Nucleare Iran, incontro finale a 10:30
DIPLOMATICAMENTE 14 Luglio Lug 2015 1746 14 luglio 2015

Usa-Iran, l'accordo sul nucleare è fragile ma sopravviverà

Un'intesa senza vincitori né vinti. Tutto dipenderà da quanto Teheran e Washington rispetteranno i patti. E gli ostacoli non sono pochi.

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Lunghi anni di negoziato, 13 nell’insieme, condotti ufficialmente e segretamente: poi il loro rilancio con l’arrivo alla presidenza di Rohani, la bozza di intesa preliminare, i diversi rinvii, quindi i “parametri” dell’aprile scorso. In seguito la scadenza del 30 giungo prorogata al 7, al 9 e infine al 13 luglio.
Negoziato defatigante quanto può essere una trattativa galleggiante su un mare di sfiducia reciproca. Ma alla fine la navigazione è arrivata in porto, con cento pagine di accordo includenti e ben cinque annessi tecnici: un carico impressionante di parole e di carta con le quali si sono fissati i termini di un patto che non è esagerato definire di valenza storica. Se verrà applicato seriamente, senza sotterfugi o prevaricazioni.
Quattro almeno le ragioni che giustificano l’uso di quest’aggettivo:
UNA TRATTATIVA SEMPRE AL LIMITE. Intanto perché tutte le parti in causa - in particolare gli Usa e l’Iran, i due protagonisti della vicenda – hanno saputo tirare la corda della trattativa fino all’estremo della difesa dei rispettivi interessi in gioco, evitando che si spezzasse. Con ciò confermando il fatto che questo accordo era talmente importante che non si poteva non concludere: per ragioni di prestigio, certo, ma soprattutto per motivazioni politico-strategiche e socio-economiche di primaria rilevanza.
Per Barack Obama si tratta del vero “successo” che andava cercando in politica estera, forse anche per legittimare a posteriori un premio Nobel per la pace quantomeno intempestivo.
Per il presidente iraniano Rohani, invece, della liberazione annunciata dalle sanzioni, sullo sfondo di una riaffermata sovranità e rispetto della dignità nazionale.
Per le altre parti in causa, cioè Russia, Regno Unito, Francia (membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite) e Germania l’aver contribuito a un importante esercizio di governance internazionale intergovernativa malgrado le evidenti criticità dei loro rispettivi rapporti bilaterali su altri fronti geo-politici e le prove di debolezza offerte denunciate in questa fase dalla massima rappresentanza della governance multilaterale istituzionalizzata, cioè proprio le Nazioni Unite.
DA MOGHERINI OTTIMO COORDINAMENTO. Per l’Unione europea, alias l’alto rappresentante Mogherini, un meritorio ruolo di coordinamento.
Tra le altre ragioni che conferiscono grande specialità a quest’accordo vorrei citare il fatto che esso rappresenta il concreto esempio della possibilità di trovare una soluzione negoziata, dunque politica, e non militare, in materia di armamento nucleare. Un patto di reciproche garanzie che, in estrema sintesi, può essere espresso in questi termini: per l’intera Comunità internazionale, rappresentata dai predetti 5 +1, la sicurezza che l’Iran non potrà dotarsi della capacità di costruzione dell’arma nucleare - ciò che questo Paese per la verità ha sempre dichiarato di non volere – per almeno 10 anni salvo incorrere in serie penalizzazioni.
Per Teheran la garanzia della rimozione della cappa soffocante delle sanzioni imposte nel corso degli anni da singoli Stati (in primis gli Stati Uniti), dalla Unione europea e dalle Nazioni Unite e dunque della sua riammissione alla piena cittadinanza politica ed economica internazionale.

