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DIVERGENZE 16 Luglio Lug 2015 0700 16 luglio 2015

Non solo Grecia: tutte le frizioni nell'Unione europea

Spaccati su Atene. Poco solidali coi migranti. Lontani pure in tema di sicurezza, energia, sanzioni alla Russia e diritti. L'intesa impossibile tra i 28 Paesi membri.

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da Bruxelles

La sede del parlamento europeo.

Quando la mattina del 13 luglio 2015 il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, dopo 17 ore di negoziati all'Eurosummit di Bruxelles sul caso Grecia, si è presentato nella sala stampa del palazzo Justus Lipsius dicendo: «C'è l'accordo all'unanimità», sembrava un medico che davanti al paziente ormai cadavere continua a dire: «Sta bene, ce la farà».
Perché più che unanime, l'Unione europea è esanime.
CREDIBILITÀ DISTRUTTA. Da quando è cominciata la crisi greca «la più importante delle conseguenze è stata la distruzione della credibilità e dell'immagine delle istituzioni europee», ha osservato l'economista e politologo Edward Luttwak.
Ma non è solo in questi ultimi sei mesi di negoziati ellenici che gli Stati membri non sono riusciti a trovare l'unanimità senza sacrificare principi e volontà nazionali.
DISACCORDO SU TUTTO. Accordi e soprattutto disaccordi sono all'ordine del giorno su tutto: dalla Grexit al trattato di libero scambio con gli Stati Uniti (Ttip); dalle politiche sull'immigrazione a quelle sulla sicurezza, dalla legislazione sui minerali estratti nelle zone di guerra alla direttiva sul Passenger name record (Pnr) per la registrazione dei passeggeri sui voli nell'area Schengen, passando per le divisioni sul pacchetto energia o anche sul semplice concetto di condivisione dei valori fondanti dell'Ue.

Grecia, spaccatura dura da rimarginare

Bruxelles: Hollande, Merkel e Tsipras al tavolo delle trattative.

Le frizioni su come affrontare il bailout di Atene hanno solo messo in evidenza per l'ennesima volta le diverse idee, culture, economie e politiche dei 19 Stati dell'Eurozona e di tutti i 28 dell'Ue.
Da una parte i Paesi baltici e dell'Est, contrari ad ascoltare le proposte di Tsipras e fedeli alla linea dura del ministro tedesco Schaeuble, dall'altra Francia e Italia.
«EUROPEI VENDICATIVI». «Gli europei sono stati vendicativi», così li ha definiti Tsipras in un'intervista il 14 luglio alla televisione pubblica Ert, sottolineando che gli unici ad aver appoggiato il governo greco durante il lungo negoziato sono stati «Italia, Francia e Cipro».
In mezzo una serie di Stati che vanno dove tira il vento a seconda delle proprie necessità nazionali.
INCERTEZZA SPAGNOLA. Come la Spagna del conservatore Mariano Rajoy, all'inizio duro nei confronti di Tsipras, consapevole che sostenere Syriza volesse dire aiutare Podemos, salvo poi all'ultimo manifestare il proprio sostegno: «La Spagna mantiene un approccio costruttivo ed è disponibile ad aiutare la Grecia», ha scritto su Twitter il 15 luglio.
Ma nonostante le aperture più o meno tardive, la possibilità di far uscire la Grecia dalla zona euro era già stata presentata come un'opzione.
L'UE USCITA INDEBOLITA. Così mettendo sul tavolo la questione, l'Ue ne è uscita ancora più indebolita, perché, come ha spiegato l'economista Paul De Grauwe, «la Grexit temporanea è come il divorzio temporaneo. La maggior parte finisce per essere permanente».
E anche solo parlarne ha creato una ferita difficile da rimarginare.
Il risultato è che «tutte le istituzioni Ue si sono ridotte a un livello tale che la cosa più produttiva sarebbe lasciarle cadere e tornare al mercato comune, che invece è stato un successo e funzionava bene», ha detto Luttwak.
DIVISI PURE SUL PRESTITO. Una volta approvato l'accordo «all'unanimità», infatti, è sul prestito ponte che le divisioni europee si sono di nuovo manifestate.
La Commissione Ue ha proposto l'uso del meccanismo di stabilità finanziario europeo (Efsm, finanziato da tutti i 28 Paesi Ue) per fornire alla Grecia un prestito ponte a breve termine: «È la soluzione migliore», ha spiegato il 15 luglio il vice presidente dell'esecutivo europeo Valdis Dombrovskis, anche perché «non ci sono molte altre opzioni».
BRITANNICI CONTRARI. L'idea non piace però ad alcuni Stati membri, a partire dal Regno Unito, il primo a esprimere pubblicamente la propria contrarietà: «L'idea che contribuenti britannici mettano soldi sul tavolo non può proprio partire», ha detto il ministro delle finanze George Osborne il 14 luglio all'Ecofin.

