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TERRORISMO 1 Luglio Lug 2015 1955 01 luglio 2015

Isis, perché il Califfato colpisce il Sinai

Oltre 100 morti in Egitto. Obiettivo? Arrivare ai confini di Israele. Prendersi la Striscia di Gaza. E sostituire Hamas. Le mire dello Stato Islamico in 8 foto. 

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Decine di soldati uccisi ai check point. Razzi, granate, kamikaze. All'alba del 1 luglio circa 300 di 'takfiri' (estremisti islamici) hanno attaccato i posti di blocco egiziani nella penisola del Sinai e ne hanno rasi al suolo tre, per poi marciare trionfalmente nelle strade di Sheikh Zuweid, dove hanno issato le nere bandiere dell'Isis.
L'esercito egiziano ha risposto con l'aviazione e alla fine il bilancio è arrivato a almeno 100 morti, tra militari, civili e terroristi. L'offensiva però ha permesso in poche ore agli affiliati allo Stato islamico di conquistare in 24 ore una città. Il 2 luglio le forze armate del Cairo hanno annunciato di aver ripreso il controllo del 100% del territorio.
SCELTA STRATEGICA. Tuttavia il gruppo di al Baghdadi, che ha rivendicato la strage, ha annunciato una strategia ad ampio raggio. L'Isis sembra deciso a insediarsi in una delle aree dove si gioca quotidianamente la stabilità del Medio Oriente, nella regione del canale di Suez, il cuneo tra i due grandi alleati occidentali, Egitto e Israele, dove si trovano i valichi che portano alla Striscia di Gaza. Ecco, in 8 immagini, perché la nuova partita del Califfo è tanto cruciale.

1. Una zona strategica tra Egitto, Israele e Gaza

La mappa della zona degli attentati (al Jazeera).  

Il presidente egiziano al Sisi aveva lanciato già a novembre 2014 l'allarme su una possibile all'alleanza tra il Califfato e il movimento capofila degli estremisti del Sinai, Ansar beit al Maqdis (Abm). La strage di oggi potrebbe dunque essere nata dalla cooperazione tra miliziani del posto e stranieri. Secondo uuna fonte militare sentita dal quotidiano egiziano el Watan il commando ha «utilizzato armi sofisticate e moderne trafugate all'esercito libico e trasportate attraverso frontiere occidentali», molti avevano «tratti stranieri» e alcuni «accento palestinese». I terroristi hanno sferrato una serie di attacchi contro almeno cinque posti di blocco tra le località di el Arish e Sheikh Zuweid. La zona si trova sulla costa egiziana a pochi chilometri dalla frontiera tra Egitto, Gaza e Israele. Un'area strategica dal punto di vista geopolitico, ma anche il centro geografico dell'ipotetico impero che l'Isis vorrebbe ricostruire, ovvero il primo Califfato islamico degli Omayyadi (661-750 d.c) che andava dalla Spagna fino ai confini dell'India.

2. Al Sisi, un alleato fondamentale dell'Occidente

Il generale e presidente egiziano al Sisi (Gettyimages).  

La condanna agli attacchi dei terroristi è stata unanime. E è arrivata in primis da Stati Uniti e Israele. E anche dal premier italiano Matteo Renzi che «ha mandato un abbraccio» al presidente egiziano Abedl Fattah al Sisi. L'Italia è il primo partner commerciale dell'Egitto e è stato anche tra i primi Paesi a riabilitare pubblicamente il generale del colpo di Stato contro l'ex presidente Morsi e i Fratelli musulmani. Oggi per i Paesi occidentali il presidente egiziano e i suoi militari sono una garanzia di stabilità in Medio Oriente, un alleato prezioso per contenere il caos libico e l'estremismo islamico, anche a costo di tacere di fronte alle violazioni dei diritti umani e alla repressione degli oppositori. La rivendicazione della strage celebrava la punizione dell'esercito 'apostata' egiziano.

3. La regione del terrorismo, ma controllata dai servizi egiziani e israeliani

Sinai, un soldato egiziano a un posto di blocco (Gettyimages).  

Nel pomeriggio il premier Ibrahimi Mahlab ha subito approvato un nuovo pacchetto di misure antiterrorismo. In un comunicato alla televisione di Stato le forze armate egiziane hanno tuonato: «Non ci fermeremo mai fino a quando non avremo purificato il Sinai dai terroristi». Il Cairo ha sempre collaborato con le forze dell'ordine e i servizi israeliani per mantenere la sicurezza nella regione di confine, un territorio poroso dove si muovono e colpiscono numerose milizie islamiste locali. Scardinare il sistema israelo-egiziano e far diventare il Sinai un corridoio per il terrorismo, sarebbe per il Califfato, non solo strategicamente cruciale, ma anche un enorme successo simbolico. Il 2 luglio il quotidiano Haaretz ha spiegato che al Sisi, nel caso l'Isis arrivasse vicino Gaza, potrebbe 'chiedere' all'esercito israeliano di agire contro lo Stato islamico. Gli eserciti israeliano e egiziano, dice Haaretz, «potrebbero stare già coordinandosi in previsione di questa possibilita». Il rischio dal punto di vista degli egiziani è che una campagna militare dentro Gaza potrebbe portare alla rottura delle frontiere e una fuga di massa di civili verso il Sinai.

