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CORRENTI 17 Luglio Lug 2015 1825 17 luglio 2015

Ue, i Paesi dell'Est si compattano attorno a Tusk

Ok della Germania agli aiuti per Atene. Ma il vero ostacolo adesso è la Lettonia. Che coi Paesi ex Urss rema contro la Grecia. Sotto la guida del n.1 del Consiglio.

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da Bruxelles

Nel 2004, con l'allargamento da 15 a 25 Stati membri, l'Ue ha cambiato faccia.
Allora l'obiettivo era di portare a compimento l'unione di un continente che per 60 anni, dalla Seconda guerra mondiale, era rimasto diviso tra Est e Ovest.
UOMO DELL'EST AL TIMONE. Nel 2007, con il passaggio a 28, i confini comunitari si sono estesi ancora di più, ma a riconoscerli ufficialmente a livello politico è stata soprattutto la Commissione di Jean-Claude Juncker, che ha dato a quei Paesi una voce di non poco conto all'interno delle istituzioni comunitarie.
Con la nomina di Donald Tusk a presidente del Consiglio europeo lo scettro dei 28 è passato per la prima volta nella storia dell'Ue a un uomo dell'Est ex sovietico.
L'AUSTERITY COME FILOSOFIA. Ben due vice presidenti dell'esecutivo europeo, l'estone Andrus Ansip a capo del mercato digitale e il lettone Valdis Dombrovskis, commissario dell'euro, provengono da quei Paesi Baltici che tanti sacrifici economici avevano fatto per entrare nell'Eurozona.
E che prima di arrivare a Bruxelles, già come primi ministri dei loro Paesi avevano fatto dell'austerity la propria filosofia.
DIVARIO TRA NORD E SUD. Il risultato è che oggi all'interno dell'Ue più che divisioni tra Est e Ovest si iniziano a sentire più marcate quelle tra Nord e Sud, soprattutto quando si parla di politiche economiche e sociali.
Nelle decisioni comunitarie sono infatti sempre più i Paesi Baltici e dell'Est a difendere la linea del rigore inneggiata dalla Germania e dalla Finlandia.

La linea del rigore che separa l'Est dal Sud Europa

Che la Grecia stia vivendo al di sopra delle proprie possibilità, e che altri europei siano molto più poveri dei greci e abbiano superato la crisi senza chiedere prestiti così elevati, ma rispettando le misure di austerità imposte dall’Ue, è diventato un mantra nel Centro e Nord Europa, dove forse alla Grecia non si perdona nulla anche a causa di quei buoni rapporti con la Russia di Putin.
LA SLOVACCHIA NON CI STA. «Sarebbe impossibile spiegare all'opinione pubblica del mio Paese che proprio la povera Slovacchia deve pagare per la Grecia», ha detto più volte il premier slovacco Robert Fico: «Perché noi dovremmo pagare una parte del debito di Atene?».
I tweet del ministro delle Finanze slovacco, Peter Kažimír, sono ancora più espliciti: «Il compromesso greco, raggiunto lunedì (all'Eurosummit, ndr) è considerato duro e severo. Se è così, è l'esito infelice della primavera di Syriza», ha scritto il 14 luglio.
Non proprio un messaggio empatico nei confronti di un partito al governo di uno Stato membro dell'Unione.
L'IRA LITUANA DI DALIA. Stessa linea adottata anche dalla presidente della Repubblica lituana, Dalia Grybauskaitė, che in più di un'occasione ha criticato l'atteggiamento del governo Tsipras.
Ha registrato 380 retweet il suo messaggio del 22 giugno, il giorno del vertice dell'Eurozona proprio sulla Grecia: «Il governo greco ha ancora voglia di fare festa, ma le fatture devono essere pagate da qualcun altro», ha scritto.
INCOMPRENSIONE LETTONE. «I lettoni non capiscono i greci», ha ribadito anche Jānis Reirs, ministro delle Finanze della Lettonia, un'altra delle cosiddette repubbliche baltiche che dopo la crisi economica del 2008 ha approvato misure di austerità così pesanti da non poter permettersi alcun principio di solidarietà nei confronti di Atene.
E il cui parlamento ora è chiamato a esprimersi sugli aiuti alla Grecia: «Sarà molto difficile per me convincere» i deputati, ha chiarito il primo ministro Laimdota Straujuma.

Ma verso la Grecia e il Sud Europa non si sono mostrati solidali neanche quando si è parlato di immigrazione.
Meno favorevoli a una politica di quote obbligatorie sono stati soprattutto i Paesi dell'Est Europa: Polonia, Ungheria, Romana, Repubblica Ceca, Slovacchia, e i soliti Baltici.
Stati vicini alla Germania su molti dossier europei, ma non su questo.
ORBAN PRONTO A FARE MURO. La prova è stata data durante il summit del 25-26 giugno sull'immigrazione, quando il principio di ripartizione dei richiedenti asilo proposto dalla Commissione europea è stato messo in discussione dagli Stati membri.
A partire dal presidente ungherese Victor Orban, disposto perfino a costruire un muro al confine con la Serbia per impedire l'arrivo nel suo Paese di altri immigrati.
SCINTILLE LITUANIA-RENZI. Così seduto attorno al tavolo dei 28 Matteo Renzi ha sbottato: «Se non siete d'accordo sulla distribuzione dei 40 mila migranti non siete degni di chiamarvi Europa».
Ma a rispondergli subito è stata la lituana Grybauskaitè: «Noi dovremmo assumerci la responsabilità dei vostri fallimenti?», rivendicando una mala gestione di una delle più grandi emergenze migratorie del secolo, che un Paese di appena 4 milioni di abitanti affacciato sul Mar Baltico difficilmente può comprendere.
«Fate pure; se questa è la vostra idea di Europa, tenetevela. O c’è solidarietà, o non fateci perdere tempo», è stata la risposta del premier italiano.