Immigrazione, la solidarietà che non c'è

Una manifestazione di Amnesty International a Bruxelles contro le politiche dell'Unione europea sull'immigrazione.

Ma non è solo sulla Grecia che il Regno Unito prende le distanze dall'Unione europea a cui appartiene.
Così se è difficile trovare la quadra tra i 19 della zona euro, l'unione comunitaria diventa ancora più perseguibile quando i temi riguardano i 28.
E l'Agenda Immigrazione proposta dalla Commissione europea ne è un chiaro esempio.
NO ALLA REDISTRIBUZIONE. Dopo mesi di riunioni, annunci e summit di emergenza, il risultato è che la redistribuzione dalla Grecia e dall'Italia di 40 migranti che hanno diritto alla protezione internazionale attraverso tutti i 28 Stati membri non è piaciuta ai governi nazionali: 12 si sono opposti sin dall'inizio, Regno Unito in primis.
L'appello al principio di solidarietà fatto dalla Commissione alle capitali dell’Unione per rendere il sistema di redistribuzione obbligatorio ha spaccato l’Europa, che per ritrovare l'unità ha dovuto piegarsi e trasformare in volontario il principio di redistribuzione.
Ancora una volta a opporsi sono stati i baltici e quelli dell’Est: polacchi, ungheresi, slovacchi, cechi.
RUSSIA, IL VICINO SCOMODO. Paesi del Nord e dell'Europa Orientale, avversari storici di Mosca, sono stati invece i primi a spingere per un rafforzamento delle sanzioni alla Russia.
Così Mosca, per anni considerata un partner strategico dell'Ue, con la crisi ucraina è diventata il vicino scomodo.
Dal quale però ancora tanti Stati europei si riforniscono per riscaldare le proprie case e far funzionare le proprie industrie.
Per questo la riluttanza a continuare a percorre la strada delle sanzioni è stata più volte manifestata dai Paesi del Sud Europa, con Francia e Germania in bilico, spaventate dalle possibili conseguenze di una crisi geo-politica con la Russia. Che per ora è solo all'inizio, ma davanti alla quale non si riesce nemmeno a correre ai ripari, almeno a livello pratico.
PACCHETTO ENERGIA. Su tutte le politiche, infatti, che dovrebbero mirare a rendere l'Ue più indipendente dal punto di vista energetico, la strada da fare è ancora lunga.
Nel pacchetto energia Ue già solo la richiesta di un aumento dell'uso delle rinnovabili del 27% rispetto al totale di energia consumata, e l'aumento dell'efficienza energetica sempre al 27%, non è piaciuta a molti Stai membri. A partire dal solito blocco dei Paesi dell'Est guidati dalla Polonia, contrari ad obiettivi ambiziosi e vincolanti che portino a investire di più sulle rinnovabili. Un niet sostenuto anche dal Regno Unito ostile ai target vincolanti. E così si continua a trattare.

Sicurezza, il difficile accordo tra i co-legislatori

Uomini alla ricerca di minerali in Congo.