4. Allerta massima sul Canale di Suez, la porta del Mediterraneo

Il traffico commerciale attraverso il Canale di Suez (Gettyimages).   

L'Egitto ha alzato l'allerta sicurezza nelle aree più sensibili del Paese. A Il Cairo è stato creato un cordone di sicurezza di fronte alla Corte costituzionale. Ma misure di sicurezza ai massimi livelli sono stata approntate anche nell'area del Canale di Suez, la porta di accesso al Mediterraneo. La presa del canale per lo Stato islamico sarebbe un'assicurazione sulla vita. Proprio per questo il progetto del raddoppio del canale, annunciato dal presidente egiziano nell'estate 2014, comprende tra le prime opere da realizzare una barriera per difendere il varco dagli jihadisti del Sinai: un muro di filo spinato e torrette lungo 320 chilometri.

5. Obiettivo Israele, il nemico per eccellenza

  • Il premier israeliano Benjamin Netanyahu (Gettyimages).

I riflessi dell'attacco nel Sinai si propagano in tutta l'area mediorientale. Israele è a pochi chilometri dal luogo della strage e dalle prime ore del 1 luglio Tel Aviv ha rafforzato le misure di sicurezza lungo la frontiera con l'Egitto, chiudendo alcuni valichi. Lo stesso premier israeliano Benjamin Netanyahu ha lanciato l'allarme: «L'Isis è vicino al nostro confine». Lo Stato islamico era già riuscito a colpire nel Golan, le alture al confine tra Siria e Israele, territorio strategicamente vitale per la sicurezza di Tel Aviv. E nel giorno dell'attacco ai check point egiziani, ha minacciato attraverso un video sia Israele che Gaza: «Vi sradicheremo».

6. Il varco di Rafah, un target raggiungibile

  • La distanza tra Sheick Zuweid e Rafah.

I terroristi hanno preso la cittadina di Sheikh Zuweid, a pochi chilometri da Rafah, uno dei valichi di ingresso a Gaza. Gli abitanti della città nel Nord del Sinai hanno spiegato di non poter scappare: «Gli jihadisti hanno minato le strade in entrata e uscita». Il 2 luglio i militari egiziani hanno dichiarato di aver ripreso il controllo della zona. Ma la scelta di Sheikh Zuweid, a credere alle minacce lanciate in Rete dallo Stato islamico, potrebbe essere significativa: una base per tentare di entrare nella Striscia, il cuore del conflitto palestinese, simbolicamente la causa araba per eccellenza. Se i terroristi sono riusciti a radere al suolo tre posti di blocco dell'esercito del Cairo, al confine più caldo del Paese, potrebbero tentare l'impresa.

7. Gaza: conquistare la terra della disperazione

Gaza, un bambino gioca di fronte a una casa distrutta (Gttyimages).   

In un video apparso su internet il 1 luglio - ma che non appare databile - lo Stato Islamico è intervenuto per ammonire i «tiranni di Hamas» dal momento che, «otto anni dopo» la presa del potere, a Gaza «ancora non è stata imposta la legge islamica». Nel video, la Striscia viene definita «uno Stato ebraico». E un uomo con il viso mascherato e altri miliziani promettono che «la Sharia sarà messa in pratica a Gaza» come è già successo nel campo profughi palestinese di Yarmuk in Siria. Il filmato secondo fonti locali ha destato molta preoccupazioni tra gli abitanti. E Hamas nel pomeriggio ha deciso di rinforzare la sua presenza militare a Rafah, al confine con l'Egitto. Il ministro dell'interno della fazione ha detto che la mossa è volta a mantenere la sicurezza e la stabilità lungo la frontiera.

8. La strategia: approfittare della crisi di Hamas

Miliziani di Hamas nella Striscia di Gaza (Gettyimages).   

Le minacce dello Stato islamico a Israele e Gaza arrivano in un momento delicatissimo per gli equilibri israelo-palestinesi. Il consenso di Hamas è in declino nella Striscia, il suo ruolo nel governo di unità nazionale è stato contestato da Fatah, il partito di Abu Mazen. E secondo alcune informative i terroristi di Gaza avrebbero trovato un nuovo interlocutore nel nuovo esecutivo di destra di Tel Aviv.
Hamas e Israele, secondo informazioni circolate nei giorni scorsi, starebbero negoziando per una tregua decennale tra le parti proprio in funzione anti Isis. La dichiarazione di guerra dello Stato islamico potrebbe avere come obiettivo quello di denunciare agli occhi dei radicali i movimenti in corso. E approfittare della crisi di leadership e di speranza che si respira nei Territori palestinesi.
Ma la situazione non è affatto chiara: il 2 luglio il generale israeliano Yoav Mordechai, comandante del Cogat (cioè 'coordinatore delle attività di governo nei Territori, compresa Gaza) ha dichiarato che Israele ha «chiare indicazioni» del coinvoglimento di Hamas nel sostegno «ai terroristi del Sinai».

  • Questo articolo è stato aggiornato alle 18.35 del 2 luglio: è stato integrato con le dichiarazioni delle forze armate egiziane sull'andamento della controffensiva e israeliane e con le informazioni riportate dalla stampa locale.

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