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FACCIAMOCI SENTIRE 20 Luglio Lug 2015 1152 20 luglio 2015

Un incentivo fiscale non fermerà la fuga di cervelli

Il nodo del problema è l'appeal del Paese. Servono riforme, senza scorciatoie.

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Matteo Renzi e Pier Carlo Padoan.

Sembra che il Consiglio dei ministri stia per recepire una indicazione del parlamento che consisterebbe in una riduzione del 30%, per cinque anni, del reddito imponibile per coloro che volessero rientrare in Italia dopo aver lavorato per un certo periodo all’estero.
Naturalmente ci sono alcuni criteri da rispettare quali per esempio il periodo (il provvedimento riguarderebbe i lavoratori che siano stati residenti all’estero solo negli ultimi cinque anni) e il fatto che il lavoro che verrebbero a svolgere tornando in Italia preveda una laurea e una elevata specializzazione.
UN PROVVEDIMENTO FISCALE NON BASTA. Al di là di tutti i tecnicismi che potranno essere analizzati nel dettaglio solo a testo emanato, una domanda sorge spontanea: basterà un provvedimento fiscale (sia pur auspicato) a convincere chi ha deciso di lasciare questo Paese per vivere altrove?
Per esempio, il provvedimento è frutto di un focus group tra giovani che abbiano fatto questa scelta e dal cui risultato emerga con chiarezza che questa è la ragione principale per la quale hanno lasciato il “Bel Paese”? Personalmente ho i miei dubbi.
Ho un figlio che vive da cinque anni negli Usa, scelta che ha condiviso con altri giovani della sua generazione e sentendoli parlare ho la sensazione netta che questo provvedimento sarà un flop come lo sono già stati alcuni tentativi che l’hanno preceduto.
MODELLO MERITOCRATICO DA RIVEDERE. Chi cinque anni fa ha lasciato questo Paese, tornando troverà la stessa situazione che non aveva giudicato adatta alle proprie ambizioni e/o aspettative al momento della partenza. Se non peggiore.
Il modello meritocratico per il quale questi giovani hanno scelto Paesi diversi da noi è di là da venire. La morte della “economia relazionale” più volte decantata dal nostro primo ministro è una pura illusione o solo un argomento mediaticamente utilizzabile ma che non ha nessuna connessione con la realtà.
La sola differenza è che prima si attingeva al network “A” oggi si attinge al network “B”, ma nulla è cambiato in modo significativo rispetto al valore della meritocrazia. I vincoli burocratici per aprire una nuova attività si sono ridotti ma non certo in modo paragonabile a quello che avviene in altri Paesi soprattutto di natura anglosassone.

L'entusiasmo dei giovani non si compra con un incentivo fiscale

Il governo sta valutando di ridurre del 30%, per cinque anni, il reddito imponibile per coloro che volessero rientrare in Italia dopo aver lavorato per un certo periodo all’estero.

Tra tutti i giovani che ho sentito (e naturalmente non pretendo che la mia esperienza sia da considerare esaustiva di tutta la tematica che stiamo discutendo) nessuno sarebbe disposto a rientrare solo per via di un incentivo fiscale.
L’entusiasmo e lo spirito innovativo che caratterizzano le nuove generazioni non si “compra” con un incentivo fiscale.
Questo provvedimento è basato sulla convinzione che sia giusto far rientrare coloro che si sono formati nelle nostre università per andare poi a lavorare all’estero “impoverendo” il nostro Paese del proprio capitale umano.
STUDIARE ALL'ESTERO PER FUGGIRE. Implicitamente si afferma quindi che, almeno per la legge dei grandi numeri, stiamo parlando degli elementi “migliori”. Che queste persone rinuncino alle opportunità che sono poi di vita quotidiana e che fanno quindi parte integrante della qualità di vita di ognuno di loro solo per una riduzione del 30% del reddito imponibile per cinque anni a mio avviso è pura utopia.
I politici non capiscono che una volta si andava all’estero per cumulare esperienze aggiuntive da mettere a frutto tornando in Italia per poter svolgere compiti di più elevata complessità e responsabilità. Viceversa, la stragrande maggioranza di chi oggi fa una scelta simile la vive più come una fuga che come un percorso formativo.
Se si vogliono ottenere quindi dei risultati significativi occorre presentare un programma credibile che possa rimuovere alla base le reali ragioni per le quali i giovani “scappano” dal nostro Paese. E la prima dimostrazione che qualcuno li stia ascoltando è proprio quella di creare una sorta di “consulta” per poter meglio capire le loro istanze e renderli protagonisti dell’auspicato cambiamento.
OCCORRE RENDERE IL PAESE APPETIBILE. In ultima analisi, paradossalmente, l’incentivo fiscale potrebbe essere percepito come una ulteriore discriminazione. Per quale motivo riconoscerlo solo a chi ha lasciato il Paese e non anche a chi vi è rimasto anche dopo la fine del proprio percorso universitario?
Signori politici, troppo semplice pensare di risolvere il problema con un incentivo fiscale che quasi certamente non funzionerà. Fate le riforme necessarie affinché il nostro Paese sia appetibile non solo agli italiani che l’hanno lasciato ma anche agli stranieri di pari qualificazione.
È la competitività del Paese che va riguadagnata modernizzandolo e rendendolo più simile ai propri peers internazionali. Il resto arriverà automaticamente (e i giovani che sono andati all’estero ritorneranno da soli anche senza incentivo fiscale).

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