LOGORIO 21 Luglio Lug 2015 0951 21 luglio 2015

Pd, il caos Crocetta e le grane locali spaventano Renzi

Il governatore siciliano messo alle strette. De Luca a testa bassa. Chiamparino con la macchia firme false. Marino osteggiato e Pisapia rimpianto. I guai del Pd.

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Il premier Matteo Renzi.

Sindaci invitati alla porta, ma allergici alle dimissioni. O già rimpianti prima prima ancora dei saluti.
Governatori con la spada di Damocle dell'illegittimità. O annodati in imbarazzanti conversazioni telefoniche.
Tra isterie da rimpasto per malagestione e l'ombra lunga degli scandali, il Partito democratico è ormai sull'orlo di un Alzheimer amministrativo.
Soffre di una grave crisi da scollamento tra il Nazareno e le segreterie locali.
LOGORIO INESORABILE. Da Marino a Pisapia. Da De Luca a Crocetta.
Quello che sta andando in scena a livello provinciale e regionale è un logorio lento, e inesorabile, che rischia di minare la fiducia già in calo nel partito, come testimoniano i risultati delle ultime elezioni amministrative.
Rogne che allarmano Renzi ancor più in vista dei test comunali in agenda la primavera 2016 in molte città.

Sicilia: Crocetta all'angolo sfida il partito

Rosario Crocetta.

Dopo lo scandalo del silenzio sulla presunta telefonata col medico Tutino, al Nazareno parlano di «delegittimazione» ormai evidente del governatore siciliano Rosario Crocetta
«Intercettazione o non intercettazione, dopo le parole di Manfredi Borsellino la situazione in Sicilia è insostenibile», dice il vice segretario dem Debora Serracchiani rompendo gli indugi sul caso.
UN MESE E POI L'ADDIO? «Un mese per le riforme e poi posso anche andarmene», ha detto il governatore al Corriere.
Ormai è manifesta l'intenzione del nucleo regionale guidato da Fausto Raciti e di quello nazionale, con Matteo Renzi, di chiudere l'esperienza di Crocetta, spingendolo alle dimissioni spontanee.
I renziani del resto accusano da mesi il governatore di avere tradito la promessa di discontinuità rispetto a Lombardo, di avere terremotato l'amministrazione regionale con cambi continui di assessori.
E di «tradimento» ha parlato anche Lucia Borsellino, sfogandosi in un'intervista a la Repubblica.
«DIMISSIONI MAI, IL PD MI SFIDUCI». «Il Pd vuole le mie dimissioni? Mai, mi sfiducino se vogliono, così si renderanno complici dei golpisti e passeranno alla storia come coloro che hanno ammazzato il primo governo antimafia della storia siciliana», la replica del governatore.
Che considera un complotto la trascrizione della telefonata-choc col primario dell’ospedale palermitano Villa Sofia (già indagato per truffa, peculato e abuso) pubblicata e confermata da l'Espresso.
E che nelle interviste e nei colloqui privati con gli amici pare aver ritrovato la forza, «dopo due giorni passati nel pianto».
I BORSELLINO NEL TOTONOMI DEL SUCCESSORE. La segreteria nazionale vorrebbe evitare il conflitto, la resa dei conti che aggiungerebbe ferite al già martoriato Pd siciliano.
Ma Crocetta fa già rima con passato. E il futuro potrebbe avere invece avere proprio il nome di Lucia Borsellino o del fratello Manfredi.
O ancora dallo stesso ex deputato dell'Ars siciliana (e nemico giurato di Crocetta) Davide Faraone. Del sindaco di Catania Enzo Bianco o di Giuseppe Lupo, l'ex segretario dem siciliano.

Campania: De Luca dimezzato avanti a testa bassa

Vincenzo De Luca.

Alla Regione Campania la spina per Renzi si chiama Vincenzo De Luca, il nuovo governatore (dimezzato) con la spada di Damocle della Legge Severino sulla testa dopo la condanna in primo grado a un anno per abuso di ufficio.
Un nome sul quale il partito era diviso già al momento della candidatura, quando Rosi Bindi lo incluse nella lista degli impresentabili.
E attorno al quale si è creato un ingorgo istituzionale con il Consiglio impossibilitato a riunirsi prima del provvedimento di decadenza da parte di Palazzo Chigi (che alla fine è arrivato).
Tra mille imbarazzi De Luca ha fatto ricorso, vincendolo: la legislatura può cominciare. Ma Renzi ha criticato le primarie dicendo che il sistema a livello locale andrà rivisto.
GIUNTA DI FEDELISSIMI: SCHIAFFO AL PD CAMPANO. Per tutta risposta, dopo l'insediamento, l'ex sindaco di Salerno ha nominato una giunta di fedelissimi in salsa rosa (sei donne su otto, tutte tecniche, molte «salernitane» d’adozione o di fatto) «senza patteggiamenti con i partiti e tantomeno con le solite lobby».
Uno schiaffo, secondo molti, alle “pretese” del Pd campano (e soprattutto di quello napoletano, che negli anni di Antonio Bassolino governatore comandava su tutto e su tutti).
Come la scelta di Fulvio Bonavitacola (deputato Pd e suo braccio destro politico-legale nelle concitate settimane trascorse tra ricorsi e controricorsi) invece di Raimondo Pasquino.
Decisione quest'ultima che ha fatto saltare tra l'altro la, invero improbabilissima, alleanza tra il Pd e il sindaco di Napoli Luigi de Magistris alle Amministrative del 2016.

