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DIPLOMATICAMENTE 2 Luglio Lug 2015 0700 02 luglio 2015

Iran, l'errore più grave? Dare l'accordo per fatto

Le parti sono vicine. Ma restano nodi da sciogliere. Fermarsi ora sarebbe fatale.

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La riunione di Losanna sul nucleare iraniano.

Prima il terrorismo stragista in Nord Africa, Medio Oriente ed Europa, poi la questione Grexit hanno monopolizzato l’attenzione dei media internazionali, relegando in secondo piano la trattativa sul nucleare iraniano in cui sono impegnati, oltre a Teheran, i membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e la Germania con l’Ue.
Eppure erano i giorni immediatamente precedenti la scadenza del 30 giugno destinata, nelle dichiarate intenzioni dei protagonisti, a chiudere un negoziato definito di importanza storica per le sue implicazioni geopolitiche. Dove cioè, all’assoluta rilevanza politico-strategica dell’accordo in sé, si sommava un potenziale processo di riassestamento degli equilibri di quell’area tormentata da conflitti e crepe settarie che va dal Vicino oriente all’Asia. Un'area di prossimità e dunque di grande interesse.
MANCA IL PASSO PIÙ IMPORTANTE: L'ULTIMO. Sottolineo quest’aspetto non per rivolgere una critica al mondo dei media, principalmente italiani, ma per rilevare come questa limitata attenzione sia stata in qualche modo assecondata dai toni pacati e misurati usati dagli stessi protagonisti del negoziato nelle loro dichiarazioni pubbliche, proprio per la consapevolezza dell’estrema delicatezza del momento e del fatto che questa volta non vi è spazio per un nuovo rinvio se non estremamente limitato.
E che, di conseguenza, il momento esiga la concentrazione dell’ultima mossa utile, quella che decide della posta in gioco: chiudere o rompere.
Chiudere e dunque trovare una soluzione che consenta agli uni e all’altro di dichiararsi co-vincenti, ovvero rompere e aprire un orizzonte di recriminazioni e derive fortemente problematiche.
LA POSTA IN GIOCO È ALTISSIMA. Ragionevolezza e lungimiranza invocherebbero il primo sbocco: perché sarebbe il primo accordo anti-arma atomica raggiunto per via “concordata” al massimo livello di rappresentanza internazionale (Consiglio di sicurezza più Germania) sulla base di meccanismi stringenti di garanzie reciproche.
Ridarebbe all’Iran una formidabile iniezione ricostituente, sollevandola dalle sanzioni, restituendola alla piena cittadinanza internazionale anche in chiave economica e finanziaria, corroborandone l’aspirazione alla supremazia regionale.

Il Congresso Usa? Difficile che si opponga

Per Obama rappresenterebbe il tanto anelato successo in politica estera che difficilmente il Congresso potrebbe/vorrebbe affossare malgrado la contrarietà all’accordo che per ragioni diverse nutrono i suoi alleati storici della regione, Israele in primis ma anche l’Arabia Saudita con l’intero fronte islamico sunnita, arabo e turco.
Ebbene, mentre Israele teme di perdere l’asimmetricità di cui gode sul piano nucleare, il fronte islamico è fortemente preoccupato da quanto un Iran rafforzato dalla positiva conclusione dell’accordo potrebbe portare a inedite soglie di aggressività la sua già temibile “politica destabilizzatrice” in Medio Oriente, dal Libano alla Siria all’Iraq, allo Yemen e là dove vi siano minoranze o maggioranze (Bahrein) sciite.
E ne è talmente preoccupato da anteporla alla stessa minaccia del comune nemico Isis, che pure è arrivato a puntare le sue armi anche in Kuwait e nella stessa Arabia, sia pure per colpire obiettivi sciiti.
ROHANI CHIAMATO AL DIALOGO. Per Rohani significherebbe il trionfo popolare rispetto alle pur temibili forze reazionarie, anche militari. Si aprirebbe per lui il banco di prova della sincerità del suo messaggio di dialogo costruttivo che ha voluto indirizzare al mondo e al Medio Oriente in particolare dove peraltro è stato difficile scorgere fino ad ora segnali obiettivamente costruttivi.
Inducendo ad esempio l’Arabia e l’Egitto a considerare l’opzione dell’energia nucleare a scopi pacifici, come del resto pure Teheran dichiara da sempre di voler perseguire.
Anche in Europa la chiusura del negoziato è vista con grande favore perché riaprirebbe interessanti quanto auspicate prospettive di collaborazione, di mercato e di utili opzioni sul versante energetico (petrolio).
L'ITALIA HA TANTO DA PERDERE. Per l’Italia si tratterebbe di riprendere antichi e cospicui rapporti che ci avrebbero permesso 10 anni fa di stare in quello che è ora il gruppo dei 5+1 se non l’avessimo colpevolmente rifiutato. La Russia ha già cominciato a staccare dividendi e lo stesso sta facendo da tempo la Cina.
In caso di fallimento del negoziato il quadro si rovescerebbe in larga misura: vi sarebbe un rigurgito di sospettosità e animosità di cui è difficile al momento valutare la velenosità. E in Iran potrebbe produrre ricadute dirompenti, all’interno naturalmente, ma anche rispetto alla condotta del Paese nella regione.
Si riaprirebbe la partita dell’arma iraniana e con essa il quadro complessivo del regime atomico internazionale e regionale. Le incognite supererebbero l’immediata manifestazione di compiacimento del già ricordato fronte islamico. Anche Israele si troverebbe a rifare i conti con l’assenza dell’ombrello protettivo che l’accordo avrebbe comunque rappresentato. E soccorre poco o peggio l’alternativa dell’attacco preventivo alle installazioni iraniane.

