Obama, Netayahu è scettico sulla pace
DIPLOMATICAMENTE 23 Luglio Lug 2015 1303 23 luglio 2015

Iran, un accordo tanto storico quanto pericoloso

L'intesa sul nucleare si farà. Ma porta con sé ricadute critiche a livello geopolitico.

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È passata poco più di una settimana dalla firma dell’Accordo nucleare tra il gruppo dei 5+1 e l’Iran. Una settimana che dire intensa è ricorrere a un pallido eufemismo e qualificare all’insegna del pluralismo delle opinioni e degli atti politici è quasi riduttivo.
Si è detto di tutto e il suo contrario, a seconda del “campo” di appartenenza, segno che i termini dell’accordo sono stati, complessivamente, il più ragionevole dei possibili pacchetti opzionali, stanti la divaricazione degli interessi in gioco, il clima di sostanziale sfiducia reciproca e le pressioni dei convitati di pietra: gli sponsor dell’una parte (Iran) e delle altre (Usa, Russia, Cina, Francia, Inghilterra e Germania).
I due grandi protagonisti dell’operazione, Obama e Rohani (con l’Ayatollah Khamenei alle spalle) hanno assunto, come da copione, posizioni quasi speculari.
LA MINACCIA SVENTATA. Dico quasi perché, se è vero che ciascuno ha tenuto a identificare nell’altro un persistente avversario/nemico e l’Accordo un punto di incontro dei rispettivi “interessi”, non è men vero che gli argomenti addotti a difesa di questi interessi erano decisamente più impegnativi per il primo.
Una cosa è infatti sostenere di aver sventato il rischio di una guerra (alla quale nessuno ha mai creduto veramente) e di aver ingabbiato le velleità di armamento nucleare iraniane in una rete solidissima anche se a termine (10 anni); ben altra cosa è poter proclamare di aver fatto saltare il vitale coperchio delle sanzioni a fronte di una rinuncia al nucleare militare da sempre proclamata insussistente per dettato coranica, accompagnata da nella salvaguardia delle esigenze del nucleare civile.
LO SQUILIBRIO USA-IRAN. Questo squilibrio è emerso in tutta la sua portata dalla reazione dei rispettivi alleati regionali: Teheran si è vista ricoperta di espressioni di apprezzamento e di gratitudine per il risultato ottenuto e per le rassicurazioni di persistente sostegno da parte della Damasco di Bashar al Assad, della Baghdad di Abadi, dello Hezbollah libanese, per citare i principali.
Washington, al contrario, è stata bersagliata dalle bordate critiche della Tel Aviv del primo ministro israeliano Netanyahu e della controllata ma comunque ringhiosa presa di posizione della Riad di re Salman al Saud. A questo Paese l’Amministrazione americana ha dato la sensazione di prestare una cura del tutto particolare.

