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PAGELLA 27 Luglio Lug 2015 0700 27 luglio 2015

Tasse, le ombre sulla politica fiscale di Renzi

L'ultima idea: ridurre le imposte di 50 mld in tre anni. Ma finora Renzi ha fallito. Il bonus Irpef e e gli sgravi del Jobs act non hanno dato i frutti sperati.

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Matteo Renzi e Pier Carlo Padoan.

Promette di tagliare le tasse per 50 miliardi di euro nel prossimo triennio, intanto - in un anno solo di vita - il suo governo ha portato la pressione fiscale fino al 43,5% del Pil.
Quasi due punti in più rispetto alla media euro.
Prima di annunciare la cancellazione della Tasi sulla prima casa e la sforbiciata di Irpef, Irpeg e Irap, Matteo Renzi ha giocato non poco con la leva fiscale.
BONUS, MOSSA POLITICA. L’intervento più famoso (e più discusso) è stato quello del bonus di 80 euro per chi guadagna fino a 26 mila euro l'anno.
Anche grazie all’operazione a favore degli incapienti ha stravinto alle Europee 2014.
DECISIVO IL JOBS ACT. Ma per i destini del Paese potrebbe essere non meno decisivo il triplo incentivo (congelamento della parte Irap sul lavoro, decontribuzione e ulteriore sgravio per chi è iscritto a Garanzia giovani) permesso dal Jobs Act.
Al momento, però, il bilancio presenta più ombre che luci.
Perché non sono stati ancora raggiunti i risultati che il premier si era prefissato: in estrema sintesi, crescita dei consumi e creazione di nuovi posti di lavoro.
DAL 2012 DOMANDA GIÙ. Renzi ha dovuto forzare non poco gli uomini del Tesoro a mantenere il bonus Irpef.
Se avesse potuto avrebbe anche abbassato l’asticella dei beneficiari di un provvedimento che già oggi costa alle casse dello Stato oltre 7 miliardi per stimolare la domanda interna, crollata dopo le maxi manovre correttivi fatte dal 2012 in poi. Che a ben guardare ha segnato un piccolo sussulto, ma non è ancora ripartita.
SPESA SOLO A +0,5%. Soltanto dall’inizio del 2015 gli italiani sono tornati a spendere, ma la voce segna al secondo trimestre uno striminzito aumento dello 0,5%.
Troppo basso per parlare di svolta.
Questo perché, come hanno spiegato i tecnici dell’Inps nel rapporto “Primi risultati dell’impatto del bonus 80 euro sui consumi delle famiglie italiane”, le spese dei lavoratori dipendenti «aumentano dopo l’introduzione del bonus, ma l’incremento è generalizzato tra tutti i dipendenti (non solo tra i percettori del bonus) e principalmente tra i lavoratori con più di 26 mila mila euro, cioè i non-percettori del bonus».
PAGATI VECCHI DEBITI. Alcuni esperti sottolineano che, vista la platea, il bonus non è stato usato soltanto sul versante dei consumi, ma anche per pagare rate di vecchi debiti e utenze.
Senza contare che il potere d’acquisto degli italiani è stato rafforzato da inflazione zero, dal peso degli aumenti contrattuali e soprattutto dal calo del petrolio.
Al riguardo, salomonico, l’economista Luigi Guiso ha sentenziato sulla Voce.info: «Una valutazione basata sui dati aggregati non ha senso, il bonus potrebbe aver avuto un effetto forte sui consumi anche se la crescita aggregata è modesta. Semplicemente in assenza dell’intervento sarebbe stata ancora più fiacca».

Gli sgravi sul costo del lavoro? Per le aziende sono «insufficienti»

L'Istat ha rivisto i dati sul Pil del 2013 secondo metodo Sec2010.

Giudizi contrastanti li hanno raccolti anche gli sgravi fiscali per accelerare le assunzioni, che il governo Renzi aveva già attivato prima del lancio del Jobs act.
In un’ottica di taglio al cuneo fiscale, l’esecutivo ha messo sul piatto circa 10 miliardi di euro, garantendo alle aziende fino a 8.600 euro in meno tra contributi e parte Irap sul lavoro.
Senza contare poi “l’incentivo” da sempre chiesto dalle imprese: il superamento dell’articolo 18.
L'EUROPA È LONTANA. Le aziende però lamentano che questa cifra non è sufficiente per essere competitivi su questo fronte con i loro concorrenti europei.
Senza contare che il grosso del bonus si applica ai lavoratori di prima fascia, in una fase storica nel quale servirebbero soprattutto competenze ed esperienza. Che chiaramente si pagano.
L'ISTAT SMENTISCE PADOAN. In un inusuale (per lui) picco di ottimismo, il ministro Pier Carlo Padoan parlò a regime della possibilità di creare un milione di nuovi posti di lavoro. I numeri dell’Istat sembrano per ora smentirlo.
L’istituto di statistica ha comunicato che a maggio 2015 il tasso di disoccupazione è rimasto invariato al 12,4% rispetto al mese precedente.
DISOCCUPAZIONE -0,2%. A livello annuale il numero dei senza lavoro è diminuito dell’1,8% (59 mila persone in meno) e il tasso di disoccupazione di 0,2 punti percentuali.
Gli occupati, invece, sono stati a quella data 63 mila in meno rispetto ad aprile (-0,3%), quando invece erano cresciuti di 159 mila unità.

Niente inversione di tendenze: e lo scenario non migliorerà

Una manifestazione contro il Jobs Act di Renzi.

Va detto che proprio l’ottimismo e le speranze generate dal Jobs act hanno spinto molti lavoratori a uscire dal sommerso e a riscriversi nelle liste dei disoccupati.
Ma è chiaro che queste grandezze dimostrano che non c’è stata un’inversione di tendenza.
STABILIZZATI I PRECARI. Questo perché - con la ripresa ancora lenta e una domanda debole - le aziende hanno preferito approfittare degli sgravi del contratto a tutele crescenti per stabilizzare i precari già in pianta organica.
In quest’ottica aiuta un’analisi sulle tendenze presenti e future fatta dai Consulenti del lavoro: «Nel primo bimestre 2015 i dati del ministero del Lavoro hanno certificato che sono stati stipulati 303.124 contratti agevolati (di cui 278 mila contratti agevolati di stabilizzazione, pari al 92%), con un costo di esonero contributivo per quest’anno di 1,250 miliardi di euro».
Le cose non sono destinate a migliorare.
SCOPERTURA DI 3 MILIARDI. Nel periodo marzo-dicembre 2015 saranno stipulati 569 mila contratti agevolati (senza stabilizzazioni) e che a fine 2015 potrebbero contarsi complessivamente 1 milione 150 mila e 124 contratti agevolati (di cui l’87% sono stabilizzazioni e appena il 13% nuove assunzioni) con un costo di esonero contributivo pari a 4,74 miliardi, a fronte di uno stanziamento complessivo della misura di 1,8 miliardi.
Secondo questa stima, dunque, a fine 2015 si verrebbe a determinare una scopertura finanziaria di 2,94 miliardi. Risultato? Ancora meno nuovi posti di lavoro se i fondi finiranno prima del tempo.
Tutti fronti sui quali Renzi non ha ancora annunciato interventi.

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