Crocetta 140709213739
EDITORIALE 17 Luglio Lug 2015 1125 17 luglio 2015

Non si uccidono così neanche i Crocetta

Il Pd scarica in fretta e furia il governatore. Che vede la sua vita politica brutalmente interrotta. Per colpa di un'intercettazione che non andava nemmeno pubblicata. Di questo passo torneremo alla barbarie del diritto. 

  • ...

Il presidente della Regione Sicilia, Rosario Crocetta.

Una telefonata allunga la vita, recitava un famoso refrain della pubblicità. In politica, vale esattamente il contrario, te la accorcia.
Nel caso di Rosario Crocetta, governatore della Sicilia anche sull’onda del suo impegno nella lotta alla mafia, la interrompe brutalmente.
L’accusa è di quelle più infamanti. In una conversazione con il suo medico arrestato per una vicenda di malasanità, non avrebbe proferito verbo di fronte alle parole del suo interlocutore che augurava a Lucia Borsellino, assessore alla Sanità, la stessa fine del padre Paolo.
IL PD SCARICA CROCETTA IN UN AMEN. L’Espresso anticipa il contenuto dell’intercettazione e il governatore si autosospende all’istante precipitando in un dramma umano facilmente comprensibile. Del resto, il silenzio di fronte a una simile frase per un uomo delle istituzioni è quasi una colpa più grave che non averla pronunciata.
Crocetta si giustifica dicendo di non ricordare, o comunque di non averla sentita. Il Pd, partito che sostiene la sua tribolata Giunta (ha cambiato in due anni una trentina di assessori, e questo la dice lunga sulla situazione a Palermo), con fulminea velocità coglie la palla al balzo e scarica il governatore.
LA SMENTITA DELLA PROCURA. Era da tempo che meditava di farlo perché la Sicilia, come amano ripetere i luogotenenti renziani dell’isola, è la Grecia d’Italia, ovvero una regione tecnicamente fallita, fonte di una cronica sequela di guai.
Peccato però che a guastare tanto zelo ci pensi la procura di Palermo, smentendo che agli atti dell’inchiesta ci sia quella frase.
Per scrupolo hanno risentito i nastri dell’inchiesta condotta dai carabinieri del Nas, e non se ne trova traccia. Pronta la controreplica del settimanale romano: la frase c’è, l’abbiamo ascoltata, solo che fa parte di uno dei filoni dell’indagine che sono stati secretati.
L'ESPRESSO RENDA PUBBLICO L'AUDIO. Risultato. Crocetta è moralmente distrutto, il Pd ingrana la retromarcia perché dopo la smentita della procura bisogna andarci con i piedi di piombo, e si aspetta il secondo capitolo della vicenda il cui epilogo appare segnato.
O quell’intercettazione esiste, o se non esiste a dimettersi dovrà essere il direttore dell’Espresso. Il quale, a questo punto, ha tutto l’interesse a farla saltar fuori.
Se è in possesso di un file audio, non dovrebbe esitare più di un minuto a renderlo pubblico. E infatti preferibile commettere un reato, ovvero aver rivelato atti di un’inchiesta secretati, che distruggere per sempre la reputazione di un uomo che della lotta alla mafia aveva fatto una bandiera.
DUE PESI E DUE MISURE. Ma anche il Pd, dal canto suo, dovrebbe recitare il mea culpa. Accettare che le intercettazioni telefoniche, in molti casi del tutto estranee alle inchieste per le quali sono state ordinate, ridiventino una micidiale arma politica, vuol dire avallare il ritorno alla barbarie del diritto.
Per altro questa fretta piddina di sbarazzarsi di Crocetta è quanto meno sospetta, visto che pochi giorni prima i renziani avevano giustamente fatto sdegnato muro contro chi, diffondendo una telefonata tra il premier e un generale della Guardia di Finanza, lo accusava di aver tramato per far cadere il governo di Enrico Letta.
Due pesi e due misure, dunque, a seconda della convenienza. Ma così la politica cede il passo ai più sordidi regolamenti di conti tra fazioni e individui. E la sua deriva diventa, come ben testimoniano oscure quanto recenti stagioni della storia repubblicana, incontrollabile.

Twitter: @paolomadron

Correlati

Potresti esserti perso