Alfano,chiudere luglio piano Ue migranti
DUE PESI DUE MISURE 22 Luglio Lug 2015 2131 22 luglio 2015

Italiani rapiti in Libia, Viminale: «Non trattiamo con gli scafisti»

La lotta ai barconi viene prima di tutto. Ma in passato Roma ha pagato riscatti.

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La guerra all'immigrazione clandestina è prioritaria. E viene prima anche delle vite di Gino Tullicardo, Fausto Piano, Filippo Calcagno e Salvatore Failla, i quattro cittadini italiani rapiti in Libia il 20 luglio.
Il Viminale non ci sta, e dopo che il ministro dell'Interno Angelino Alfano aveva aperto all'ipotesi che i dipendenti della Bonatti fossero stati rapiti per ottenere il rilascio di alcuni scafisti, puntualizza: «L'unica cosa esclusa è che si tratti con gli scafisti».
«DICHIARAZIONI GENERICHE». Minimizzando la portata delle parole di Alfano, definite «una dichiarazione dal contenuto ordinario, generico, di rito in casi di questo genere», il ministero ha tenuto a precisare che con chi specula sulla disperazione dei migranti non si scende a compromessi.
Una posizione incoerente, considerando che l'Italia ha spesso trattato con i rapitori, pagando riscatti in diverse occasioni senza preoccuparsi troppo di dove andassero a finire i soldi.
Quello versato per salvare la vita a Greta Ramelli e Vanessa Marzullo (si parlò di 12 milioni, ma la Farnesina non ha mai confermato la cifra), riaprì il dibattito, e causò non pochi problemi con gli Stati Uniti, convinti che cedere ai ricatti dei sequestratori vada contro la battaglia per la sicurezza mondiale, e possa alimentare nuovi casi analoghi.
PER LA URRU ANCHE UNO SCAMBIO DI PRIGIONIERI. Trattative coi jihadisti furono condotte anche nel caso di Rossella Urru, la cooperante sarda rilasciata il 18 luglio 2012 dal gruppo salafita che l'aveva rapita in Algeria e tenuta in ostaggio 270 giorni. In quell'occasione si parlò di un riscatto vicino ai 9 milioni. Quel che è certo è che la Urru riuscì a tornare a casa anche grazie al rilascio di Mamne Ould Oufkir, arrestato con l'accusa di far parte del commando che aveva rapito l'italiana e due suoi colleghi spagnoli.
Di riscatti si era parlato anche per Gianluca Salviato, tecnico veneto che per otto mesi era stato prigioniero di un gruppo jihadista che l'aveva catturato mentre lavorava a Tobruk per la società di costruzioni Enrico Ravanelli, e Marco Vallisa, rapito a Zaura il 5 luglio 2014 e rilasciato il 12 novembre dello stesso anno.
Con gli scafisti, però, non si tratta. La guerra all'immigrazione clandestina non ammette deroghe.

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