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ALLEANZA 24 Luglio Lug 2015 1830 24 luglio 2015

Renzi-Verdini, prove di Partito della Nazione

Denis porta 10-11 voti. Utili per le riforme. Matteo incassa e bastona i ribelli dem. Un asse centrista stile Dc. E pure Casini e Alfano corteggiano gli ex Forza Italia.

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Denis Verdini e Matteo Renzi.

La scissione in Forza Italia che potrebbe ridisegnare il perimetro dello scenario politico italiano, con la nascita di un Partito della Nazione e il conseguente taglio delle ali estreme di destra e sinistra, doveva avvenire a settembre.
Per Matteo Renzi sarebbe stato molto meglio trascorrere la pausa delle vacanze estive - costellata di Feste dell'Unità - senza i veleni della minoranza interna che ha descritto, con l’ex capogruppo del Pd Roberto Speranza, addirittura come un «film horror» un eventuale ingresso dell’ex coordinatore azzurro Denis Verdini nella maggioranza.
IN ARRIVO 10-11 VOTI. Ma, raccontano fonti verdiniane di rango a Lettera43.it, «abbiamo dovuto accelerare, altrimenti il rischio era quello di presentarsi a settembre, quando si voterà la riforma costituzionale al Senato, senza più il nostro gruppo».
E al premier quei 10 o 11 voti (tanti dovrebbe essere i componenti del gruppo Alleanza liberale, popolare e per le autonomie annunciato per martedì 28 luglio) a favore del superamento del Senato sembrano già indispensabili se la sinistra interna ha intenzione di insistere, come pare certo, con il suo pollice verso.
SVOLTA INEVITABILE. Verdini, secondo i racconti dei suoi, qualche giorno fa avrebbe fatto sapere a Renzi, attraverso il sottosegretario Luca Lotti (che sente e vede praticamente un giorno sì e l’altro no fin dai tempi in cui entrambi erano in Toscana) che non aveva più tempo.
Dicendo al premier: «Il rischio è che si sfrangi tutto... già alcuni minacciano di non starci più».
Un segnale chiaro lo aveva dato il senatore ex Forza Italia Riccardo Conti che ha fatto da mosca cocchiera traslocando già una decina di giorni fa al gruppo Misto.
Mossa con la quale Conti avrebbe invitato Verdini ad accelerare le operazioni.
RENZI, FRONDA INTERNA. E così, dopo l’ennesimo incontro con il potente sottosegretario Lotti - uno che sta a Renzi come Verdini una volta stava a Silvio Berlusconi - è stato dato il via alla scissione.
Che Renzi, per evidenti motivi, non potrà mai benedire ufficialmente, visto il crescendo di attacchi da parte della sinistra interna, aiutata dai padri nobili Pier Luigi Bersani e Massimo D’Alema.

Un ingresso dei verdiniani in punta di piedi

Pier Luigi Bersani e Massimo D'Alema.

La strategia del premier e segretario del Pd per ora sarebbe quella di far “entrare dalla porta di servizio” i voti verdiniani per le riforme.
E questo l’ex coordinatore azzurro lo ha già ben messo nel conto.
Ovviamente nessun ingresso in maggioranza.
Ma neppure nessuna paura nei confronti degli oppositori.
La strada è quella di andare avanti come al solito, con sicurezza, e velocemente.
Circoscrivendo l’appoggio di Verdini alle riforme.
LA LINEA BOSCHI. «Punto e basta. La linea è quella data dal ministro Maria Elena Boschi. E cioè che se un pezzo di ex Forza Italia vuole votare le riforme che aveva già approvato e concordato, è del tutto logico e naturale...», spiega a Lettera.43.it un renziano di rango.
Ovvio che il premier voglia usare i voti di Verdini come una clava nei confronti dei dissidenti.
Non a caso ha già detto: «Il problema è quello che fa il nostro partito. Io rispondo alle esigenze degli italiani, non a quelle di Bersani e D’Alema».
IL MODELLO È LA DC. Ma la scissione dell’ex potente coordinatore forzista, artefice del patto del Nazareno, ha l’ambizione di andare oltre.
Tra i verdiniani il commento è: «È nato il primo embrione del partito della Nazione».
Ovvero quella sorta di partito pragmatico pigliatutto, come lo era la Democrazia cristiana, al centro dello schieramento politico, allo scopo sia dei renziani sia dei verdiniani e di chi ci starà di fare le riforme.

Alfano e Casini in pressing su Denis

Pier Ferdinando Casini e Angelino Alfano.

Ma ora Renzi non solo se la deve vedere con l’agguerritissima minoranza interna.
Dovrà tenere a bada anche l’irritazione e i timori di perder potere contrattuale del Nuovo centrodestra di Angelino Alfano e degli altri leader di Area popolare, che raggruppa Ncd e Udc, tassello decisivo del governo.
Secondo rumor di Transatlantico, Alfano e lo stesso Pier Ferdinando Casini in questi giorni avrebbero inutilmente cercato al telefono Verdini, per sondarne le mosse.
Tutto inutile: «Denis è abilissimo quando non si vuol far trovare», raccontano i suoi.
PROGETTO CENTRISTA. Evidente che Ncd e Udc ora vedano con preoccupazione l’altro forno centrista al quale si potrà d’ora in poi rivolgere Renzi.
Certo, per adesso un piccolo forno. Ma sono già in corso manovre per allargarlo ad altre aree moderate.
SCELTA CIVICA GONGOLA. Alla scissione di Verdini non sembra sia un caso che abbia applaudito il segretario di Scelta civica Enrico Zanetti, sottosegretario all’Economia, che a Montecitorio ha una ventina di deputati.
E che ha conquistato con Andrea Mazziotti la presidenza della commissione Affari costituzionali, strategica per le riforme.
Spiegano i verdiniani: «Con Scelta civica c’è un discorso interesante in atto, sta nascendo un piccolo polo aggregante dei liberali per riforme...». In attesa del Partito della Nazione?

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