Faraoni 140115154315
DEMOCRATICI 17 Luglio Lug 2015 1433 17 luglio 2015

Pd, quanta confusione sulla sorte di Crocetta

Prima i dem sfiduciano Crocetta. Poi ci ripensano. Dietro c'è la grana siciliana: guerra con i renziani e malgoverno. Ma lo strappo viene sempre rimandato.

  • ...

Davide Faraone, membro della segreteria del Partito democratico.

Il giudizio per ora è sospeso. Ma la resa dei conti tra Rosario Crocetta e il Pd nazionale è solo rimandata.
L'intercettazione in cui il governatore avrebbe ascoltato in silenzio il suo medico Matteo Tutino, indagato per truffa allo Stato, dire che Lucia Borsellino - ex assessore alla Sanità della giunta Crocetta - «va fatta fuori» ha sollevato indignazione tra i dem. Ma, forse, anche qualche sollievo.
Il 16 luglio appena scoppiato il caso, la direzione del Pd siciliano viene convocata. Obiettivo: decidere di togliere il sostegno al presidente della Regione.
UN DIVORZIO GIÀ SCRITTO. Quelle parole sono talmente gravi da aver fatto sobbalzare anche il silenzioso e siciliano presidente della Repubblica Sergio Mattarella. E nonostante Crocetta abbia detto e ripetuto di non averle mai sentite, i dem rifiutano l'attendismo.
Il Pd ha già sfiduciato il governatore siciliano infinite volte a parole. Il caso intercettazione avrebbe solo sigillato un divorzio che nei fatti s'è già consumato. E risolto una tensione che nel partito si trascina da ormai troppo tempo.
PD TRA SFIDUCIA E INTERCETTAZIONI. Poi la procura chiarisce che l'intercettazione nel faldone dell'inchiesta non c'è. Una nota dell'Espresso replica che è secretata, ma che uno dei cronisti l'avrebbe ascoltata. E negli ambienti democratici tutto si ferma. Anzi, si conferma la volontà di approvare la riforma che blocca la pubblicazione delle conversazioni che non hanno rilevanza penale negli atti trasmessi ai difensori degli indagati.
In questo caso la norma non avrebbe cambiato nulla, dato che appunto la conversazione è secretata e di fatto i giornalisti dell'Espresso hanno scelto di pubblicarla ugualmente, considerando prioritario il diritto all'informazione. Ma poco importa. Il governatore, prima condannato senza se e senza ma, viene salvato in extremis.

La guerra coi renziani e il malgoverno: ma lo strappo è sempre rimandato

A Roma si attende di capire come muoversi su un terreno scivolosissimo.
La grana siciliana è infatti sul tavolo del segretario Pd e premier Matteo Renzi da diversi mesi. E in realtà è una grana tutta politica. Già nel settembre 2013 la direzione del partito siciliano aveva chiesto ai quattro assessori dem nella giunta Crocetta di dimettersi, ma loro erano rimasti sulla poltrona.
LO SCONTRO CON RACITI. Un anno dopo, il responsabile della segreteria regionale, il renziano Fausto Raciti, aveva sfiduciato pubblicamente il governatore a mezzo stampa. Diceva Raciti al quotidiano Live Sicilia: «Da adesso in poi, chi vorrà sostenere questa esperienza dovrà dirlo apertamente. Dovrà metterci la faccia. Noi scendiamo qui». E Crocetta rispondeva ai cronisti che gli chiedevano commenti: «E chi è Raciti?». Per dire il clima.
Poi nel 2015, mentre nel Pd siciliano entravano esponenti di centrodestra ed ex autonomisti, Crocetta e il sottosegretario all'Istruzione Davide Faraone, l'uomo siciliano di Renzi, hanno iniziato uno scontro praticamente quotidiano.
E QUELLO CON FARAONE. A febbraio, quando il governatore ha annunciato il ricorso contro lo Stato sulla legge di Stabilità, il luogotenente del premier lo ha avvertito: «Non ci si può sedere a un tavolo per costruire insieme un percorso di rilancio della Sicilia e contestualmente svolgere azioni di scontro nei confronti dell'esecutivo nazionale». E la battaglia è diventata guerra.
Crocetta ha continuato a battere il chiodo dei fondi: «La Sicilia non può aspettare il 2016 per avere i 350 milioni per il Bilancio». E ha attaccato Faraone con riferimenti pesantissimi: «Usa lo stesso linguaggio dei Lima e dei Ciancimino, il suo non è un linguaggio da governo democratico. Uno che si autoproclama portavoce del governo o proconsole e che dice che Roma non ci dà i soldi perché ci sono io, che linguaggio usa?».
STRAPPO SEMPRE RIMANDATO. Risultato: a fine giugno è arrivata una mozione di sfiducia presentata da un consigliere regionale, pardon parlamentare, del suo stesso partito, il renziano Fabrizio Ferrandelli.
Ma ancora una volta il Pd ha preferito la palude alle urne. Anche perché fuori il Movimento 5 stelle avanza. A inizio luglio, quando l'assessore Borsellino si è dimessa parlando di abbassamento della tensione morale, la direzione regionale ha processato Crocetta ancora una volta.
Un balletto senza fine. Eppure ancora una volta lo strappo è stato rimandato. Difficile scaricare l'uomo che ha assicurato i voti e la presa del governo regionale. Nonostante rimpasti, dimissioni, inchieste e malgoverno.

Correlati

Potresti esserti perso