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IPSE DIXIT 6 Luglio Lug 2015 1244 06 luglio 2015

Varoufakis, nemici e stilettate dell'ex ministro

La battaglia con la Troika. Le polemiche sui giornali. Le insinuazioni sull'Italia. Tutti gli avversari del ministro dimissionario. Al suo posto arriva Tsakalotos.

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Yanis Varoufakis.

Da mastino anti-austerity, l'economista «per caso» come lui stesso si è definit è diventato Minister no more.
Il tutto con un semplice tweet e un post sul suo blog all'indomani del successo del no al referendum greco.
LA SPIEGAZIONE SUL BLOG. Yanis Varoufakis si è dimesso, nonostante la vittoria, sostituito dal suo alter ego Euclid Tsakalotos. «Considero un mio dovere», ha scritto spiegando la sua decisione, «non ostacolare l'intesa e aiutare il premier Alexis Tsipras nel suo tentativo di arrivare a una intesa con l'Eurogruppo. E porterò il disgusto dei creditori con orgoglio».
Una scelta di responsabilità o il sacrificio voluto da Tsipras che lo ha immolato sull'altare di quei creditori definiti «terroristi»?
ANTIPATIA A BRUXELLES. Certo è che negli ultimi mesi il carisma del ministro greco-australiano è andato scemando. I suoi modi non sono mai andati a genio alla diplomazia di Bruxelles, soprattutto se confrontati all'atteggiamento più accomodante del premier.
Pure il suo stile rock-chic e da icona-pop, ben rappresentato dall'inseparabile moto Yamaha 1300, ha cominciato a stancare i connazionali. La goccia che ha fatto traboccare è stato il servizio glamour apparso su Paris Match: lui e la sua compagna sulla terrazza di casa, vista Partenone. Una scena da Grande Bellezza non apprezzata dai tanti greci strozzati dalla crisi, con cui il ministro arrivò a scusarsi pubblicamente.

Contro la Troika e i creditori «terroristi»

Il ministro delle Finanze greco Yanis Varoufakis.

La vera nemica di Varoufakis è sempre stata la Troika. Alla vigilia del referendum, in una intervista ad Abc, il ministro aveva ipotizzato addirittura un complotto ai danni della Grecia. «La crisi di liquidità delle banche greche è stata architettata politicamente», aveva sbottato.
Toni simili a quelli usati il 4 luglio in un'intervista a El Mundo: «Quello che i creditori stanno facendo con la Grecia ha un nome solo: terrorismo. Perché ci hanno forzato a chiudere le banche? Per spaventare la gente. E quando si diffonde il terrore, questo è terrorismo». «Quello che stanno facendo alla Grecia ha un nome: terrorismo» ha ribadito, assicurando: «Qualunque sia l’esito del referendum, lunedì (il 6 luglio, ndr) ci sarà un accordo, ne sono completamente e assolutamente certo». Peccato che al momento la Germania abbia chiuso qualsiasi tipo di trattativa.
LE VOCI DI DIMISSIONI. Un atteggiamento duro e poco diplomatico che non lo ha mai fatto ben volere a Bruxelles. Tanto che puntuali dopo ogni round di incontri e tavoli, si levavano voci di possibili dimissioni. Sempre smentite via Twitter.
Così era accaduto il 31 maggio: «Voci di mie incombenti dimissioni sono per l'ennesima volta premature».

E il 27 marzo. «Ogni volta che i negoziati si scaldano, girano voci sulle mie dimissioni. In qualche modo è divertente».

Voci che avevano però un fondamento. A marzo si pensò che Tsipras volesse sostituire Varoufakis con il vicepremier Yanis Dragasakis. Il motivo? Il ministro dell'Economia irlandese Michael Noonan a margine dei lavori dell'Eurogruppo dichiarò senza giri di parole: «Il team che sarà responsabile delle trattative farà riferimento al vicepresidente del governo ellenico, Yanis Dragasakis».

Contro le élite europee, «sventurata compagnia di leader incompetenti»

Il ministro delle Finanze greco Yanis Varoufakis.

