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PERSONAGGIO 13 Luglio Lug 2015 1940 13 luglio 2015

Merkel statista mancata: la crisi greca la condanna

Amata dai tedeschi. Detestata in Europa. La cancelliera ha perso un'occasione per far svoltare l'Europa. E passare alla storia. Anche der Spiegel la scarica.

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Il giornale più europeo della Germania, der Spiegel, è stato impietoso verso la «cancelliera delle macerie dell'euro» e il suo ministro «senza pietà».
Angela Merkel, la numero uno, la donna più potente del mondo, era chiamata a fare finalmente «qualcosa di grande». Il suo numero due, Wolfgang Schäuble, ministro tedesco delle Finanze, è stato invece l'autore di un «catalogo delle crudeltà».
Il coraggio di der Spiegel, magazine della Germania atlantica e filo-americana, a dare, unico tra i media tedeschi, un'informazione che travalicasse la Germania e i suoi enormi interessi in Europa, non è stato solo un esempio, encomiabile, di informazione libera e allargata dei fatti.
LA POLITICA INTERNA CONDIZIONA IL DIBATTITO. Informazione che, dall'inglese Guardian al New York Times alla rivolta globale sui social media ai diktat del summit Ue, si è rivelata l'unico potere (in parte) ancora indipendente dalla politica assoggettata alla finanza.
Di riflesso, la copertura di der Spiegel sulla crisi greca ha portato anche in evidenza una grande questione politica interna alla Germania, rimasta ai margini del dibattito di Bruxelles nonostante lo abbia, fino all'ultimo, gravemente condizionato.
«MERKEL CEDA PER SALVARE L'EUROPA». Ma emersa, nelle ultime ore, con la cancelliera costretta a giustificarsi, prima del voto imminente al Bundestag, il parlamento tedesco, sul nuovo pacchetto d'aiuti ad Atene e sui «vantaggi dell'accordo che superano chiaramente gli svantaggi».
Lo storico conservatore Micheal Stürmer, ex consigliere del cancelliere della riunificazione Helmut Kohl, come un tempo lo fu, e strettissimo, Schäuble, ha invitato Berlino a «cedere per salvare l'Europa».
Superare l'ossessiva paura per l'inflazione, un residuo di vecchi traumi tedeschi che rischia di provocarne altri e di più grossi, per tendere, insieme alla Francia, una mano all'Europa.

La Linke attacca le scelte politico-economiche della cancelliera

Matteo Renzi con Alexis Tsipras e Angela Merkel.

Parte considerevole dell'opinione pubblica tedesca, e in generale del Nord Europa, è convinta che in Grecia e negli altri Stati deboli d'Europa, molti dei quali al Sud, non si lavori abbastanza.
È infastidita da imperfezioni e inefficienze, recrimina un passo troppo lento, pensa che la colpa dei guai dei Paesi in crisi sia loro e non vuole prestare altri soldi.
É una buona parte, e non sono tutti i tedeschi.
Al Bundestag, i leader della sinistra radicale della Linke hanno attaccato con durezza le scelte politiche ed economiche della cancelliera verso Atene. Anche il fondo di garanzia, nella sostanza di pre-pignoramento, proposto da Schäuble sulle proprietà pubbliche elleniche (50 miliardi di euro, in origine da depositare in Lussemburgo) ha destato parecchio orrore tra i socialdemocratici dell'Spd, che governano nella Grosse Koalition insieme a Merkel.
SOCIALDEMOCRATICI MORBIDI. Contro la Grexit e, in alternativa, contro una sua svendita o umiliazione totale, l'Spd si è riavvicinato ai socialisti di François Hollande nel rush finale dell'Eurosummit.
Ma di fronte alle richieste del premier greco Alexis Tsipras, prima e anche subito dopo il referendum, i socialdemocratici tedechi hanno avuto un atteggiamento di chiusura sul taglio nominale del debito e sulla fine delle misure d'austerity su pensioni e sanità.
L'obiettivo evidente era difendere i risparmi dei contribuenti tedeschi (il 60% dei 323 miliardi che Atene deve ai creditori sono prestiti pubblici europei), mantenendo intatto il suo, non esaltante, consenso interno.
I PAESI NORDICI ESCLUDONO GLI EUROBOND. Il 42% che, nel 2013, ha votato i cristiano-democratici (Cdu-Csu) di Merkel e anche una parte non indifferente dell'elettorato socialdemocratico (circa il 25,7%) sono «stufi», come ripetono Merkel e Schäuble, della mollezza greca nell'approvare le «riforme necessarie» ingoiate dal resto d'Europa, e vorrebbe ripagati, prima possibile, i loro debiti.
Gli eurobond, la condivisione dei buchi di bilancio nazionali chiesta anche dagli Stati Uniti e dalla Francia e dall'Italia, esplosa la crisi nel 2009, è semplicemente inconcepibile per il sentire comune dei nordici.

