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TERRORISMO 24 Luglio Lug 2015 1659 24 luglio 2015

Turchia, Erdogan costretto alla guerra con l'Isis

Ankara bombarda il Califfato. Dopo anni di collusioni il Paese adesso è infiltrato. Esposto a maxi attentati e gravi tensioni interne. I raid sono obbligati ma tardivi.

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L'obiettivo ultimo resta quello che ha generato il groviglio e ingrassato l'Isis, «buttare fuori Bashar al Assad da Damasco».
Dopo la strage dell'Isis del 20 luglio a Suruç, al confine con la Siria - 32 morti in territorio turco, tra i curdi e filocurdi vicini ai combattenti di Kobane, così odiati dagli islamisti al governo - Ankara ha rotto gli indugi che a lungo hanno alimentato il terrorismo islamico nella regione.
Più di 250 arresti sono scattati in tre rastrellamenti in 13 province della Turchia, sia contro i jihadisti sia contro i militanti del Pkk, perché i curdi restano sempre il primo nemico da abbattere.
ERDOGAN ANNUNCIA IL PUGNO DURO. Le teste di cuoio e l'intelligence turche, sospettate di collusioni con l'Isis e altri estremisti islamici, hanno perquisito oltre 100 sospetti nascondigli. Quattro caccia-bombardieri F16 scattavano poi, nella notte, in azione contro tre postazioni dell'Isis nel villaggio siriano di Havar: 35 miliziani sarebbero stati uccisi.
È iniziata la «guerra della Turchia all'Isis», «primi passi che continueranno», ha ammesso il tre volte premier turco e infine presidente Recep Tayyip Erdogan, aprendo le basi ai jet Usa. «Bombardamenti a tappeto», riportano i media, di un Paese membro della Nato teoricamente impegnato nella coalizione contro il Califfato in Iraq e in Siria.
In realtà attendista fino a essere accusato, anche dagli americani, di finanziare l'estremismo islamico e chiudere gli occhi sul passaggio dei jihadisti dalle frontiere.
LE COLLUSIONI CON L'ISIS. Ultimamente Turchia e Qatar (e indirettamente anche gli Usa) si sono riposizionati su al Nusra, i qaedisti siriani nella coalizione dei ribelli contro l'Isis.
Ma è opinione diffusa che le sfrenate ambizioni neo-ottomane di Erdogan abbiano accresciuto a dismisura le file dell'Isis e la sua espansione territoriale in Siria.
Un gioco molto pericoloso che espone ora la Turchia ai maxi attentati di ritorsione e a gravi tensioni interne.

Il funerale del militare turco ucciso negli scontri con l'Isis (Getty).

Le autostrade del Califfato dalla Turchia verso la Siria

Esistono corridoi dell'Isis dalla Turchia all'Iraq e alla Siria.
Villaggi dell'entroterra di Ankara svuotati, come in Tunisia e in Marocco, di ragazzi andati a morire per il Califfato o al Nusra.
A Sincan, nell'hinterland poverissimo della capitale, le famiglie contano decine di parenti caduti o dispersi nel cosiddetto Stato islamico.
I CORRIDOI DELLA JIHAD. A Hacibayram, quartiere del cuore della Ankara turistica, un centinaio di residenti sarebbe in Siria.
Più di 1.000 foreign fighter (combattenti stranieri) sarebbero turchi e oltre 1.500 cittadini stranieri sono stati espulsi, negli ultimi mesi, mentre transitavano verso il cosiddetto Stato islamico.
Con voli dall'Europa, dal Nord Africa e anche dagli Usa, attraverso la Turchia sono infatti passati, per anni, migliaia di aspiranti combattenti jihadisti, oltre 3 mila gli occidentali.
15 MILA COMBATTENTI BLOCCATI. Sanliurfa, Gaziantep e Adiyaman sono i principali centri di raccolta, vicino al confine con la Siria, con gli alberghi che erano pieni di foreign fighter.
Quest'estate il governo turco ha comunicato di vietare l'ingresso a circa 15 mila sospetti combattenti stranieri. Altrettanti ne sono passati dalle «autostrade della jihad», si sospetta con l'aiuto del Mit, l'intelligence turca che Erdogan controlla con uno dei suoi uomini al vertice.

Un caccia decolla dalla base Nato turca di Incirlik (Ansa)

L'Isis adesso è questione di sicurezza nazionale

La Turchia è gravemente infiltrata dai terroristi islamici.
Tra gli obiettivi più sensibili, oltre ai voli aerei - si susseguono gli allarmi bomba sui collegamenti della Turkish airlines -, ci sono Istanbul affollata di turisti, che l'Isis ha promesso di «liberare» e la diga Ataturk che controlla il flusso del fiume Eufrate, controllato dai jihadisti nel Califfato.
ISTANBUL NEL MIRINO. A Istanbul sono stati segnalati uffici dell'Isis lasciati aperti dalla polizia che in piazza manganella i manifestanti pacifici e nel Paese agenti e anche alcuni civili sono rimasti vittime di attacchi attribuiti all'Isis.
Come l'ultima sparatoria del 23 luglio a Kilis contro i jihadisti, dov'è morto un gendarme, diverse frizioni sono esplose lungo i 910 chilometri di frontiera con la Siria, dove si trovano anche campi con milioni di profughi dei guerra.
CRESCE L'INSTABILITÀ. Fonti di Lettera43.it avevano riportato, da diversi mesi, la preoccupazione degli ufficiali turchi sulla minaccia crescente interna dell'Isis, ora una «questione di sicurezza nazionale».
Il pericolo peggiore, per la stabilità della Turchia, sono gli attacchi politici come a Suruç che fomentano l'odio tra gli islamisti conservatori e la sinistra radicale e laica, ormai con una base sempre più larga di supporter, oltre i curdi del Pkk, pronti a manifestare a oltranza in piazza Taksim.

Donne attiviste manifestano in Turchia in ricordo dei morti di Suruç (Getty).

Tensioni tra islamisti e curdi, mentre dilagano le proteste interne

Per i curdi Erdogan sta con l'Isis, in Siria ramificato sin dal 2012, mentre maturava la scissione da al Nusra e infine da al Qaeda.
I territori del Califfato appartenevano all'impero ottomano crollato all'inizio del 1900, ad Ankara fanno gola.
Ma i curdi di Kobane, comune della costituenda Repubblica socialista della Rojava, interferiscono con il disegno e sono anche il ramo siriano dei «terroristi del Pkk».
IL BOICOTTAGGIO CURDO. Mentre i foreign fighter passano indisturbati la frontiera, per anni i soldati turchi hanno bloccato i curdi diretti nella Rojava a dar man forte contro l'Isis.
A Suruç una kamikaze ha fatto decine di morti e oltre 100 feriti tra i 300 attivisti della Gioventù socialista venuti da tutta la Turchia per superare la frontiera e unirsi alla resistenza curda.
BASI NATO PER I RAID. Nel maggio 2013, quando ancora non era stato proclamato il Califfato, a Reyhanli, nella “little Syria” turca vicino il confine di Hatay, esplosero due autobombe: un attentato in tipico stile di al Qaeda in Iraq (poi Isis), che fece 51 e oltre 140 feriti.
I rifugiati siriani fuggirono anche da lì, la Turchia era già vulnerabile. Ma poi Erdogan ha preferito un'altra strada. Dopo un'iniziale riluttanza, concede ora la base aerea Nato di Incirlik per i raid contro l'Isis.
Meglio tardi che mai, ma il treno potrebbe essere già passato.

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