Ministro Della Giustizia 150119101010
EDITORIALE 27 Luglio Lug 2015 1711 27 luglio 2015

Stato democratico o Repubblica di spioni?

Nel dibattito sulle intercettazioni non sono ammesse mezze misure. O si è a favore o contro. Eppure basterebbe una normativa che discrimini ciò che è penalmente rilevante da ciò che non lo è. Tutelando la riservatezza delle persone e, al contempo, le indagini dei magistrati.

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Il ministro della Giustizia, Andrea Orlando.

Di solito funziona così. Il politico, che non vede l’ora di vendicarsi del nemico giornalista, la fa fuori dal vaso.
Stavolta, per mano di un parlamentare di Ncd, propone il carcere per chi carpisce dichiarazioni fuori onda e le squaderna sui media.
Ne consegue unanime sdegno e levata di scudi che non si limita a seppellire nel giusto ridicolo la bislaccata del carcere, ma non si lascia sfuggire l’apocalittica conclusione: si vuol mettere il bavaglio alla stampa.
LA POLITICA TEME DI INIMICARSI I GIORNALI. Di questo passo si sta procedendo da anni, forse ormai decenni. Il tentativo di regolare l’uso delle intercettazioni si perde nella notte dei tempi, e mai si concretizza.
Perché l’argomento non ammette distinguo. Bisogna essere pro o contro, il 'ma' suona come una presa di posizione netta e dunque esecrabile quale essa sia.
A questo punto la politica, nella fattispecie l’esecutivo, prende paura perché inimicarsi i giornali vuol dire minare in qualche modo il già labile consenso di cui si gode. Quindi la legge in questione viene rimessa rapidamente nel cassetto.
Ipocrisia, convenienza, troncare e sopire in attesa che la polemica riesploda alla prossima buona occasione.
BISOGNA TUTELARE SIA LA PRIVACY SIA LE INDAGINI. Eppure l’attualità continua a fornire il destro per discuterne. La fantomatica intercettazione di Rosario Crocetta che pende come una indicibile onta sulla testa del governatore siciliano, le chiacchiere in libertà che il premier e il generale della Guardia di Finanza Adinolfi intrattengono sulle presunte incapacità di Enrico Letta, dove tra le tante parole si affaccia anche l’inquietante ipotesi di ricattabilità dell’ex inquilino del Quirinale Giorgio Napolitano.
Parole che sono finite pari pari sui giornali anche se i magistrati, avendole ascoltate, evidentemente non hanno dato loro credito.
Che esista, grande come una casa, una questione di tutela della privacy è evidenza comune. La riservatezza delle conversazioni dovrebbe essere un diritto inalienabile, così come quello degli inquirenti di intervenire qualora in esse si configurino ipotesi di reato.
OGNI LIMITAZIONE VIENE ETICHETTATA COME CENSURA. Idem per quel che riguarda la tutela degli intercettati a strascico, quelli cioè non sottoposti a indagine ma le cui conversazioni con chi invece sotto indagine lo è finiscono nei brogliacci. E spesso vengono ritirate fuori magari a distanza di anni a mo’ di arma impropria.
Non dovrebbe essere difficile trovare una normativa che, col solo buonsenso, discrimini ciò che è rilevante da ciò che non lo è, tutelando il diritto alla riservatezza delle persone e al contempo il dovere della magistratura a indagare in presenza di notitia criminis.
Invece qualsiasi limitazione viene vista come una esecrabile censura, un intollerabile tentativo di limitare il controllo dell’opinione pubblica. Non importa se quel controllo si trasforma in faziosità, se torna buono a servire questa o quella causa, se trasforma uno Stato democratico in una Repubblica di spioni.

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