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EQUILIBRI 17 Luglio Lug 2015 0700 17 luglio 2015

Germania, il voto sulla Grecia spacca la maggioranza

Il sì tedesco agli aiuti per Atene è scontato. Ma tra i deputati sale il malcontento. In Cdu-Csu circa 100 dissidenti. Merkel: «Irresponsabile non dare altra chance».

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da Berlino

Angela Merkel e il ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schaeuble.

I giorni dei dissidenti sono quelli che precedono il voto al Bundestag di venerdì 17 luglio.
Sono gli scontenti del partito della Merkel, i parlamentari che tifavano per la Grexit e che hanno sperato fino all'ultimo che la fuga in avanti di Schäuble, l'uscita per cinque anni di Atene dalla moneta unica, avesse spinto Alexis Tsipras a portarsela via quella giacca platealmente gettata sul tavolo delle trattative.
FRONDA ANTI-ATENE. Una fetta dell'Unione, l'alleanza parlamentare fra i due partiti democristiani Cdu e Csu, non ne può più di impegnare risorse (tra le quali i soldi dei contribuenti tedeschi) per inseguire un salvataggio greco che mai arriverà.
Non credono più che Atene possa imboccare la via della ripresa, non si fidano più delle promesse di un governo che giudicano marxista e ritengono che anche l'ultimo vertice, quello che ha visto Angela Merkel trionfatrice e Alexis Tsipras perdente, sia servito soltanto ad allungare l'agonia.
Il problema, che a loro avviso è Atene e non la deficitaria impalcatura che sostiene l'euro, è solo rimandato.
L'OK AGLI AIUTI È SCONTATO. Quanti siano questi parlamentari e cosa siano disposti a fare al momento del voto è di fatto l'unica incognita che agita i sonni del mondo politico berlinese.
Perché la maggioranza di governo è talmente solida nei numeri da non rischiare nulla di drammatico nel voto di venerdì.
Tanto più che il venerdì 17, nella cabala tedesca, non porta sfortuna, è un giorno come gli altri.
Lo scorso febbraio furono 29 parlamentari della Cdu e della Csu a votare contro il prolungamento delle misure del secondo pacchetto di aiuti alla Grecia.
PEZZI DA 90 CONTRO MERKEL. I nomi dei dissidenti non dicono nulla al lettore italiano ma costituiscono l'ossatura di una corrente centrista (e non di destra) all'interno dell'Unione: Carsten Linnemann, Hans Michelbach, Christian von Stetten. A loro va aggiunto almeno Wolfgang Bosbach, un calibro da novanta (è stato vice capogruppo), che tre settimane fa in tivù ha preannunciato le proprie dimissioni nel caso in cui al Bundestag verrà messo al voto un terzo pacchetto di aiuti ad Atene.
Non sono populisti estremisti ma rigoristi liberali che credono nel mantra merkeliano «se fallisce l'euro fallisce l'Europa»: solo che ritengono che l'unico modo di non far fallire la moneta unica sia quello di accompagnare gli scapestrati greci alla porta.

A febbraio furono in 100 a minacciare di non votare più sì

L'interrogativo che agita i sonni della Merkel è quanti deputati dell'Unione azzarderanno un voto contrario. Sempre lo scorso febbraio, furono un centinaio a dichiarare ai giornalisti di aver votato a favore turandosi il naso. E a minacciare che sarebbe stata l'ultima volta.
Ma l'impressione che corre in queste ore tra gli osservatori politici a Berlino è che alla fine la fronda sarà contenuta. Nel comitato di presidenza che lunedì 13 luglio ha ascoltato la relazione di un'Angela Merkel appena rientrata da Bruxelles, gli applausi si sono sprecati e solo un membro avrebbe espresso apertamente critiche all'accordo.
RICUCITO IL RAPPORTO CON SCHÄUBLE. Se vista dall'ottica europea lo spettacolo offerto dal braccio di ferro europeo getta lunghe ombre sul futuro del progetto comune, osservato dal più ristretto osservatorio berlinese il bilancio appare più che positivo.
La cancelliera ha recuperato il rapporto con il suo ministro delle Finanze, superando le divergenze (vere o presunte) delle settimane precedenti e lavorando di sponda per mettere all'angolo Tsipras. Ha imposto al premier greco condizioni stringenti, che se non saranno messe in pratica annulleranno gli aiuti previsti, e ha evitato di accollarsi il fardello di un fallimento storico.
La Grexit sì, sarebbe stata anche una sua sconfitta. Adesso invece può giocare, almeno in patria, il ruolo di chi ha tenuto la barra dritta sui principi tenendo sempre presente il supremo interesse dell'Europa.
I TEDESCHI STANNO CON ANGELA. Il punto di riferimento per tutti i deputati resta l'opinione degli elettori. A leggere l'autorevole sondaggio della prima rete televisiva pubblica Ard, i dubbi sono pochi: il 52% degli interpellati ha approvato l'accordo con la Grecia (contrario il 44%), il 57% considera le riforme richieste ai greci adeguate (il 13% troppo dure, il 22% troppo leggere). Alti gli indici di gradimento per l'operato dei protagonisti: 64% per Schäuble, 62% per Merkel.
L'opposizione parlamentare, già debole di suo, non avrà molto margine di manovra. È anche divisa al suo interno, con la Linke simpatizzante delle posizioni di Syriza e i Verdi più legati a un concetto idealista dell'Europa che disapprova tanto le rigidità del governo tedesco quanto gli avventurismi di quello greco. Anche per loro oggi è il momento dei distinguo e della dissidenza, venerdì (almeno per i Verdi) i toni saranno più equilibrati.
GABRIEL NON HA SCELTA. Dal fronte socialdemocratico arrivano flebili note. È il partner di minoranza del governo e come tale destinato a seguire la linea dettata dalla cancelliera e dal ministro delle Finanze.
Il leader dell'Spd Sigmar Gabriel è uscito con le ossa rotte dal fine settimana bruxellese, pur non avendovi partecipato direttamente. Schäuble lo ha chiamato pubblicamente in causa dicendo che la proposta della Grexit a tempo l'aveva concordata con tutto il governo e Gabriel, con un messaggio contorto sui social network, ha dovuto ammetterlo.
Nel partito è scoppiato un pandemonio, ma è una tempesta tutta interna a una forza politica dal passato glorioso ma dal presente gramo. Ancora una volta la decisione di appoggiare un governo guidato da Merkel si sta rivelando esiziale per la socialdemocrazia tedesca.

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