Obama pronto a usare il diritto di veto se il Congresso contrasterà l'accordo

L’Iran, non dimentichiamolo, è accreditato di 150 miliardi di barili di petrolio (quarto posto mondiale, il primo per il gas), rappresenta un mercato assai appetibile in termini economici e commerciali e ha un patrimonio storico-culturale di straordinario valore.
L'accordo interrompe una storia di contrapposizione radicale tra Iran e Usa - il grande Satana per l’uno, una minaccia del terrore per l’altro – lunga ben 36 anni e apre un importante spiraglio verso un graduale miglioramento dei rapporti tra i due Paesi.
Ci vorrà del tempo e degli atti concreti, dall’una e dall’altra parte per superare le rispettive ragioni di ostilità o comunque di diffidenza; ma un passo iniziale in quella direzione è stato compiuto.
Questa intesa ricolloca l’Iran tra gli assi portanti dell’equilibrio di un’area tanto tormentata quanto di nevralgica importanza sia sulla direttrice Est-Ovest (Medio Oriente-Asia) che su quella Nord-Sud (Eurasia-Golfo Persico) in una chiave auspicabilmente costruttiva e non solo di legittimità formale e di rapporti di forza. Auspicabilmente perché è ben nota la politica di destabilizzazione che l’Iran continua a portare avanti in Medio Oriente e non solo, come Kerry, il ministro degli esteri americano, ha più volte dichiarato.
UN CAMBIO DI PASSO CONCRETO. Si volta dunque pagina? Penso proprio di sì. È vero infatti che adesso il Congresso a maggioranza repubblicana potrà “rivedere” il testo, e lo farà in termini decisamente critici nei 30 giorni previsti per il dibattito in materia, ma ben poco potrà fare per contrastare il potere di veto di cui il presidente è depositario.
E Obama ha già dichiarato che lo userà, con ciò avvisando il Congresso ma anche Israele.
E poco importa se non potrà impedire la rimozione delle sanzioni decise dal Congresso stesso per i due mesi in questione. Importa che abbia voluto rendere palatabile al Congresso e agli iranianofobi americani – lui stesso ha indirettamente qualificato Teheran come avversario se non proprio come nemico - valorizzandone soprattutto l’imbracatura anti-nucleare che ne costituisce l’impianto di fondo.
Gli ha risposto Rohani, che ben consapevole del cospicuo frutto raccolto a favore dell’economia e della popolazione iraniana grazie alla rimozione delle sanzioni, ha tenuto a rivendicare la capacità negoziale della sua delegazione e soprattutto il riscatto della dignità e dell’orgoglio nazionale. Con ciò cercando di tacitare i suoi oppositori interni già ammansiti per la verità da un Khamenei abile navigatore tra loro e la sua squadra di governo che di fatto ha sempre sostenuto.
TEL AVIV E RIYAD STORCONO IL NASO. Netanyahu ha reagito in maniera scomposta, ma l’accordo adesso c’è e Tel Aviv dovrà farsene una ragione. Del resto non ha concrete alternative, né politicamente col Congresso americano né tanto meno sotto il profilo militare.
Dovrebbe rivedere questa sua posizione, come quella che tiene sulla questione palestinese, ma non lo farà se non obbligato.
Ben diversa la reazione pacata di Riyad – l’accordo sarà positivo se bloccherà l’arsenale nucleare iraniano – che comunque considera fortemente problematico il rapporto con il suo grande antagonista regionale. Al punto da indurlo a imboccare, nell’ampio contesto di una strategia di allargamento del suo orizzonte geo-politico e geo-economico oltre i confini delle sue storiche relazioni con gli Usa, la strada di un duro confronto egemonico a livello regionale con l’Iran.
Ne sono indicatori di rilievo il riavvicinamento con la Turchia e soprattutto lo schieramento politico-militare arabo che l’Arabia saudita è riuscita a mettere assieme nella guerra per procura ingaggiata in Yemen.
Molto dipenderà dalla prossima linea di condotta di Teheran, sia in materia di osservanza delle verifiche periodiche che si è impegnata ad accettare sotto la spada di Damocle del ripristino pressocché immediato delle sanzioni; sia in chiave di ricerca di un modus vivendi il meno conflittuale possibile con il mondo sunnita, turco e arabo in particolare.
Il comune nemico del Califfato potrebbe aiutare, ma non se l’azione anti-Isis dovesse consolidarsi a danno delle tribù sunnite irachene e a vantaggio di Bashar al Assad in Siria.
Tutto dipenderà dall’applicazione pratica di questo accordo, che costituirà la vera e inequivoca lettura del compromesso raggiunto, tanto realistico e sostenibile a mio giudizio in quanto nessuna delle parti può dirsi vincente o perdente.

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