Per i Baltici Grecia e migranti sono meno importanti della crisi ucraina

Una perdita di tempo è invece stata considerata spesso dai Paesi dell'Est proprio la questione immigrazione, anche perché ha distolto l'attenzione dei leader europei da un dossier a loro molto più caro: la crisi ucraina.
Avversari politicamente storici della Russia sono stati i primi a spingere per un rafforzamento delle sanzioni a Putin.
MOGHERINI CONTESTATA. Proprio per questo, per per l'eccessiva vicinanza tra l'Italia e la Russia sono stati i Paesi dell'Est (Lituania, Estonia, Lettonia e Polonia) a cercare di fermare la nomina, nell'estate del 2014, del ministro degli Esteri italiano Federica Mogherini al ruolo di Alto rappresentate per la politica estera dell'Ue.
Tentativo alla fine fallito, ma 'compensato' con la nomina di Tusk, messo per rassicurare proprio i Paesi dell'Europa dell'Est che chiedevano di affrontare a livello europeo il risorgente nazionalismo russo e la crisi di Kiev.
TUSK, TWEET VELENOSO. Il 24 gennaio, solo per fare un esempio, mentre si parlava di un documento nel quale Mogherini chiedeva di usare misure anche distensive nei confronti della Russia, Tusk ha pubblicato un tweet: «Ancora una volta, la pacificazione incoraggia l’aggressore a ulteriori atti di violenza. È tempo di rafforzare la nostra politica su fatti freddi, non sulle illusioni», ha scritto il polacco, il cui entourage ha poi negato qualsiasi riferimento al paper dell’Alto rappresentante.
FRENESIA SULLA GRECIA. Insomma, a rappresentare i Paesi dell'Est e Baltici c'è un presidente del Consiglio molto attento alla questione, tanto che più volte ha manifestato una sorta di frenesia nel voler risolvere le problematiche legate alla Grecia e all'immigrazione, che toglievano attenzione alla questione russa.
Un messaggio spesso mandato sotto forma di monito: «Il tempo sta per scadere per la Grecia e tutti noi dobbiamo aiutare a risolvere questo problema e rispettare ugualmente contribuenti in tutti i paesi», ha twittato il 22 giugno in occasione dell'Eurosummit.
E e ancora: «Non c'è accordo tra gli Stati sulle quote», ha anticipato sempre su Twitter il 25 giugno, prima che i capi di Stato e di governo dell'Ue si sedessero al tavolo del vertice per trovare una soluzione unanime sull'immigrazione.

Tusk prova a tenere un faro acceso sulle questioni orientiali

E sono proprio i suoi cinguettii fatti dall'inizio della presidenza a mostrare l'imprinting politico che Tusk sta cercando di dare al suo mandato, ovvero rappresentare i 28 Stati membri, ma cercare anche di accendere un faro sulle questioni dell'Est Europa.
Il 25 giugno è stato lo stesso presidente a twittare la foto del suo incontro con il gruppo di Visegrad: «Buon incontro con i Paesi di Visegrad in vista della riunione del Consiglio europeo a Bruxelles», ha scritto riferendosi al gruppo formato da Slovacchia, Polonia, Ungheria e Repubblica ceca, creato nel 1991 davanti al disgregamento dell'impero sovietico per gestire il periodo la transizione dal sistema del socialismo reale all’economia di mercato e alla democrazia.
Una piccola Unione dell'Est Europa all'interno dell'Unione europea.
ORBAN CONTROCORRENTE. Capitolo a parte merita però uno dei componenti del Visegrad group, l'Ungheria.
Malgrado sia stato proprio il governo Orban al potere tra 1998 e 2002 a promuovere l’avvicinamento all’Ue, ora quello stesso governo si oppone a misure e direttiva che si ispirano ai principi fondanti dell'Ue, come la solidarietà nel caso della ripartizione dei richiedenti asilo e dei diritti umani nel caso della pena di morte.
Ma rispetto alla questione sanzioni, segna un distacco rispetto agli altri vicini, rispetto alla Lituania che addirittura ha fornito armi per aiutare l'Ucraina nella sua lotta contro i separatisti, l’Ungheria ha bloccato le forniture di gas a Kiev, che avvenivano attraverso il cosiddetto reverse flow di gas russo.
BUDAPEST DIPENDE DA MOSCA. Budapest dipende dalla Russia per l’80% del fabbisogno di gas. Per questo motivo Orban è sempre stato contrario a sanzioni europee troppo dure nei confronti della Russia sostenendo la necessità di mantenere sempre aperto il dialogo con Mosca.
Ma si sa, Orban è la pecora nera sia dentro l'Unione europea sia dentro l'Unione dell'Est.

Twitter @antodem

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