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POLEMICHE 30 Luglio Lug 2015 1100 30 luglio 2015

Svizzera, la guerra e le ripicche contro i frontalieri italiani

Casellario giudiziario da presentare. Conti in banca bloccati. Battaglie sui salari. Ora il Canton Ticino boicotta 60 i mila lavoratori lombardi. Maroni imbarazzato.

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In Svizzera lavorano 60 mila frontalieri lombardi.

Roma e Berna, soprattutto dopo l’intesa fiscale, cinguettano come non mai.
Ma tra Lugano e Milano (e i loro rispettivi governi leghisti) è tornato un clima che riporta i lavoratori italiani in Svizzera agli Anni 50.
Cioè quando alla frontiera venivano controllati come cavalli.
VERIFICHE GIUDIZIARIE. L’ultima provocazione elvetica ai frontalieri - gente che lavora entro 20 chilometri dalla dogana e che in cambio di meno tasse accetta anche di guadagnare la metà di uno svizzero - prevede la presentazione del casellario giudiziario e l’elenco dei carichi pendenti, se si vuole il permesso di lavoro.
Per tutta risposta il segretario generale della Farnesina Michele Valensise ha convocato l'ambasciatore Giancarlo Kessler e gli ha espresso «la viva preoccupazione del governo italiano» per una norma che è contraria agli accordi sulla libera circolazione dei cittadini.
«TUTELIAMO IL TERRITORIO». Ma il governo federale può fare poco, perché dietro quest’uscita c’è il governatore del Canton Ticino (e leader della Lega dei Ticinesi) Norman Gobbi.
Il quale parla di una misura di «tutela del territorio», ricorda che «due italiani con precedenti penali sono stati arrestati da noi per una serie di rapine» e non dimentica che per un pelo Raffaele Sollecito - quando era ancora sotto processo per l’omicidio di Meredith Kercher - stava per ottenere la cittadinanza elvetica.

Maroni imbarazzato: deve difendere i 60 mila frontalieri lombardi

Roberto Maroni.

Ma il caso non viene seguito soltanto alla Farnesina.
Al Pirellone è forte l’imbarazzo del governatore Roberto Maroni, che (con Umberto Bossi) è a pieno titolo nel Pantheon della Lega dei Ticinesi.
Ma qui, più dell’ideologia, ci sono gli interessi di 60 mila frontalieri lùmbard.
Sono equamente divisi tra le province di Como e di Varese, bacini di voto storici per il Carroccio.
«LI MANDIAMO NEL CAOS». Così Maroni ha tuonato: «Statevene un mese a casa, gli stipendi ve li pago io, così gli svizzeri finiscono nel caos».
Come vuole l’adagio, si è sempre meridionali di qualcuno.
E questa volta i “terroni”, o l’idraulico polacco, sono gli italiani.
Che fino a qualche anno accettavano di lavorare alla metà di un salario medio, in cambio di una tassazione diversa e della certezza di un costo della vita (in Italia) minore grazie a uno stipendio svizzero.
NODO DEL SALARIO MINIMO. E che adesso sono diventati il grimaldello nella Confederazione per una battaglia che va sopra le loro teste: istituire il salario minimo in un Paese dove la contrattazione collettiva è merce rara.
Erano 40 mila negli Anni 90, 60 mila oggi: i frontalieri sono troppi in una Svizzera che per continuare a crescere ha dovuto anche abbandonare la parità dell’euro.
Anche perché adesso non si “accontentano” più dei posti in fabbrica o nei cantieri, ma sono molti ricercati dall’industria della finanza e dei servizi.
E sono sempre più richiesti dopo che l’introduzione dell’Aspi ha reso i loro licenziamenti più convenienti e meno onerosi.
GLI XENOFOBI ALL'ATTACCO. Proprio brandendo lo spettro del dumping salariale, gli xenofobi dell’Udc e la Lega dei Ticinesi hanno avuto gioco facile nel far passare una proposta d’iniziativa popolare per chiedere al governo (che si guarda dal farlo) di introdurre quote contro i lavoratori stranieri per favorire i locali.
Gli stessi paletti che negli Anni 90 spingevano gli imprenditori a ingegnarsi e a inserire nei bandi la conoscenza di una “lingua rara” (l’italiano, ça va sans dire) per aprire le porte ai frontalieri.

La doppia imposizione rende meno conveniente fare la spola

Il governatore del Canton Ticino e leader della Lega dei Ticinesi Norman Gobbi.

Proprio i frontalieri hanno paura.
E vedono via via peggiorare le loro condizioni dopo che il ministro dell'Economia italiano Pier Carlo Padoan e il consigliere federale del dipartimento federale delle Finanze elvetiche Eveline Widmer-Schlumpf hanno firmato il Protocollo di modifica della Convenzione per evitare le doppie imposizioni (Cdi).
Prima gli italiani che lavoravano in Svizzera pagavano soltanto in Svizzera un’aliquota che non superava il 12%, con la Confederazione che ristornava al nostro Erario parte delle perdite.
Adesso devono presentare anche la dichiarazione dei redditi in Italia.
SEMBRA SFRUTTAMENTO. Tutto questo impone agli svizzeri una soluzione per evitare quello che - senza benefici fiscali - appare sempre più come sfruttamento.
Da più parti si fanno pressioni per inserire un salario minimo in un Paese dove il contratto collettivo si applica soltanto in tre settori.
Ma lo stipendio medio non potrebbe essere inferiore ai 4 mila franchi (circa 3.700 euro), troppi per aziende che pagano poco più di 2 mila (1.800 euro) gli stranieri.
AZIENDE PRONTE A SPOSTARSI. Così c’è già chi minaccia di trasferire le aziende nella più conveniente Italia.
In questo clima il leghista Gobbi impone ai transfrontalieri di girare per Lugano con il certificato giudiziario.
Ma non è l’unica ripicca.
Le banche elvetiche, quelle dove vengono accreditati gli stipendi, hanno bloccato i conti agli italiani che non hanno ancora firmato la liberatoria per il trasferimento delle informazioni all’Agenzia delle entrate.
Per la cronaca, gli accordi tra Italia e Svizzera sulla trasparenza bancaria davano tempo fino al 30 settembre.
Ma per quella data i frontalieri si attendono nuove ripercussioni.

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