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DIFFICOLTÀ 7 Luglio Lug 2015 0700 07 luglio 2015

Renzi, la mazzata greca e gli altri flop: premier in crisi

Il ''no'' di Atene l'ha spiazzato. La comunicazione langue. I sondaggi lo bocciano. Renzi annaspa, mentre le opposizioni si compattano. Spinta propulsiva finita?

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Matteo Renzi con Alexis Tsipras e Angela Merkel.

Per la prima volta in cinque anni Matteo Renzi è costretto a inseguire.
Il “no” della Grecia alle proposte dei creditori internazionali riaccende le polemiche nel nostro Paese, e al centro del fuoco di fila finisce, ancora una volta, il presidente del Consiglio.
Che ora deve pensare a efficaci contromosse per non perdere altri consensi, dopo quello lasciati sull'asfalto delle elezioni amministrative 2015.
OPPOSIZIONE AGGUERRITA. Non è un buon momento per il premier: l'azione del governo non decolla, i detrattori si stanno organizzando in forze nuove di opposizione nel suo stesso campo e a destra è ormai nato un movimento di protesta populista che sta intercettando pancia e voto di buona parte degli italiani.
Anche oltre, forse, alle aspettative degli stessi ideatori (Matteo Salvini, Beppe Grillo e Giorgia Meloni) e di chi ci ha stretto alleanze (Silvio Berlusconi).
DURO COLPO DA ATENE. Ora c'è da assorbire anche la “mazzata” arrivata da Atene.
Sferrata dal nuovo leader di riferimento di molti anti-europeisti, euroscettici ed eurodelusi, quell'Alexis Tsipras che più di Renzi sembra oggi in grado di far “cambiare verso” alle istituzioni del Vecchio continente, troppo schiacciate sulle posizioni rigoriste dei Paesi del Nord (Germania in testa, ma non solo), di conseguenza sorde al grido di dolore del Mediterraneo.
GLI ESPERTI SPIAZZATI. A Palazzo Chigi erano state studiate diverse soluzioni di comunicazione, sia che avesse prevalso il 'sì' sia che avesse prevalso il 'no'; questo divario così netto ha però spiazzato anche gli abili - ma non infallibili - esperti al servizio del premier, che dopo diverse ore è intervenuto nel dibattito con una dichiarazione su Facebook che non chiarisce del tutto la sua posizione.
DUE CANTIERI EUROPEI. Renzi scrive infatti sul suo profilo pubblico: «Ci sono due cantieri da affrontare rapidamente nelle capitali europee e a Bruxelles. Il primo riguarda la Grecia, un Paese che è in una condizione economica e sociale molto difficile», per poi proseguire: «il secondo, ancora più affascinante e complesso, ma non più rinviabile, è il cantiere dell'Europa».
E in conclusione: «Se restiamo fermi, prigionieri di regolamenti e burocrazie, l'Europa è finita».
CON MERKEL O TSIPRAS? Toni nettamente diversi da quelli usati alla vigilia della consultazione popolare greca, quando l'ex sindaco di Firenze, dalle colonne de Il Sole 24 Ore, sparava ad alzo zero contro le mancate riforme di Atene: «Il punto è che la Grecia può ottenere condizioni diverse, ma deve rispettare le regole. Altrimenti non c'è più una comunità. Noi abbiamo fatto la riforma delle pensioni: ma non è che abbiamo tolto le baby pensioni agli italiani per lasciarle ai greci, eh!».
Differenze talmente marcate da scatenare, nel chiuso dei Palazzi romani della politica, ironie su Renzi 1 “Merkeliano” e Renzi 2 “Tsiprasiano”.

Smarrita la vicinanza tra il leader e i cittadini

Il premier italiano Matteo Renzi.

Che ci sia un deficit nella comunicazione di Renzi, però, è evidente.
Già da mesi, infatti, nel campo a lui più congeniale toppa.
Tanto che in molti pensano che la sua spinta propulsiva si sia affievolita, e qualcuno (pochi a dire il vero) addirittura esaurita.
E anche quel rapporto che i tecnici chiamano “top-down”, per indicare la vicinanza tra popolo e leader, pare essersi interrotto.
ALTRO CHE QUEL 40%... Ormai il presidente del Consiglio è percepito come istituzione. E c'è un distacco evidente con la gente, da quando le norme di sicurezza hanno imposto protocolli più rigidi al segretario del Partito democratico, lo stesso che solo un anno era riuscito a raccogliere i voti e la fiducia di oltre 11 milioni di concittadini, mentre Tsipras e i suoi sostenitori italiani a stento raggiungevano il 4%.
Oggi, invece, la situazione è cambiata: i sondaggi settimanali (che vanno comunque presi con le molle dopo gli ultimi flop) danno le stime sulla fiducia nel suo esecutivo in costante calo, così come quelle sul partito.
NAZARENO NOCIVO. Renzi sconta sicuramente la scelta di allearsi con Silvio Berlusconi nel Patto del Nazareno sulle riforme, ma paradossalmente ne paga anche la rottura.
L'elettorato moderato, quello che prima vedeva in lui una figura autorevole e al tempo stesso disciplinata e di discontinuità, preferisce infatti ascoltare con attenzione le parole chiave di Salvini (lotta all'immigrazione clandestina, meno tasse, meno politica), magari ammorbidite dai toni soft del nuovo corso berlusconiano.
Mentre l'elettorato di sinistra, che pure gli aveva aperto una linea di credito all'indomani del 40% alle elezioni europee, si è sentito deluso dal trattamento riservato alle minoranze interne e gli ha voltato la faccia.
SERVE UNA MISURA CHOC. Per riprendere quota il premier ha bisogno di qualcosa di eclatante, magari un provvedimento choc o che i dati macroeconomici facciano registrare impennate improvvise.
Allo stato attuale, però, non si vede nulla di tutto ciò all'orizzonte. E anche le riforme sono a rischio.
Al Senato, dopo la lettera dei 25 membri del Pd che chiedono di rivedere il testo del disegno di legge Boschi e l'Italicum, i numeri ballano pericolosamente per il governo, e la scelta di accelerare sulla riforma del Senato, mettendo da parte provvedimenti tanto attesi, per esempio quello sulle unioni civili, non accrescerà la popolarità del leader fiorentino.
PRIMI DISSIDI INTERNI. Che dopo lo sciopero della fame iniziato dal sottosegretario Ivan Scalfarotto registra i primi dissidi interni al suo esecutivo con pezzi di quell'area Pd che lo ha sostenuto dalla primissima ora.
Senza contare che a breve il prefetto di Roma, Franco Gabrielli, deve consegnare la sua relazione sul Comune capitolino, in base alla quale dovrà essere decretato il destino di Ignazio Marino e la sua Giunta.
ROMA, OBIETTIVO 2016. Una brutta gatta da pelare per l'inquilino di Palazzo Chigi, che spera invece di portare al voto anche la Città eterna nel 2016, con le altre metropoli, Torino, Milano e Napoli. E forse anche l'intero Paese.
Riforme, economia, Europa e ora anche Tsipras permettendo.

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