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STRATEGIA 31 Luglio Lug 2015 2012 31 luglio 2015

Renzi, il confronto con i ribelli del Pd è la contromossa

I casi Azzollini, Rai, Verdini aprono la crisi: 9-10 dissidenti persi. Altri in uscita? Premier costretto al dialogo sui presidenti di commissione. Per sedare la Ditta.

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Maria Elena Boschi e Matteo Renzi.

Prima il caso Azzollini, poi l'ammutinamento sulla riforma della Rai.
I nodi da sciogliere iniziano a diventare tanti per Matteo Renzi.
Occorre una controffensiva, una strategia per non perdere il controllo della truppa Pd in Senato e anche alla Camera.
Per la verità la situazione a Montecitorio è più tranquilla rispetto a Palazzo Madama, e non solo per una questione di numeri, ma soprattutto per l'agibilità politica che gli hanno concesso i deputati (anche della minoranza) rispetto ai colleghi dell'altro ramo del parlamento.
DIALOGO DA RIAPRIRE. Il leader dem vuole però riattivare il canale di confronto con le varie anime del suo partito e i suoi fedelissimi sono già all'opera per sondare il terreno con dialoganti e ostruzionisti.
L'obiettivo è portare quante più truppe dal suo lato del campo, anche a costo di cedere pezzi di potere nel partito, proprio per togliere rifornimenti agli avversari interni, i cui numeri si stanno facendo un po' troppo ampi per i gusti di Renzi, in particolare nella Camera alta, dove a settembre si aprono ghiotti spazi vuoti in virtù della revisione di mid-term delle presidenze delle varie commissioni, dalle quali saranno esclusi gli esponenti di Forza Italia per far posto a membri della maggioranza.
ASSENZE ALLARMANTI. Le assenze di giovedì 30 luglio in aula al Senato, utili a far passare un emendamento della minoranza dem assieme ai voti di Forza Italia, M5s, Lega e Sel, che cancella (per ora, perché sarà reintrodotta alla Camera) la norma che avoca alla presidenza del Consiglio il canone Rai, sono un campanello d'allarme troppo squillante per far finta di non aver sentito.
E aprirsi al dialogo anche sulla scelta dei prossimi presidenti di commissione può essere una mossa utile ad ammorbidire i toni.

Almeno 9-10 ribelli al Senato sono considerati persi

Miguel Gotor, senatore Pd.

Dietro questo strano asse ci sono ovviamente i soliti noti della Ditta, da Pier Luigi Bersani a Roberto Speranza, a Maurizio Migliavacca, senza dimenticare i barricaderi civatiani rimasti orfani del loro punto di riferimento, come Corradino Mineo, Walter Tocci e Felice Casson (i primi due hanno votato a favore dell'emendamento con parere contrario del governo, mentre l'ex magistrato non era proprio al suo scranno al momento della votazione).
Dei 19 “ribelli” che hanno detto sì all'emendamento Fornaro, Renzi ne reputa persi almeno la metà, e tra questi ci sono anche Vannino Chiti e Miguel Gotor.
OPERA DI RICONQUISTA. Ma nel resto del gruppo sono considerati 'recuperabili' quasi tutti: da Paolo Corsini a Erica D’Adda, da Nerina Dirindin a Maria Grazia Gatti, Maria Cecilia Guerra, Paolo Paleotti Guerrieri, Silvio Bachisio Lai, Sergio Lo Giudice, Doris Lo Moro e Carlo Pegorer.
Anche Massimo Mucchetti - che tenero col premier, quando è servito, non lo è mai stato - non è ostile al dialogo.
VERDINIANI INFEDELI. Qualche tiratina d'orecchie a distanza è stata data anche alla neo scissa componente verdiniana, che giovedì 30, alla prima occasione utile, ha subito abbandonato la collaborazione col governo per votare in linea con gli ex colleghi di partito e la parte 'sbagliata' del Pd.
Sia il ministro delle Riforme Maria Elena Boschi alla Festa dell'Unità sia il presidente del Consiglio, infatti, lo hanno maliziosamente sottolineato in occasioni pubbliche.
Una sorta di primo cartellino giallo.

L'uscita della Serracchiani agita anche la Camera

Il ministro dell'Agricoltura, Maurizio Martina.

Oltre al Senato c'è anche un altro fronte del dissidio cui deve far fronte Renzi che ha il suo focolaio alla Camera dei deputati.
Nulla di eccessivamente preoccupante, intendiamoci, ma comunque meritevole di un intervento distensivo del leader, da compiere alla prima occasione utile (di partito, perché l'ordine è che d'ora in poi i panni sporchi si laveranno in famiglia).
NO AL POPULISMO. La sortita della vice segretaria Pd, Debora Serracchiani, che ha esortato i suoi a chiedere scusa agli italiani per aver votato no all'arresto del senatore Ncd, Antonio Azzollini, non è andata giù a un pezzo consistente del partito che siede in parlamento.
L'accusa è di fare del «populismo senza aver letto le carte processuali», mentre loro sono chiamati a un compito difficilissimo che incide sulla vita di un essere umano.
MARTINA IRRITATO. La mosca al naso è saltata soprattutto a esponenti di Sinistra e cambiamento, il gruppo di ex bersaniani-cuperliani guidato dal ministro Maurizio Martina e aperti alla collaborazione col segretario.
Perdere una pattuglia di 20 deputati e una decina di senatori per un classico 'scazzo' di partito, proprio non va giù all'inquilino di Palazzo Chigi, che ha affidato a Lorenzo Guerini il compito di ricostruire il feeling.
DITTA #STAISERENA. D'ora in poi Renzi non può permettersi il lusso di lasciare nuove truppe all'opposizione interna: la cosa anti-renziana (trasversale da sinistra a destra) sta montando a passo più svelto di quello che gli stessi ispiratori immaginavano, e ora al giovane premier tocca trovare un argine per riportare la calma nel Pd e nella maggioranza e nel governo.
Per far #stareserena la Ditta, soprattutto.

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