Il destino di Merkel come statista è segnato

Angela Merkel e Alexis Tsipras.

Non a caso, sempre escludendo der Spiegel, in Germania la crisi greca è stata narrata dai media appiattendosi sulla ristretta prospettiva interna.
Un punto di vista imperturbabile e alla fine anche indifferente allo scandalo esterno per tanta inamovibilità e intransigenza.
Ora la cancelliera dovrà convincere la maggioranza dei tedeschi che i nuovi 82-86 miliardi di euro prestati ad Atene con un terzo pacchetto non sono troppi. Che le riforme accettate da Tsipras, come contraltare, nel memorandum severissimo, saranno legge in tempi celerissimi.
In questo modo otterrà il sì, non scontato, del parlamento tedesco, al prezzo però di un diffuso e montante discredito, gettato sulla Germania all'estero (non solo in Europa), per aver scritto un'altra triste pagina di storia.
LO SCONTRO TRA SCHAEUBLE E DRAGHI. Serviva un salto da statista - non solo di Merkel e della Germania - del calibro di un Charles De Gaulle o anche di un Kohl, non certo paladini della solidarietà, per gettare, nel nome di una storia comune e di un possibile futuro insieme, il cuore oltre l'ostacolo, proiettare i cittadini europei oltre le diffidenti logiche nazionali.
Fare «qualcosa di grande», in un momento critico per il Vecchio continente, ma non catastrofico come nel 1945,
Invece, nella crisi dell'euro, i leader dell'Ue sono stati capaci solo di correre dietro la pancia dei loro elettori. Con la loro rigidità Merkel e Schäuble - non solo Tsipras - hanno rischiato e rischiano seriamente di far saltare l'Eurozona.
Il ministro della Finanze tedesco, secondo indiscrezioni derubricate dalla Bce come «scambio di vedute» ma che hanno fatto il giro del mondo, sarebbe arrivato a mancare di rispetto alla figura super partes del capo dell'Eurotower Mario Draghi, colpevole di averlo «trattato da scemo».
LA LEADERSHIP SCREDITATA. Il premier italiano Matteo Renzi ha criticato Tsipras per il referendum, poi anche la Germania («il troppo è troppo»). Ma niente, nonostante l'invito degli Usa a Berlino a non tirare troppo la corda, fino all'ultimo sono volati gli stracci.
Anche la Germania ha perso la fiducia tra i partner internazionali. La sua prova di leadership è diventata esempio di rappresaglia mirata.
Berlino è nel mirino per aver accettato, secondo indiscrezioni francesi, il taglio di 1,45 miliardi di debito della Carinzia austriaca, e non di quello greco. Due pesi, due misure.
Merkel e Schäuble hanno vinto la partita greca e, per ora, anche quella interna. Ma la Germania è sempre più odiata e difficilmente la cancelliera sarà ricordata come la statista che, in un momento difficile, ha tenuto insieme l'Europa.

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