di salvataggio della Grecia, un’opzione che continua ad avere argomenti validi a suo favore (compreso quello, pensando a Platone e altri, che «la cultüra l’è semper la cultüra», come dicevano i cumenda milanesi di una volta), partono da qui.
Ma chi se la sente di dire ai contribuenti europei, dell’Eurozona almeno, che una bella quota dei loro versamenti fiscali dell’anno 2015 o 2016 o 2017 andrà a riportare il debito estero greco a un livello che ragionevolmente Atene potrà, tra qui e il 2050, rimborsare?
GLI USA SPINGONO PER IL CONDONO. Washington spinge per un nuovo parziale condono, dopo i circa 100 miliardi di euro su 350 condonati dai creditori privati nel 2012. Lo stesso dice l’ex direttore del Fondo monetario internazionale, Dominique Strauss-Kahn, che sarà anche erotomane ma è sempre lucido su questi temi, e che propone prima una moratoria di due anni, due anni senza più prestiti e con sospensione dei rimborsi, in cui Atene deve dimostrare che cosa sa fare da sola, e poi una ripresa delle restituzioni, ma ampiamente decurtate, portate cioè al livello delle possibilità della Grecia.
In pratica un 'chi ha avuto ha avuto, e chi ha dato ha dato, scurdammuce u passato', o quasi.
Già, ma chi lo dice ai contribuenti europei, tedeschi, olandesi e finlandesi per primi? Finora nessuno, da Frau Merkel a François Hollande a Matteo Renzi, sembra avere preso in considerazione tale momento-verità.

I greci non vogliono pagare i debiti, ma neanche lasciare l'Ue e la moneta unica

Non c’è solo questo passaggio a rendere tutto complicatissimo, c’è anche la politica greca, da 70 anni (e anche prima) a ricorrenti rigurgiti populisti, dove la divisione non sempre è stata come altrove fra “destra” e “sinistra”, ma fra populisti e non, fra “patrioti” e “quinte colonne”, questi ultimi così definiti dai “patrioti”.
Dopotutto questa è la sesta volta in 190 anni che Atene non paga più i debiti, le ultime due precedenti nel 1894 e nel 1932. L’Italia non lo ha mai fatto.
LA VITTORIA DELL'IPERPOPULISMO. Sulla linea “patrioti” contro “quinte colonne”, Alexis Tsipras ha portato il parlamento greco, con tre quinti dei voti a favore, a indire sil 5 luglio un referendum-lampo che è l’apoteosi dell’iperpopulismo, sinistra movimentista di Tsipras e destra ipernazionalista e neonazista unite (succedeva anche in Germania, si licet, con hitleriani e comunisti uniti contro l’odiata repubblica borghese di Weimar).
Subito lo stesso Tsipras ha dettato il clima: chi è per la Grecia respinge l’ultima proposta degli eurocrati e del Fondo monetario, chi è loro servo vota a favore. Non a caso il referendum è piaciuto moltissimo al nostro Beppe Grillo, il gigante del populismo di Piazza Martinez (particolare a uso dei suoi concittadini), oggi elitisticamente accasato altrove.
È scandaloso scaricare sul popolo greco, dopo una settimana di banche e Borsa chiuse e con il Paese in un clima di stato d’assedio finanziario, una scelta difficile che presuppone anche una preparazione tecnica.
Ma così Syriza, o Coalizione della sinistra radicale, il partito di Tsipras tra l’altro fortemente diviso sull’uscita dall’euro, si copre “a sinistra”.
IL POPOLO VUOLE RESTARE NELL'EURO. Presentare il tutto come una scelta fra “patrioti” e “quinte colonne”, e formulare il quesito referendario sull’accettare o meno le richieste di Bruxelles e Francoforte, e non per esempio sulla permanenza o meno nell’euro, serve a diminuire il rischio (per Tsipras) di una vittoria dei sì.
I greci non vogliono nuova austerità ma vogliono restare nell’euro, a netta maggioranza dicono i sondaggi. Alcuni giorni di banche chiuse, dopo essere state tenute a galla da mesi dalla sola Bce, potranno ispirare.
Diciamola tutta. I greci non vogliono, e neppure possono in larga misura, restituire i debiti. Ma non vogliono lasciare l’Europa e la sua moneta unica.
È forte di questa realtà che Tsipras ha giocato per quattro mesi a rimpiattino con l’Europa, ricordando che la fine della Grecia – fine nel senso di uscita dall’euro – sarebbe stata la fine dell’Europa. Aggiungendo poi, senza notare la contraddizione, un polemico quesito: ma che cosa è mai l’Europa se non riesce a gestire, cioè a condonare possiamo aggiungere, il debito di un piccolo Paese che rappresenta il 2% del Pil dell’Unione?
LA GREXIT È UN SALTO NEL BUIO. Il professor Yanis Varoufakis, con gusto scenografico e grande faccia tosta, è stato il portavoce di questa linea, inserendo lezioni accademiche sulle défaillances europee.
Già, ma se la Grecia è così piccola, può davvero uscendo dall’euro creare un grande sconquasso? In Europa, per varie ragioni comprese le mosse monetarie e finanziarie fatte e le cinture di sicurezza create, si è diffusa l’idea che un’uscita di Atene sarebbe più che gestibile. Ma sarebbe comunque una prima assoluta, senza precedenti, un salto nel buio, e certamente non rafforzerebbe l’Europa. Quindi da evitare, se il prezzo non è esorbitante. Intanto a Natale, se la Grecia uscisse subito, bisognerebbe organizzare aiuti umanitari per sfamare e riscaldare quelle che erano le truppe di Tsipras e Varoufakis.
Tanto vale vedere i risultati del voto, che non sono scontati, riprendere a trattare, e trovare un sistema per riportare il debito (ci costerà caro, ma l’alternativa è peggiore ancora ) nei limiti per Atene gestibili. Certamente non più con questi veterani della protesta studentesca, oscillanti fra la trattativa, il coup de théȃtre, la contestazione di sistema e la spocchia accademica, che portano i nomi di Tsipras e Varoufakis. Se la Grecia ha dei professionisti, è il momento di metterli in campo.

PS. E alle banche europee, tedesche e francesi soprattutto, che hanno prestato euro a go-go ad Atene a tassi remunerativi e nella convinzione che poi Francoforte e Bruxelles avrebbero salvato tutto, che multa dovrebbe essere appioppata? Il debito di Atene verso l’Europa, nelle sue varie forme, non è altro in gran parte che il debito delle banche “socializzato” e diventato debito europeo.

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