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PRESSING 4 Luglio Lug 2015 0900 04 luglio 2015

Grexit, interferenze di Ue e istituzioni sul referendum

Juncker, Dijsselbloem e Schaeuble a gamba tesa: «Se vince il no, Atene nei guai». E la neutralità di Bruxelles? Dimenticata. Come accadde per Catalogna e Scozia.

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Manifestazione pro-euro fuori dal parlamento di Atene.

Il referendum? È uno strumento di esercizio della sovranità popolare, non spetta alla Commissione europea commentare.
Questione nazionale, l'esecutivo europeo non interferisce. E ancora: è una decisione dei cittadini del singolo Stato membro, nessuna indicazione da Bruxelles.
Sono risposte in modalità 'disco rotto' alle domande sulle possibili implicazioni a livello comunitario di un referendum indetto o anche solo discusso in un Paese membro.
COME IN CATALOGNA E SCOZIA. Quante volte sono state ripetute? Davanti a quello sull'indipendenza della Catalogna in Spagna o della Scozia nel Regno Unito, passando persino per la consultazione popolare della Svizzera, che non fa parte dell'Ue: da sempre i politici europei hanno cercato di mantenere 'la giusta distanza'.
Un'impresa mai riuscita fino in fondo. E fallita completamente in occasione del referendum greco del 5 luglio sulla proposta di accordo fatta dai creditori.

Juncker: «Se i greci votano 'no', Atene drammaticamente indebolita»

Il premier greco Alexis Tsipras (a sinistra) col presidente della Commissione Ue Jean Claude Juncker.

Se i referendum sono un affare nazionale, la voglia di interferire è prassi europea.
Tanto che si potrebbe ormai coniare una nuova parola per definire la tendenza: interferendum.
Il referendum greco ha spazzato via codici e modi.
In pochi giorni si è passati da un timido silenzio a dichiarazioni più che esplicite: inviti a votare sì o no, a mettere l'esito del referendum come una condizione sine qua non per la riapertura dei negoziati.
PROPAGANDA LAST MINUTE. Più che un'opinione a Bruxelles è stato chiesto un voto: «Chiedo al popolo greco di votare 'sì' al referendum», ha detto il 29 giugno Juncker, che il 3 luglio, ad appena un giorno dall'apertura delle urne ha aggiunto: «Se i greci voteranno 'no' al referendum di domenica, la posizione della Grecia sarà drammaticamente indebolita nei negoziati di un eventuale nuovo programma».
Ma Juncker non è il solo rappresentante dell'Ue ad aver detto la sua.
DIJSSELBLOEM SI ACCODA. «Se i greci voteranno 'no' sarà incredibilmente difficile mettere in piedi un nuovo salvataggio», gli ha fatto eco il presidente dell'Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem parlando al parlamento olandese.
Un veto ribadito anche il 3 luglio dal presidente dell'Eurogruppo: «Non ci sono nostre nuove proposte e, qualsiasi cosa accada, il futuro della Grecia sarà estremamente duro. Per rimettere il Paese in marcia e far uscire l'economia dalla recessione dovranno essere prese decisioni difficili e ogni politico che dice che non sarà così in caso di vittoria del 'no' sta ingannando la sua gente».
ANCHE BETTEL DICE LA SUA. A rincarare la dose ci si è messo pure il premier lussemburghese Xavier Bettel che il 3 luglio, appena assunto l'incarico di presidente di turno del Consiglio europeo per il semestre luglio-dicembre, ha esordito lanciando il suo monito: «Manca la fiducia tra il premier greco Alexis Tsipras e gli altri leader europei».
Poi, non soddisfatto, ha aggiunto: «Il voto al referendum di domenica mette in questione la posizione della Grecia nell'Ue e nell'euro, vogliamo spaccare l'Europa o no?».
RENZI TWITTA: EURO O DRACMA? Uno spauracchio, quello della Grexit, agitato anche dal premier italiano Matteo Renzi, inizialmente contrario a commentare la decisione di indire il referendum da parte di Tsipras, e poi tutto a un tratto desideroso di dire la sua.
Interferendo così: «Il punto è, il referendum greco non sarà un derby tra la Commissione europea contro Tsipras, ma euro contro dracma. Questa è la scelta», ha scritto su Twitter.

Merkel: prima votate, poi riapriamo le trattative

Il ministro delle Finanze Wolfgang Schaeuble e Angela Merkel.

