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NEGOZIATI 16 Luglio Lug 2015 1845 16 luglio 2015

Libia, c'è la grana Haftar sulla strada per la pace

Siglato un primo armistizio tra le milizie. Gli islamisti di Tripoli non firmano. Perché vogliono il generale fuori dall'esercito. In questo caso, però, Tobruk può far saltare il tavolo.

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Mentre il mondo era incollato alla firma dell'accordo tra gli Stati Uniti e l'Iran, per le Nazioni Unite un altro negoziato faceva passi «significativi».
Le trattative sulla Libia in Marocco sono arrivate a un documento di armistizio, sottoscritto dalla maggioranza delle milizie.
Ancora le ostilità non cessano. Il Congresso nazionale generale (Cng) di Tripoli, l'autoproclamato parlamento degli islamisti, non ha accettato l'accordo, per ragioni militari e politiche.
Il parlamento esiliato a Tobruk lo ha invece sottoscritto, per le condizioni favorevoli e anche perché i nemici della capitale avevano detto no.
IL VETO SU HAFTAR. Il casus belli tra le due principali forze che governano in Libia resta il controverso generale Khalifa Haftar, ex gheddafiano che ha in mano l'assemblea di Tobruk e che divide il Paese.
Arrivati sul punto di fallire, i negoziati hanno comunque segnato un progresso, per l'inviato speciale delle Nazioni Unite in Libia Bernardino Leon, «realmente importante».
PACE TRA MILIZIE. Le milizie che controllano localmente il territorio fuori e anche dentro Tripoli, spartendosi i deputati dei due parlamenti a colpi di attentati, sequestri e intimidazioni, si sono impegnate a non attaccarsi più a vicenda.
Il testo per la «pace e la riconciliazione», che l'Onu punta a completare con il suggello di tutti per i festeggiamenti di fine Ramadan, afferma che le «città firmatarie non usano il loro territorio per attaccare altre città, né sostenere partiti aggressori di altre città».

  • La bozza di armistizio firmata dalle milizie con l'Onu.

Zintan e Misurata depongono le armi, ma Tripoli resta fuori

Il generale Khalifa Haftar.

Tra le città firmatarie spiccano Misurata, brigata alleata degli islamisti di Tripoli, e i rivali di Zintan, alleati viceversa di Tobruk.
Attraverso pressioni intenazionali e un processo di cooptazione interna, il mediatore Leon confida di portare dentro anche il governo della capitale, «non pronto» all'intesa.
«All’ultimo round dei colloqui abbiamo avanzato le nostre riserve, ma non sono state prese in considerazione», ha detto uno dei leader del Cng.
POSSIBILI RITOCCHI. In effetti la bozza non andava incontro agli islamisti che, nel 2011, sottrassero Tripoli a Gheddafi. Ma potrebbe essere ritoccata con alcune concessioni.
A quel punto la controparte di Tobruk e il suo capo militare usciranno dall'accordo?
È possibile, la guerra tra i due va avanti dalla presa del Congresso nazionale degli islamisti nell'agosto 2014 e dalla conseguente nomina di un premier parallelo.
Tripoli chiede all'Onu che Haftar non sia il capo dell'esercito di un possibile governo di unità nazionale, obiettivo delle trattative, e che le sue milizie islamiste vengano assorbite nelle nuove forze dell'ordine.
POTERE LEGISLATIVO A TOBRUK. Altra grande perplessità è la trasformazione, secondo il protocollo dell'intesa, del Cng in un Consiglio di Stato con funzione meramente consultiva. Il potere legislativo resterebbe invece, con un prolungamento di mandato, interamente al parlamento di Tobruk.
È vero che i deputati cacciati nell'Est della Libia sono gli unici a essere stati legittimamente eletti alle Legislative di un anno fa.
La controparte di Tripoli contesta tuttavia la scarsissima partecipazione all'ultimo voto (circa 600 mila elettori su circa 6 milioni di abitanti) e denuncia i bombardamenti interni delle forze di Haftar come violazione della legalità internazionale.

Gli islamisti tentati dalla jihad ma contro il petrolio agli stranieri

Complice la mediazione di Roma, il mosaico di milizie libiche e delle loro giunte comunali, nate sul modello dei Comitati di liberazione nazionale (Cln) italiani della Resistenza, tratta da molti mesi con le Nazioni Unite.
Seppur molto fragilmente, attraverso la diplomazia in Libia si sta ricomponendo il frastagliato tessuto civile e anche militare, sul terreno dell'interesse nazionale.
Per i libici è essenziale mantenere il controllo del petrolio e i combattenti stranieri dell'Isis sono un campanello di allarme.
L'ISIS MINACCIA I POZZI. Nel Paese il Califfato ha piantato campi d'addestramento grazie al largo appoggio di gruppi jihadisti come Ansar al Sharia libica e allo sprovveduto passaparola di adesione tra le tribù. Ma è una grande minaccia per il controllo dei pozzi che rappresentano il 90% degli introiti dello Stato.
È importante che Misurata e Zintan siano d'accordo.
Capofila dell'insurrezione contro Gheddafi, la brigata di Misurata si è ripulita dalle sue collusioni con i jihadisti, aprendo un difficile e sanguinoso fronte contro l'Isis a Sirte, ex roccaforte del Colonnello in mano al Califfato.
Dal 2011 la milizia di Zintan tiene invece prigioniero l'erede e primogenito del Colonnello, Saif al Islam, colui che ha il mano le chiavi per i beni del regime.
MINACCIA DI SANZIONI. Dietro la lotta tra «islamisti e laici» della Libia c'è anche una maxi spartizione di potere e denaro, collanti tuttavia contro la depredazione straniera.
«Il Cng sarà al prossimo round di negozionati», ha annunciato il capo dei misuratini. Per serrare le fila, le Nazioni Unite e l'Unione europea sarebbero pronte a sanzionare i sabotatori dell'intesa.
I due maggiori player della Libia restano inaffidabili. Ma la maggioranza delle milizie sta con l'Onu.
Le intese a metà si firmano anche per prendere tempo, forze rilevanti remano contro la pace. Ma esistono ragioni per sperare.

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