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STRATEGIE 2 Luglio Lug 2015 0813 02 luglio 2015

Grecia, la Russia non è disponibile al salvataggio

Mosca segue le trattative con Bruxelles. Ma non ha intenzione di salvare Atene. L'economia russa è ancora debole. E non può sobbarcarsi anche il debito greco.

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Vladimir Putin e Angela Merkel.

Il duello tra la Grecia e il terzetto costituito da Commissione europea, Banca centrale e Fondo monetario internazionale ha uno spettatore di lusso: l’inquilino del Cremlino.
Vladimir Putin sta alla finestra e aspetta di vedere come andrà a finire il braccio di ferro tra Atene e Bruxelles e ciò che succederà poi in Europa.
Partendo da quello che ha continuato a ripetere in questi mesi Angela Merkel, e cioè che il fallimento della moneta unica significa il fallimento dell’intero progetto europeo, è evidente come Mosca sia molto attenta a quello che accade sul lato occidentale del Vecchio continente, anche solo perché l’Ue è il primo partner commerciale per la Federazione Russa e i Paesi dell’Unione sono i maggiori investitori in Russia.
I RISCHI DI UNA CRISI EUROPEA. Al di là della crisi ucraina e delle reciproche sanzioni che hanno deteriorato non solo i rapporti economici, ma anche quelli politici, se l’Unione Europea andasse a rotoli, i riflessi arriverebbero anche a Mosca.
Ecco perché Putin si è dimostrato molto cauto e prudente sulla questione greca e, pur tenendo buoni rapporti con il governo di Alexis Tsipras, non ha certo srotolato tappeti rossi per attirare la Grecia verso la Russia, seguendo quell’asse ortodosso che pur caro ai nazionalisti su entrambi i versanti è in realtà poco percorribile. Almeno per ora.
MOSCA RESTA ALLA FINESTRA. Putin non ha in sostanza sino ad oggi forzato la strategia per costringere Atene a far saltare il tavolo delle trattative con Bruxelles e fagocitare in quale modo la penisola sull’Egeo a suon di rubli.
Sin dall’inizio della crisi sino agli sviluppi più recenti, Mosca si è mostrata guardinga, guidata dal solito pragmatismo, sapendo bene che Tsipras non è certo eterno e i conti si fanno direttamente con Berlino, al più con Bruxelles: con Atene è stato avviato il progetto per la costruzione del gasdotto Turkish Stream che dovrebbe portare un paio di miliardi di dollari nella casse greche, ma si tratta di una goccia nel mare di debiti e guai in cui navigala Grecia, non di un’ancora di salvataggio per i prossimi decenni.

Il debito greco è e resterà un problema europeo

Il premier greco Alexis Tsipras.

La Russia, come sottolineato più volte anche dal ministro dell’Economia Alexey Uliukayev, è eventualmente interessata a finanziare progetti concreti, e il settore energetico è quello più appetibile per i colossi russi a partire da Gazprom, però i piani di salvataggio in grande stile, per esempio con acquisto di titoli di Stato, non sono all’ordine del giorno.
Il debito totale greco di 320 miliardi di euro è rimarrà insomma un problema europeo.
Anche la governatrice della Banca centrale Elena Nabiullina si è detta preoccupata delle turbolenze sui mercati europei e una destabilizzazione dell’area euro si farebbe sentire anche all’ombra del Cremlino.
PUTIN NON VUOLE SALVARE ATENE. L’economia russa, a causa più del ribasso del prezzo del petrolio e del debole rublo che non delle sanzioni occidentali, anche per il 2015 non crescerà e nessuno in definitiva ha intenzione di arrivare a salvare la Grecia, se questa dovesse fallire e uscire dall’euro.
In uno scenario futuro, possibile, ma non probabile, in cui si materializzasse il classico worst case, gli sviluppi sarebbero diversi, spettri evocati da Merkel inclusi.
La bancarotta greca condurrebbe così non solo all’uscita di Atene dall’Eurozona, ma anche dall’Ue, dando il via al disfacimento economico e politico che coinvolgerebbe inevitabilmente altri Stati.
REPUBBLICHE EX URSS NEL MIRINO. A questo punto la Russia avrebbe strada libera per fortificare i rapporti bilaterali con Paesi tradizionalmente amici e ripristinare legami strategici, da Berlino a Roma.
Meglio ancora per Mosca se la Grecia uscisse anche dalla Nato e sul Mediterraneo, tra Grecia e Cipro (da dove arrivano in realtà i maggiori investimenti russi), arrivassero pure le basi militari russe.
La casa comune europea smetterebbe di essere un miraggio per l’Ucraina, Moldavia e altre repubbliche ex sovietiche che preferirebbero rivolgersi a Est, dove Russia e Cina sarebbero pronte ad accoglierle a braccia aperte.
DIFFICILE CONDIZIONARE BRUXELLES. Il quadro può apparire da fantapolitica e sicuramente non realistico sul breve periodo, ma comunque non da escludere per un futuro nemmeno lontano, tanto più che i timori di un collasso dell’Eurozona e dell’Ue non finiranno ora, anche se questa volta la crisi con la Grecia verrà in qualche modo risolta.
Le divergenze all’interno dell’Unione e tra Paesi membri e Bruxelles sono alla base di quella fragilità che rischia prima o poi di far cadere l’intero castello europeo se non verranno trovati correttivi condivisi. La Russia di Putin, troppo debole in fondo per condizionare geopoliticamente l’Ue, non può fare altro che attendere. Per poi adeguarsi.

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