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TRATTATIVE 7 Luglio Lug 2015 1100 07 luglio 2015

Nucleare iraniano, l'accordo è dietro l'angolo

Cauto ottimismo sui negoziati. In arrivo la storica intesa con gli Stati Uniti. Restano dettagli da limare. Ma entrambe le parti hanno interesse a chiudere.

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Per il nowruz, l'inizio della primavera e dell'anno nuovo iraniano, la Guida suprema ha designato il 1394, anno corrente persiano, «dell'armonia e dell'unità».
A marzo scadevano i negoziati sul nucleare (prorogati poi con l'intesa preliminare di Losanna) e, senza fare sconti all'America, arrivavano parole concilianti.
Alla deadline estiva le ultime spigolosità, anche grazie al richiamo di Ali Khamenei alla serenità, sembrano smussate.
ACCORDO IN ARRIVO. Il compromesso storico sarebbe in arrivo, secondo indiscrezioni, all'alba del 9 luglio, due giorni ancora dopo l'ultimo gong, l'ennesima, piccola proroga al 7 luglio. Spartiacque, a questo punto, per il fallimento o il successo del disgelo tra la Repubblica islamica e l'Occidente.
Barack Obama lo cerca dalla sua prima elezione alla presidenza degli Usa. Ma il condizionale è d'obbligo, in un negoziato per tre volte prolungato, verso un accordo che né l'Iran né gli Usa vogliono «al ribasso».
La Casa Bianca ci ha chiesto di trattare, ha raccontato Khamenei, ma «noi abbiamo una linea rossa». «Di fronte all'intransigenza gli Usa se ne andranno», gli ha fatto eco la Casa Bianca.
CAUTO OTTIMISMO. Ma, senza polemizzare, la massima autorità iraniana ha elogiato via Twitter il team di negoziatori persiani a Vienna, «coraggiosi, fedeli, impegnati e degni di fiducia».
«Non siamo mai stati più vicini a un risultato duraturo», ha postato su Youtube il ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif, salvo poi parlare di «differenze» e «risultato non chiaro». Un'altalena, come quella del segretario di Stato americano John Kerry: parti mai state «mai così vicine», ma anche «diverse delle questioni più difficili complicate da sciogliere».
Il capo della diplomazia Ue Federica Mogherini però è ottimista, buon segno. «Ci siamo, l'accordo è molto vicino», si è sbilanciata nell'acme della crisi greca.

Difficile un'altra proroga: braccio di ferro su rimozione di sanzioni e ispezioni

Una manifestazione a Teheran in sostegno del programma nucleare iraniano.

I riflettori sono puntati sul grande no di Atene, ma è anche a Palazzo Cobourg di Vienna che, in queste lunghe giornate, si tratta per fare la storia.
È sui dettagli che si bloccano i negoziati con Teheran, appunto per non stringere accordi al ribasso. «Ma ci sono le sanzioni alla Russia, la crisi ucraina, il terrorismo. In un momento globale così difficile, è nell'interesse di tutti un compromesso», commenta a Lettera43.it l'analista Hooman Mirmohammad Sadeghi, esperto del mercato iraniano con l'Italia.
«L'Europa deve gestire l'instabilità economica, c'è l'Isis, non è il periodo per alimentare o far esplodere nuovi conflitti ma per cercare di fronteggiare insieme le crisi».
Certo, «restano tanti nodi da sciogliere, ogni parte cerca di ottenere il più possibile».
I MALUMORI DI TEHERAN. Nello specifico, Teheran insiste che, firmato il protocollo definitivo, le «sanzioni siano sbloccate a breve termine, tutte insieme», e non gradualmente come è scritto nelle anticipazioni dell'accordo preliminare, pubblicate dalla Casa Bianca: documento che ha sollevato non pochi malumori in Iran.
Altro grosso pomo della discordia sono le ispezioni: sul nodo della trasparenza della Difesa iraniana sono gli Stati Uniti a puntare i piedi, ovviamente per calmare il (furioso) alleato israeliano. «Le trattative vanno avanti da un decennio. O si trova una quadra sulle questioni annose, oppure i nuclear talks diventano ridicoli», commenta Sadeghi.
«OBAMA NON È BUSH». Ma non sono un bluff. Quello in corso tra le potenze del Consiglio di Sicurezza dell'Onu (Usa, Gran Bretagna, Francia, Russia e Cina) più la Germania, il cosiddetto Gruppo 5+1, e la Repubblica islamica non è un tira e molla per dare ossigeno all'economia iraniana dalle durissime sanzioni americane, come, all'elezione del presidente Hassan Rohani, nel 2013, diceva chi non conosce le logiche di Teheran.
«Le concessioni odierne sarebbero state impensabili ai tempi di George W. Bush», ricostruisce l'esperto. Allora le trattative della stagione riformista di Khatami fallirono per l'oltranzismo dei repubblicani. E a un presidente con la schiena china, messo alla berlina, gli iraniani reagirono nazionalisticamente, eleggendo Mahmoud Ahmadinejad.