In questi ultimi giorni 'l'interferendum' è stato un modus operandi caro a numerosi leader europei.
Ma a farlo meglio di tutti, come sempre, è stata la Germania con il veto di Berlino di continuare a negoziare con la Grecia prima della consultazione popolare.
CONGELAMENTO TEDESCO. Così ha sancito la cancelliera tedesca Angela Merkel il 30 giugno, giorno in cui, scaduto il vecchio programma di aiuti alla Grecia, Tsipras aveva presentato la proposta di un piano con l'Esm (il fondo Salva-Stati) e la ristruttuazione del debito. Proposta congelata dalla cancelliera.
«La Grecia ha il diritto di fare il suo referendum sulle proposte europee, ma i partner europei hanno egualmente il diritto di rispondere a quello che sarà il suo esito», ha detto Merkel, secondo cui - nonostante l'ultima apertura di Atene - «gli aiuti alla Grecia sono sospesi dopo che Atene ha unilateralmente abbandonato il negoziato, e ora bisogna aspettare l'esito del referendum».
IN ATTESA DELLA 'SENTENZA'. Così appena Merkel ha emesso la sua sentenza, a ruota sono arrivate quelle di Juncker e dell'Eurogruppo: «Siamo uniti nella decisione di aspettare il risultato del referendum greco prima di nuovi negoziati», ha scritto su Twitter il ministro slovacco dell'Economia Peter Kazimir al termine dell'Eurogruppo, poche ore dopo il messaggio di Berlino.
«La Commissione non avrà alcun contatto con il governo di Atene prima del referendum», avrebbe detto Jean-Claude Juncker alla riunione del Ppe.
SHAEUBLE ALZA LA TENSIONE. Un atteggiamento che non aiuta certo i greci a scegliere liberamente e vivere il momento referendario senza sentire troppo i condizionamenti esterni.
A tenere alta la tensione ci ha pensato poi il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schaeuble: «Nelle ultime settimane la situazione in Grecia è drammaticamente peggiorata», ha detto il 3 luglio alla Bild.
IPOTESI COMPLOTTO 'TECNICO'. Così, con queste pressioni internazionali andranno a votare il 5 luglio i cittadini greci.
Che alla fine, a forza di ricevere sollecitazioni esterne e interne, voteranno 'nì'.
Con il rischio di rendere realistico lo scenario descritto dall'economista James K. Galbraith, ex collega di Yanis Varoufakis alla Texas University, che il 3 luglio in un'intervista a il Mattino ha detto: «Mercoledì sera alcuni governi europei capitanati dalla Germania hanno esplicitamente deciso di rimpiazzare l'esecutivo legittimamente eletto dal popolo greco, e per questo stanno manovrando per impedire che i negoziatori di Atene raggiungano un qualsiasi accordo».
SERVE UN MARIO MONTI GRECO. A suo avviso l'obiettivo è «quello di trovare un altro Papademos o un altro Mario Monti disposto ad assecondare i loro piani, senza discutere, e senza interporre critiche a una strategia omicida per il Paese».
Se domenica al referendum vincessero i sì, secondo Galbraith «ci sarebbero pressioni enormi per la costituzione di un governo di tecnici per la salvezza nazionale, che accetterebbe i termini imposti da Bruxelles, per poi fallire nell'esecuzione. Tra sei mesi i greci tornerebbero alle urne con una rabbia antieuropeista rinnovata».
E anche in quel caso, la voglia di interferire da parte dell'Ue e degli Stati membri sarà elevata.

Quando anche Barroso diceva la sua sulla Svizzera

José Manuel Barroso.

In fondo la storia si ripete.
Nel 2014, pochi giorni prima della consultazione popolare sulla libera circolazione delle persone e dei lavoratori indetta dalla Svizzera, l'Ue ha cercato di limitare ogni commento.
Salvo poi lanciare qualche monito forte e chiaro: il presidente della Commissione di allora, José Manuel Barroso parlò di «conseguenze gravi» del voto sulle relazioni tra la Confederazione elvetica e l'Ue.
UN VELATO AVVISO. Intervistao da Reuters non riuscì a nascondere quanto quel voto potesse rappresentare una sconfitta, soprattutto a livello d’immagine, per l’Ue, perché il 'no' degli elvetici rappresentava uno stop all'ipotesi di una maggiore integrazione della Confederazione con l’Europa dei 28.
Pur non indicando nessuna sanzione specifica, Barroso fece capire che i cittadini svizzeri avrebbero potuto perdere il diritto di vivere e lavorare nei Paesi dell'Unione, e che le società svizzere avrebbero dovuto affrontare una serie di limitazioni.
Uomo avvisato, mezzo salvato.
SCOZIA, RISCHIO EMULAZIONE. Così accadde anche in occasione del referendum in Scozia del 18 settembre 2014. Ancora una volta la consultazione rischiava di infliggere un duro colpo per il modello di integrazione dell'Ue. E ancora una volta a Bruxelles cercarono di essere coinvolti il meno possibile.
La possibilità di una separazione della Scozia dal Regno Unito in caso di vittoria dei 'sì' avrebbe creato un precedente per tutte le altre regioni europee che ambiscono da tempo all'indipendenza, come Catalogna, Fiandre o anche il Veneto. E l'uscita di queste dall'Ue.
UN ARGOMENTO TABÙ. Un vaso di Pandora che però a Bruxelles tutti si erano astenuti dall'agitare nei giorni antecedenti al voto.
In più di un'occasione il portavoce del presidente della Commissione Barroso ribadì che sulla questione non ci sarebbe stato neanche un commento.
A Palazzo Berlaymont l'argomento fu un tabù per settimane; persino le domande dei giornalisiti sulle possibili conseguenze a livello europeo non trovavano risposta, se non un invito a consultare cosa dicevano i Trattati.
INDIPENDENTE E FUORI DALL'UE. Silenzio stampa interrotto poi da Barroso: «Se la Scozia dovesse votare per l'indipendenza dal Regno Unito, sarebbe comunque pressoché impossibile la sua adesione all'Ue», chiarì Barroso in un'intervista alla Bbc. «Sarebbe difficile, se non impossibile» l'ingresso della Scozia nell'Unione, ribadì il capo dell'esecutivo europeo.
Non quindi un'indicazione specifica su cosa votare, ma piuttosto una previsione di un futuro fuori dall'Ue in caso il voto fosse andato a favore dell'indipendenza.
Perché a volte, per decidere il presente basta condizionare il futuro.

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