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GEOPOLITICA 19 Luglio Lug 2015 1124 19 luglio 2015

Nucleare, l'accordo avvicina Israele e Arabia Saudita

Il disgelo tra Iran e Stati Uniti isola Netanyahu. Che bussa alla porta di Salman. Indispettito dalla centralità sciita. E pronto a lanciare la sua corsa all'atomica.

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L'accordo tra Stati Uniti e Iran spinge Israele all'asse di ferro con i sauditi.
Dopo il 14 luglio 2015 il governo ormai ultraconservatore di Benjamin Netanyahu, che ha definito l'intesa sul nucleare di Vienna un «enorme errore storico», sarà un alleato ancora più forte di Riad.
Anche i monarchi sauditi, per ragioni di competizione economica ed egemonia territoriale, si sono sollevati contro la fine «molto pericolosa» delle sanzioni a Teheran.
RIAD VUOLE L'ATOMICA. Dalla Casa Bianca, Barack Obama ha telefonato al re Salman, seconda urgente rassicurazione dopo il breve colloquio con Netanyahu. A Israele gli Usa hanno promesso nuovi aiuti militari e di certo resteranno saldi anche i contratti petroliferi e l'appoggio degli americani ai sauditi nella guerra in Yemen.
Il capo del Pentagono Ashton Carter è in partenza per Riad per raffreddare gli animi e prendere nota di alcune richieste.
La bomba atomica anche al casato degli al Saud, intanto: causa caldeggiata con sempre più pathos anche dagli opinion maker israeliani per il rompersi dell'«asse del male».
SFIDE COMUNI IRAN-USA. L'accordo risolve una «crisi inutile, emergono nuovi orizzonti centrati su sfide condivise», twittava l'account del presidente iraniano Hassan Rohani mentre da Vienna il suo ministro degli Esteri Javad Zarif, quasi con le stesse parole, annunciava il passo compiuto.
Guerra all'Isis e al terrorismo internazionale, possibili cooperazioni militari in Iraq, implicito rafforzamento di Bashar al Assad in Siria e impulso, anche americano, alla causa palestinese sono i contraccolpi geopolitici più forti che, alla lunga, può portare il disgelo tra Stati Uniti e Iran che ridisegna gli equilibri in Medio Oriente.

Finisce l'era dell'iranofobia: Israele isolato con i sauditi

Benjamin Netanyahu, premier israeliano.

Obama ha enfatizzato che questo non è un accordo tra amici.
Ma si chiude la stagione dell'«iranofobia creata con la questione del nucleare iraniano», ha ricordato Rohani.
Per i falchi di Netanyahu la Repubblica islamica resta una «superpotenza politica militare con licenza di uccidere». Cadute le sanzioni, con i miliardi che entreranno in cassa, Israele è convinto l'Iran avrà mano libera per armare Hezbollah e Hamas in Libano e in Palestina, «centinaia di migliaia di dollari accresceranno gli sforzi per distruggerci».
IL MOSSAD SMENTISCE BIBI. Quella della bomba atomica iraniana, a onor del vero, è un'ossessione della propaganda sionista che anche recenti valutazioni dell'intelligence israeliana hanno smentito.
Diversi ex capi del Mossad hanno contestato le posizioni sempre più estremistiche di Netanyahu. Gli spy cables di Wikileaks hanno poi rivelato come, già nel 2012, i documenti riservati degli ubiqui servizi israeliani «sull'inattività dell'Iran nel produrre armi nucleari» sconfessassero i grafici di Bibi all'Onu.
BRACCIO DI FERRO SULLE ARMI. Il ministro dell'Intelligence israeliano Yuval Steinitz continua ad agitare lo spauracchio dell'«azione militare contro l'Iran».
Non casualmente, la fase finale delle trattative si era incistata sul nodo dell'embargo Onu sulle armi e sui missili balistici a Teheran (comunque sviluppati nonostante le sanzioni). «Una questione dimenticata», hanno richiamato le lobby israeliane.
«In realtà marginale rispetto ai temi e agli obiettivi del negoziato, ma diventata una psicosi politica», spiega a Lettera43.it l'analista strategico Nicola Pedde, direttore dell'Institute of Global Studies, «non credo che l'intesa possa essere bloccata negli Usa. Nondimeno, in questi mesi anche di campagna elettorale americana assisteremo a un'intensa propaganda d'opposizione, anche tra i democratici».

L'asse sciita si rafforza: possibili collaborazioni contro l'Isis

Il presidente Usa, Barack Obama.

Con una triangolazione alla Metternich, Obama conta di indebolire la Russia ma soprattutto la Cina, suo vero competitor del Terzo Millennio.
Una politica perseguita anche con l'altro disgelo, quello con Cuba, che lo farà passare alla storia.
Il prezzo da pagare per mosse così audaci è però l'indebolimento di Israele - e delle potenze regionali sunnite - a vantaggio dell'asse sciita.
Il compromesso di Vienna sulle ispezioni e sulle restrizioni per cinque anni agli armamenti permette all'Iran di commerciare armi, con il via libera, caso per caso, del Consiglio di Sicurezza Onu.
Sui missili balistici vigono otto anni d'embargo. Ma Teheran siederà a pari grado con agli ex negoziatori (Usa, Gran Bretagna, Francia, Cina, Russia, Germania e Ue), in un collegio che valuterà se inoltrare o meno all'Onu le richieste dei controlli nei siti militari.
ASSAD GUADAGNA PROTEZIONE. Così gli iraniani si guadagnano lo status di interlocutori internazionali e, di riflesso, anche l'alleato siriano Assad ne esce più protetto.
La prima conseguenza geopolitica dell'intesa del 14 luglio è la perdita di potere di Israele: «Netanyahu ha tirato troppo la corda, le porte della Casa Bianca verso di noi si sono chiuse», ha commentato il leader centrista Yair Lapid.
Tel Aviv si ritrova ora a parteggiare con veemenza per i sauditi, che sono anche i custodi dell'islam ultraconservatore più vicino ai dogmi deviati di al Qaeda. E che tante responsabilità, quantomeno pregresse, hanno avuto nel finanziare l'estremismo jihadista sfociato nell'Isis.
I siti d'intelligence israeliani sono ormai i più ferventi supporter dell'atomica anche a Riad: «Qualunque cosa hanno gli iraniani, lo avremo anche noi», rivendicano gli al Saud.
IL NODO PALESTINESE. All'Onu l'Iran potrà un giorno avere il via libera ad armare, in Iraq, curdi e sciiti contro il Califfato? In Siria gli Usa scaricheranno il fronte dei ribelli sunniti collusi con al Qaeda, per combattere infine l'Isis con gli sciiti? La Palestina sarà meno sola?
La politica di Obama nei Paesi arabi è ancora troppo confusa e nel 2016 ci sono elezioni cruciali, sia in Iran sia Oltreoceano.
Per Pedde è «prematuro guardare oltre l'intesa nucleare. Sulla questione palestinese in particolare ho i miei dubbi che l'accordo porti a risultati significativi».
L'analista Farzan Sabet dell'osservatorio Iranpolitik considera l'accordo definitivo del 2015 «una fine e un inizio», «il livello senza precedenti di interazioni e costruzione di fiducia tra gli Stati Uniti e l'Iran potrebbe aprire le porte a una cooperazione futura più ampia».

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