Il fronte delle sanzioni può sgretolarsi

Il presidente iraniano Hassan Rohani nel sito nucleare di Bushehr.

E le sanzioni? Penso che in assenza di reazioni minacciose di Teheran, di cui dubiterei, il fronte delle sanzioni avrebbe difficoltà a mantenersi compatto di fronte alla pressione degli interessi economici.
Il confronto algebrico delle criticità e delle positività fa pendere la bilancia nettamente a favore di una positiva conclusione della trattativa in atto, ma il tasso di sfiducia reciproco è molto elevato e due anni di dialogo fitto non sono riusciti ad abbassarlo significativamente.
TRE NODI ANCORA DA SCIOGLIERE. A che altro se non a questo si deve, del resto, la difficoltà di trovare una mediazione sui nodi ancora da sciogliere? Tre in particolare: il ritmo di levata delle sanzioni (Usa-Onu-Ue) con l’automatismo della loro reintroduzione in caso di violazione dei patti da parte di Teheran; l’estensione anche ai siti militari delle ispezioni Aiea; la durata del congelamento del programma di ricerca e sviluppo, a fronte di un Paese che dichiara ufficialmente di non aspirare all’arma nucleare anche perché in opposizione alla dottrina islamica.
Il 7 luglio scade la sospensione delle sanzioni dell’Unione europea. Il 9 luglio scade il termine fissato per dare al Congresso solo 30 giorni di revisione dell’accordo che altrimenti si raddoppierebbero. L’aver fissato il traguardo al 7 può essere considerato un segnale incoraggiante, ma attenzione: si tratta di una manciata di giorni nei quali si consumerà o prevarrà la volontà di sfidare la cultura del sospetto che, se è bene non abbandonare per elementari ragioni di prudenza, è forse meglio non esasperare.
LO STRAPPO È UN RISCHIO CONCRETO. Tra un ministro degli Esteri russo che definisce l’accordo «raggiungibile», un Alto Rappresentante dell’Unione che lo qualifica «non impossibile», un presidente americano che ammonisce di essere pronto a lasciare il tavolo se si profilasse un cattivo accordo, un ministro degli Esteri iraniano che avverte che in caso di rottura Teheran tornerebbe alla realtà pre-negoziato, più forte di quanto si possa immaginare, si traccia un orizzonte in cui il rischio di un’esasperazione spinta al limite dello strappo nell’intento di ottenere un ultimo dividendo esiste.
Sarebbe davvero improvvido visto che, alla fin fine, ciò che conta realmente è la buona fede nell’applicazione di quanto concordato e la determinazione a prendere le contromisure del caso qualora la violazione si manifestasse. E ciò che è in gioco è una partita geopolitica che va oltre lo specifico ambito dell’accordo sul programma nucleare iraniano.

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