Il Varoufakis-pensiero è ben esplicitato nel suo libro Confessioni di un marxista irregolare, uscito nell'aprile del 2015. «Le élite europee si stanno comportando oggi come una sventurata compagnia di leader incompetenti che non capisce nulla né della natura della crisi cui sta presiedendo né delle sue implicazioni per il loro stesso destino», scriveva il ministro, «per non parlare di quello del futuro della civiltà europea. Spinti dai loro istinti atavici, i leader europei stanno scegliendo di saccheggiare le ricchezze in diminuzione dei poveri e degli sfruttati allo scopo di turare le voragini provocate dai loro banchieri falliti, rifiutando di accettare l’impossibilità del tentativo».
L'obiettivo deve «quindi essere duplice: portare avanti un’analisi del corrente stato delle cose che i non-marxisti, ossia gli europei sedotti in buona fede dalle sirene del neoliberismo, possano trovare condivisibile».

La querelle con Padoan sulla possibile bancarotta italiana

Scintille a distanza scoppiarono l'8 gennaio anche con Pier Carlo Padoan. In un'intervista a Presadiretta, il greco rivelò che «funzionari italiani, non vi dico di quale grande istituzione», lo avevano avvicinato per «dargli solidarietà» e riferendogli di «non poter dire la verità perché anche l’Italia è a rischio bancarotta, ha un debito insostenibile, e teme ritorsioni da parte della Germania».
Il tutto con un tocco dark: «Una nuvola di paura negli ultimi anni ha avvolto tutta l’Europa. Insomma, stiamo diventando peggio dell’ex Unione Sovietica».
Padoan rispose con un tweet: «Il debito italiano è solido e sostenibile. Le dichiarazioni di Yanis Varoufakis sono quindi fuori luogo».

«La Troika non ha ragione di esistere»

Il 30 gennaio nel mirino di Varoufakis era finita tutta la Troika. Dopo aver incontrato il presidente dell'Eurogruppo Dijsselbloem, il ministro aveva annunciato che Atene non avrebbe cooperato «con un comitato che non ha ragione di esistere anche dal punto di vista del parlamento europeo».

Stampa e complotti

Un capitolo a parte va aperto su giornalisti e stampa, spesso nemici giurati di Varoufakis.
L'ultimo affondo è stato consumato la sera del 5 luglio. «Potremmo avere un accordo tra 24 ore, ho detto, ma la nostra stampa velenosa si è affrettata a scrivere che ho detto di prevedere un accordo entro 24 ore», ha polemizzato in Twitter.


CONTRO IL CORRIERE. L'8 marzo il ministro aveva tirato le orecchie anche al Corriere della Sera, colpevole di aver titolato in modo non corretto l'intervista «Se Bruxelles non dice sì, pronti a un referendum sull’euro». «Un cattivo standard di giornalismo», secondo Varoufakis. Anche se a rileggerlo oggi, la definizione giusta sarebbe «profetico».
Ripercorrendo l’intervista, Varoufakis spiegò come l'errore del titolista fosse nato da una risposta «a una domanda altamente ipotetica su cosa avremmo fatto nel caso in cui l’Eurogruppo avesse respinto tutte le nostre proposte». Il ministro, dopo aver bollato l'ipotesi improbabile, aveva poi lasciato aperto uno spiraglio.
CHIESTE LE SCUSE A VIA SOLFERINO. «Qualche dirigente del Corriere della Sera dovrebbe sentire la necessità di scusarsi. Leggete il testo dell’articolo, rispondo alla domanda altamente ipotetica se ‘tutte le nostre proposte saranno respinte. Ma finora nessuna è stata respinta e vi assicuro saranno tutte accettate. Sarà un bel giorno per il giornalismo quando non ci sarà la stupida volontà di fare distorsioni», concluse irritato.
Ma non tutta la stampa è spazzatura. Per questo è importante tutelare quella indipendente e libera.

Perché troppo spesso, sempre a suo avviso, lui stesso è stato travisato dalla «propaganda».

Infine, Varoufakis lasciò in Twitter una dedica provocatoria ai giornalisti d'inchiesta (letteralmente raccoglitori di letame).

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