Sia Obama sia Rohani hanno interesse politico ed economico a chiudere

Il presidente Usa, Barack Obama.

Con Obama non c'è più lo Stato canaglia. A Teheran, la parola America fa aggrottare ancora la fronte, ma per molti non è più il Grande Satana.
La posta in gioco è alta e si tratta seriamente. Intanto se salta l'intesa del secolo, salta lo sblocco parziale delle sanzioni scattato, dal 2014, dopo l'accordo ad interim di Ginevra sul nucleare, che ha ridato un po' di fiato all'economia.
Il comparto militare si è fermato di pari passo con le centrifughe, ma il turismo è ripartito. Le transazioni finanziare e bancarie restano vietate, strangolando il business di gas e petrolio, ma l'import-export commerciale, in alcuni settori, sta tornando a fiorire. I grandi gruppi occidentali premono alla porta e gli iraniani sono pronti a comprare.
VERSO LE LEGISLATIVE IRANIANE. «Nel 2016 si vota anche per il parlamento di Teheran, non ci sono solo le Presidenziali Usa», ricorda a Lettera43.it Antonello Sacchetti, scrittore, conoscitore e frequentatore dell'Iran. «Se Rohani non firma il negoziato, tramonta la prospettiva di un potere legislativo, oltre alla presidenza, a maggioranza riformista. Per reazione vinceranno i conservatori».
Anche Obama vuole assolutamente l''accordo con la Repubblica islamica prima della scadenza di mandato: «È un suo disegno da sempre. Con quello pensa di essere consegnato alla storia e in più gli serve per realizzare la sua teoria di contenimento di Russia e Cina, suo vero competitor, in Medio Oriente», aggiunge lo studioso di Iran.
Certo, si litiga sulla «tempistica»: la rimozione immediata di tutte le sanzioni è dura da far digerire agli Usa.
«SI LAVORA A UNA DICHIARAZIONE CONGIUNTA». Gli iraniani non perdonano agli americani la diffusione a tradimento dei presunti dettagli dell'accordo preliminare: «Fossero anche stati veri, non era nei patti. Pare che, adesso, si stia lavorando a una dichiarazione congiunta».
Frizioni a parte è la Francia, non gli Usa, l'osso più duro dei negoziati: è di Parigi che gli israeliani si fidano di più. I Pasdaran non sono più un monolite, solo le frange ultraconservatrici restano chiuse al cambiamento perché aprire - senza eccessi - ai mercati è nell'interesse di molti.
Apple, Boeing, non c'è solo il petrolchimico: gli americani che entrano in Iran come i turisti guardano in realtà a futuri affari.
«La Cina è molto forte e non vuole certo andarsene. Francesi e tedeschi sono pronti a grossi investimenti. In particolare dal 2014 i tedeschi hanno aumentato il loro export più degli italiani, le loro banche e assicurazioni erano più organizzate», racconta Sadeghi, «l'Italia c'è, ma rischia di farsi sorpassare».

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