Arabia a capo dello schieramento anti-Iran

A Obama non è bastata la telefonata fatta a Salman, così come a Netanyahu. Ha ricevuto alla Casa Bianca anche il suo ministro degli Esteri Jubeir, confermando in ciò il trattamento privilegiato accordato al suo predecessore, che del resto si era incontrato poche ore prima con l’omologo John Kerry. Poi è stata la volta del generale Carter in visita nell’area con una bisaccia diversamente pesante per Riad e per Tel Aviv.
La ragione di ciò sta nel fatto che l'Arabia si pone oggi alla testa di uno schieramento anti-Iran nel quale si sta in qualche modo aggregando un po’ tutto il mondo sunnita della regione.
LE MANOVRE DI SALMAN. Vi si ritrova gran parte dei Paesi arabi e vi si sta avvicinando anche la Turchia che re Salman ha blandito mettendo fine all’ostracismo dichiarato dal suo predecessore nei riguardi della Fratellanza musulmana e rafforzando la comune azione volta a scalzare Bashar al Assad.
Nella stessa ottica Salman ha allungato la sua mano benedicente, e non solo figurativamente, con i vertici di Hamas, a Gedda. E l’azione armata portata avanti in Yemen la sta dicendo lunga sulla soglia cui Riad è disposta ad arrivare nel caso in cui Teheran confermasse l’intenzione di intensificare quella che lo stesso John Kerry ha definito la sua politica di interferenza destabilizzatrice nella regione, grazie anche alle cospicue risorse finanziarie che verranno “liberate” dalle sanzioni nel prossimo futuro.
OBAMA, BRACCIO DI FERRO ALL'ORIZZONTE. Con questo non intendo minimamente sminuire l’attenzione rivolta da Washington a Israele. Il presidente americano non può neppure suscitare il sospetto che la sua avversione nei riguardi di Netanyahu, che è personale e politica, possa in qualche modo far allentare i termini della sua alleanza con quel Paese.
Ma la sua attenzione ha assunto un timbro di comprensibile criticità che interpella Netanyahu nella sua complessiva politica mediorientale, magari trovandone la chiave anche con Riad, con cui sta trovando importanti punti di saldatura. La visita del presidente Renzi, ancorchè condotta con abile equilibrismo, non è destinata a incidere.
A differenza di Rohani e dell’Ayatollah Khamenei, Obama ha dovuto darsi da fare, e sollecitamente, per costruirsi una trave di sostegno nella battaglia che si appresta ad affrontare nei due mesi che il Congresso a maggioranza repubblicana si è riservato per “esaminare” l’Accordo.

I repubblicani americani annunciano battaglia

È pur vero il presidente ha l’asso nella manica del potere di veto, ma lo ha voluto legittimare preventivamente con la luce verde; prima, da parte dell’Unione europea che con una tempestività di cui va dato atto all’Alto Rappresentante Mogherini ha dato il suo avallo all’Accordo. Quindi dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.
Basterà questo a fermare i repubblicani e i democratici iranofobi? Penso di no, visto il anche il clima da campagna elettorale americano, ma forse li indurrà a misurare la loro foga negativa.
Anche Rohani si trova a dover affrontare un parlamento in cui il bersaglio del grande Satana può far allargare la platea dei critici. Ma lo sbocco finale è scontato, anche alla luce del vistoso plauso dell’Ayatollah Khamenei all’azione dei negoziatori di Vienna.
L'ACCORDO SI FARÀ. Penso dunque che alla fine quest’Accordo, giustamente definito di valenza storica, passerà, e sarà un bene, anche se ciò avverrà all’insegna di un forte dibattito interno, soprattutto americano, e internazionale. Troppi interessi sono in gioco per non dare per scontata una persistente, profonda divisione di valutazioni in merito all’efficacia dell’Accordo: in termini di equilibrio tra garanzie “anti-armamento nucleare” di Teheran e rimozione delle sanzioni, di rischio in caso di una sua eventuale violazione da parte iraniana e, in definitiva, in relazione alle incognite che gravano sul post-scadenza finale dell’Accordo stesso.
C’è per contro da augurarsi che si confermino le valutazioni di quanti confidano che nei tempi medio-lunghi l’Accordo produrrà effetti positivi su un altro versante: sulla dinamica interna dell’Iran e sul suo apporto alla costruzione del futuro equilibrio di questa tormentata regione mediorientale.
PREOCCUPAZIONI FONDATE. Temo però che siano più fondate le preoccupazioni di coloro che vi ravvisano delle prevalenti ricadute critiche, sia in termini di appesantimento del confronto-scontro tra gli aspiranti egemoni dell’area – Iran e Arabia saudita in primis senza però trascurare l’enigmatica Turchia – sia in relazione alla guerra all’Isis più sbandierata che combattuta, più terreno di alleanze ambigue che teatro di una strategia degna di questo nome.
Sarà importante al riguardo seguire l’annunciata visita nel Golfo del ministro degli esteri iraniano Zarif.

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