Piemonte: Chiamparino e la macchia delle firme false

Sergio Chiamparino.

C'è poi la rogna delle liste false in Piemonte.
Grana che da tempo agita le polemiche tra Pd regionale e provinciale, con accuse reciproche che investono uomini di assoluta fede renziana come il segretario regionale Davide Gariglio, ma che sembra ora quasi del tutto risolta coi giudici del Tar che hanno dichiarato inammissibili i ricorsi elettorali per le presunte firme false raccolte a sostegno della candidatura di Sergio Chiamparino alla presidenza nel 2014.
OTTO CONSIGLIERI A RISCHIO. Il tribunale regionale ha ammesso però il ricorso sulla lista provinciale del Pd di Torino 'Chiamparino presidente' e nel caso si arrivasse a un annullamento della proclamazione degli eletti sono otto i consiglieri regionali del Partito democratico che rischierebbero.
I tempi però non sono brevi, visto il vincolo alla querela concesso dai giudici.
Il giudizio amministrativo è quindi sospeso in attesa dell’esito di quello civile che deve accertare l’eventuale irregolarità delle firme a sostegno della lista.
Solo dopo si potrebbe arrivare a un annullamento della proclamazione.
La lente è puntata su un assessore della giunta Chiamparino, Gianna Pentenero, sul segretario regionale del partito nonchè capogruppo in Consiglio regionale, Davide Gariglio, sul presidente del consiglio regionale, Mauro Laus, e su altri sei consiglieri: Andrea Appiano, Nino Boeti, Raffaele Gallo, Elvio Rostagno e Daniele Valle.

Roma: Marino traballa, ma rifiuta di andarsene

Ignazio Marino.

In bilico più di quanto non risulti nelle dichiarazioni ufficiali c'è anche la posizione di Ignazio Marino dopo la crisi politica e amministrativa spalancata dall'inchiesta Mafia Capitale.
Il Campidoglio, sconvolto dall'inchiesta di piazzale Clodio, perde pezzi di giunta e di maggioranza a ripetizione (ultimo in ordine cronologico quello del vice sindaco Luigi Nieri).
IPOTESI PASSO INDIETRO. Come per Crocetta non è più un mistero il fatto che Renzi vedrebbe di buon occhio un passo indietro del sindaco romano.
E similmente al caso del governatore siciliano, i rifiuti del chirurgo romano sono un'emblema del fallimento del partito nazionale del tentativo di stabilire il ricambio.
RIMPASTO ESCLUSO. Perfino nei termini prospettati dal commissario del Pd romano e presidente del partito nazionale Matteo Orfini, difensore di Marino ma pure sostenitore di una giunta 2.0 con esponenti di alto profilo.
Di 'rimpasto' (se non un rimpasto molto minimal) Marino non vuol sentir parlare. Rifiutò la prospettiva a Guerini nel novembre 2014, quando Renzi era forte del 40,8% delle Europee. Figurarsi adesso.
«CONNETTA I SUOI DUE NEURONI». Ad aggiungere imbarazzo all'imbarazzo nei ranghi dem ci si mettono pure gli scivoloni del primo cittadino.
Che pur di difendere l'operato della sua amministrazione è arrivato a sbottare contro le invettive di un'anziana cittadina tra i vicoli di San Lorenzo: «Se ne vada. E provi a connettere i due neuroni che ha e a farli funzionare».

  • Il video del battibecco tra Marino e una cittadina.

Milano: Pisapia già rimpianto

Giuliano Pisapia.

Ad agitare i sonni di Renzi ci si è messo pure il sindaco di Milano Giuliano Pisapia.
Alla complicata ricerca di un nome in vista della partita delle elezioni amministrative in agenda in primavera 2016, il premier vorrebbe convincerlo a fare un secondo giro sulla giostra di Palazzo Marino, forte del successo di Expo.
Ma il primo cittadino meneghino uscente si è mostrato poco malleabile alla proposta.
LOTTI, MISSIONE FALLITA. Per ora dunque è andato a vuoto il tentativo di Luca Lotti, che aveva avuto l'incarico di convincere il parlamentare milanese Emanuele Fiano, renziano, a rinunciare a correre, nella speranza di ammorbidire nel frattempo il gran rifiuto di Pisapia. Fiano però ha tenuto duro. Pisapia pure.
Tanto che ora rischia di aprirsi il vaso di Pandora delle primarie e delle candidature contrapposte, proprio quel che il premier avrebbe voluto evitare.
IN CAMPO FRANCO SALA? L'unica opzione che potrebbe azzerare la giostra e dare buone chance al centrosinistra è quella, caldeggiata da una parte del Pd, di far scendere in campo il commissario di Expo, Franco Sala.
Ma l'opzione resta per ora poco più che un'ipotesi di lavoro.
DE CESARIS E LE TENSIONI. E nel quadro dei complicati rapporti all'interno del Pd c'è da incastonare pure l'addio di un pezzo da 90 della giunta milanese come il vice sindaco Ada De Cesaris.
«Difficoltà non più sormontabili» nella prosecuzione dell'attività amministrativa a causa del «venir meno del rapporto di fiducia con una parte della maggioranza in Consiglio comunale», la motivazione ufficiale.
Casus belli che segna l'epilogo di una lunga tensione tra i dem, la realizzazione di un'area cani nel parco Trapezio a Santa Giulia, chiesto con un emendamento al bilancio da Forza Italia e approvato coi voti determinanti del Pd malgrado la contrarietà della De Cesaris.
Insomma, l'ennesimo episodio di una gestione bestiale.

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