Questioni irrisolte, come quello sulla sicurezza, che per alcuni Paesi deve essere rafforzata attraverso l'approvazione della direttiva sul Passenger name record (Pnr) per la registrazione dei passeggeri sui voli nell'area Schengen.
Per il ministro francese Cazeneuve è uno «strumento fondamentale» per la lotta al terrorismo jihadista, e bisogna approvarla in maniera «urgente».
PRIVACY IN BILICO. Ma al parlamento Ue la proposta della Commissione europea (presentata nel lontano febbraio 2011) è bloccata per il timore manifestato da molti eurodeputati di un eccessivo abbassamento della soglia di privacy sui dati sensibili.
Tra questi in prima fila ci sono i tedeschi come la socialdemocratica Birgit Sippel e Jan Philipp Albrecht dei Verdi, o gli austriaci come l'europarlamentare Jörg Leichtfried. Secondo il belga Guy Verhofstadt, presidente del gruppo dei liberali Alde «invece che una maggiore raccolta di dati, dovremmo concentrarci su una migliore scambio di informazioni e una migliore cooperazione».
MINERALI DELLA DISCORDIA. Stessa unione, stessa disunione anche sul «sistema europeo di autocertificazione per gli importatori di alcuni minerali originari di zone di conflitto e ad alto rischio»: una proposta di regolamento Ue, che è riuscita a spaccare persino due gruppi politici del parlamento europeo e far perdere centinaia di voti alla maggioranza politica di centrodestra.
Il testo iniziale proposto dalla Commissione mirava a introdurre un meccanismo di autocertificazione per spingere le 800 mila imprese che importano, lavorano e usano alcuni minerali, estratti in zone di conflitto in Africa, a rifornirsi solo da miniere certificate, dove cioè non vengono violati i diritti umani dei minatori e delle loro famiglie e non si usano i proventi dell'estrazione per finanziare le guerre.
UN TERMINE E VA TUTTO IN TILT. Ma è bastato il voto di un emendamento che chiedeva di capovolgere l'impostazione del testo, passando dall'autocertificazione all'obbligatorietà, per mandare in tilt il sistema europeo.
Così in mancanza di una unità, il parlamento ha deciso di non votare la risoluzione legislativa, sospendendo l'approvazione finale del testo, per tornare così a negoziare con il Consiglio Ue. Che però è quasi tutto schierato per l'autocertificazione.
Sarà quindi difficile trovare un accordo, chissà tra quanto tempo, che tenga in considerazione il voto dell'Aula di Strasburgo.

Maternità e diritti fondamentali, parola d'ordine 'stallo'

La sede del parlamento europeo a Bruxelles.

Insomma più che Unione la parola d'ordine è dis-Unione, e quindi stallo. Si decide di non decidere.
La madre di tutti i disaccordi è la proposta di direttiva sul congedo di maternità, che dopo essere stata discussa per anni passando dai tavoli della Commissione a quelli del parlamento e del Consiglio, a luglio è stata ritirata per l'impossibilità di trovare un accordo.
NEGOZIATO IMPOSSIBILE. Sin da quando l'esecutivo europeo ha presentato la proposta nel 2008 (aumentare il congedo a 18 settimane totalmente retribuite, di cui 6 dopo il parto obbligatorie, oggi siamo fermi a 14 con retribuzione non sempre totale, ndr), il negoziato è stato molto difficile. Troppo grande la distanza tra le posizioni all'interno del Consiglio, che ha reso ancora più difficile trovare un compromesso con il parlamento (i deputati avevano cercato di estendere il periodo a 20 settimane, suggerendo anche di prevedere un congedo di paternità di 2 settimane, retribuito al 100%, ndr).
Ma le differenze tra i diversi sistemi sociali nazionali in materia ha impedito di trovare una soluzione comunitaria.
LA CHIMERA UNANIMITÀ. L'unanimità è infatti sempre una chimera quando sul tavolo sono messi principi che riguardano i diritti sociali dei cittadini europei.
Per ritrovare lo spirito comunitario si potrebbe guardare allora ai principi fondanti dell'Ue, quelli a cui il vice presidente della Commissione europea Timmermans si è appellato più volte: dignità umana, libertà, democrazia, uguaglianza, stato di diritto. E rispetto dei diritti umani, a partire da quello alla vita.
ORBAN, MURO CONTESTATO. Ma basta guardare gli ultimi annunci del premier ungherese Victor Orban, intenzionato a ripristinare in Ungheria la pena di morte e costruire un muro per impedire agli immigrati di arrivare dal confine con la Serbia, per capire che anche sulla condivisione degli stessi valori l'unanimità è a rischio.
La proposta di Orban, per quanto provocatoria, ha fatto sobbalzare i politici di Bruxelles: «La Carta dei diritti fondamentali dell’Unione proibisce la pena di morte», ha tuonato il presidente Jean-Claude Juncker. E reintrodurla sarebbe una ferita al cuore dell'Europa troppo grande. Perché, come scriveva il drammaturgo romano Publilio Siro, «il cuore e non il corpo rende l'unione eterna». Ma per ora a Bruxelles sembrano entrambe in pericolo.

Twitter @antodem

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