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INTERVISTA 1 Agosto Ago 2015 1100 01 agosto 2015

Turchia, Dottori: «Sull'Isis Erdogan non decide»

Raid di Ankara anti-Califfato. Per l'esperto Dottori voluti dal premier Davutoglu. E dagli Usa, che progettano di far fuori i russi. «Rischio di guerra civile interna».

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Non le elezioni anticipate in autunno, come vuole il tre volte premier e presidente turco Recep Tayyip Erdogan, ma un governo di grande coalizione caldeggiato dagli americani, con la sinistra kemalista e nazionalista del Chp di piazza Taksim alleata di ferro della Nato.
Dietro i raid della Turchia in Iraq e in Siria, contro l'Isis e i curdi del Pkk, ci sono risvolti politici interni e pressioni internazionali dalle quali potrebbero uscire decapitate le ambizioni neo ottomane del “sultano” Erdogan.
SENZA MAGGIORANZA. Senza una maggioranza in parlamento, gli islamisti dell'Akp non possono formare un esecutivo e nel partito che governa la Turchia dal 2002 montano le divisioni.
Il premier uscente Ahmet Davutoglu ha colloqui in corso con la controparte che potrebbe prevalere: non è affatto detto che la svolta in politica estera di questi giorni sia un scelta del presidente turco.
ZAMPINO AMERICANO. Per Germano Dottori, docente di Studi strategici alla Luiss e advisor parlamentare, il vento sta cambiando e a spingerlo sono gli americani contro Erdogan e Vladimir Putin per riallineare Ankara alla Nato, lontana dal gas russo.
«GIOCO PERICOLOSO». «Un gioco comunque pericoloso, che potrebbe anche far scoppiare una guerra civile», spiega a Lettera43.it.
«La Turchia deve essere normalizzata, messa nelle mani di una leadership affidabile e di certe credenziali anti russe. Ma per arginare Erdogan i kemalisti dovranno accettare un compromesso e allearsi con Davutoglu, magari in cambio di un rallentamento del processo di islamizzazione interno. Gli Usa li incoraggeranno a farlo».

L'analista strategico esperto di Medio Oriente Germano Dottori. © Imagoeconomica  

DOMANDA. Quanto influisce l'empasse interna delle recenti Legislative nella svolta turca contro l'Isis e il Pkk?
RISPOSTA. Non escludo che il premier Davutoglu stia seriamente pensando di fare un governo di coalizione con i kemalisti che precluda a Erdogan lo scioglimento del parlamento.
D. Come?
R. Una politica estera anti-curda e anti-Stato Islamico sarebbe perfetta per cementare l’intesa, che sarebbe gradita all’esercito e di certo anche a Washington. Erdogan, giudicato ormai fuori controllo, dovrebbe rinunciare alle proprie ambizioni presidenzialiste. È un gioco comunque pericoloso, che potrebbe anche comportare lo scoppio di una guerra civile in Turchia.
D. Ma i raid non erano voluti da Erdogan, che spinge per elezioni anticipate a novembre?
R. Non sono per ora convinto che il processo di trasformazione della politica estera turca sotto i nostri occhi sia guidato da Erdogan. Il presidente lo subisce, perché implica la fine delle sue aspirazioni neo ottomane.
D. Cosa accadrà alla Turchia?
R. Attaccando il Pkk anche nel Kurdistan iracheno, si alienerà fatalmente l’amicizia dei suoi dirigenti, che Erdogan aveva a lungo ritenuto di poter manovrare e in qualche caso trasformare in vassalli. Viene soprattutto meno l’idea plurinazionale e imperiale sottesa al neo ottomanesimo, mentre risale il nazionalismo turco dei kemalisti.
D. Perché la Turchia, membro della Nato, ha aspettato ad agire contro l'Isis, concedendo solo ora le basi aeree per i raid degli Usa?
R. Ho la sensazione che il capovolgimento della politica estera turca di questi giorni derivi precisamente da una irresistibile pressione americana. Raggiunto l’accordo con l’Iran in campo nucleare, Ankara è stata chiamata a decidere da che parte stare.
D. Cioè?
R. Da un lato, c’è chi la vorrebbe impegnata a riequilibrare Teheran, come i sauditi. Dall’altro chi invece desidererebbe vederla cooperare con l’Iran. Gli Stati Uniti spingono esattamente in questa direzione. Nella loro visione la Turchia dovrebbe diventare lo sbocco del metano persiano e non certo di quello russo.
D. Come nei negoziati con l'Iran e Cuba, l'obiettivo strategico degli Usa è far fuori i russi.
R. In gioco ci sono i futuri equilibri dell’Eurasia e il controllo non solo del Medio Oriente - che un suo equilibrio per quanto precario prima o poi lo troverà - ma dell’Europa.
D. Si riferisce al gas?
R. Sì. Se i turchi rinunciassero al Turkish Stream per puntare sul metano persiano, noi europei potremmo certamente continuare a comprare il gas russo - nessuno intende negarci questa facoltà - ma la Russia perderebbe la possibilità di condizionare l’Europa, perché il suo metano sarebbe sostituibile con quello persiano, accessibile dalle coste turche. Ecco perché la Turchia deve essere riallineata e messa nelle mani di una leadership affidabile e di certe credenziali anti russe.
D. Come può agire Ankara contro gli interessi del Cremlino?
R. Dalle colonne virtuali del suo sito Stratfor, George Friedman ha fatto esplicitamente cenno alla possibilità che i turchi nazionalizzino il Bosforo per chiudervi dentro la flotta russa del Mar Nero. L’Europa, nella visione dell’Amministrazione Obama, deve essere sottratta a ciò che resta dell’influenza politica di Mosca.
D. Un progetto che può funzionare?
R. Non si può essere condannati a dipendere da un regime che negli ultimi anni si è rivelato assai più imprevedibile e spregiudicato di quello russo. La Turchia deve essere normalizzata.


Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan con il premier Ahmet Davutoglu (Getty).  

D. Ma saltato il South stream con l'Ue Vladimir Putin ha ripiegato sul nuovo gasdotto in Turchia, ha incontrato Erdogan di recente e vuole collaborare contro l'Isis.
R. Non ci sta e si muove a sua volta, come probabilmente fanno anche gli israeliani. I russi naturalmente non hanno alcun interesse a farsi rinchiudere nel Mar Nero e debbono ostacolare il disegno che mira a ridurre ulteriormente il peso geopolitico del loro gas.
D. Cosa fare allora?
R. Per evitare un riallineamento ostile della Turchia hanno proposto ad Ankara, ai sauditi e agli stessi iraniani un’alleanza anti-terroristica contro lo Stato islamico, che contemplerebbe un ruolo anche per gli alawiti siriani. Come carta di riserva, possono tornare a patrocinare la causa dei curdi del Pkk, esattamente come sono in grado di fare gli israeliani.
D. Si avvertono segnali in questo senso?
R. Qualche giorno fa è accaduto un fatto piuttosto misterioso, soprattutto per il modo in cui è stato gestito dai media turchi. La sera del 27 luglio l’unico gasdotto che porta metano persiano in Turchia è stato sabotato ad Agri, provocando l’interruzione degli approvvigionamenti per tre giorni.
D. Chi sono i responsabili?
R. Qui in Occidente si pensa che sia stata opera del Pkk, ma incredibilmente, stampa e tivù turche hanno taciuto il fatto, malgrado potesse offrire un motivo ulteriore alla loro propaganda in questa fase di raid contro i seguaci di Öcalan.
D. Le operazioni lanciate dalla Turchia sono una guerra contro l'Isis o una guerra contro i curdi?
R.
Rappresentano un cambio di politica. Un ritorno a una postura più tradizionale della geopolitica turca, per quanto possibile nelle mutate circostanze determinate dalle rivoluzioni del 2011, che comunque hanno introdotto alcuni elementi di novità irreversibili.
D. Per esempio?
R. Gli Stati Uniti di Obama non chiederanno ai turchi di rinunciare alla sponsorizzazione dell’Islam politico dei Fratelli musulmani. Ma pretenderanno una condotta più lineare e la fine di qualsiasi sospetto di collusione con il jihadismo.
D. L'obiettivo dell'attentato a Suruç che ha originato l'escalation era la Turchia o il Kurdistan? E se è una scintilla chi l'ha provocata?
R. Non escludo, e non sono il solo, che qualche importante autorità turca abbia pensato di utilizzare i jihadisti contro i curdi non solo in Siria ma anche in Anatolia, per arginarne la crescita. E che poi con l’attentato di Suruç molti oppositori di questa strategia si siano convinti dell’impossibilità di andare oltre su questa strada.
Di fronte alla possibilità che la Turchia diventasse a sua volta un campo di battaglia, qualcuno si è mosso. La scelta di combattere tanto i curdi quanto l'Isis mi pare dettata proprio dalla volontà di sbarrare il passo a qualsiasi possibile tentativo di utilizzare il jihadismo contro gli avversari interni del presidente Erdogan. La Turchia deve tornare forte ed affidabile.
D. Erdogan ha dichiarato definitivamente saltato il processo di pace tra Pkk di Adbullah Öcalan.
R. Non si possono fare previsioni. Molto dipende da come evolverà la partita tra Davutoglu e il suo presidente, da come reagirà quest’ultimo. Per ora Erdogan fa buon viso a cattivo gioco, cercando di avallare scelte politiche che non mi paiono ragionevolmente compatibili né con i suoi interessi né con la sua visione della Turchia e del suo ruolo regionale.
D. In Turchia cresce l'instabilità interna. C'è il rischio che l'Isis compia gravi attentati per ritorsione con un contributo maggiore di Ankara alle operazioni internazionali?
R.
Certo. È un rischio obiettivamente in aumento, anche se i servizi turchi hanno infiltrato in profondità il Califfato e avendone in qualche modo controllato la logistica possono intercettarne le mosse. Molto dipenderà anche da come si schiereranno nella lotta apertasi all’interno della Turchia. È tuttavia indicativo che qualcuno dei loro - e parlo di gente piuttosto in vista - abbia già tentato di allontanarsi da Erdogan. Molti si sentono compromessi e sembrano in procinto di rifarsi una verginità prima che sia chiaro il cambiamento di direzione del vento...

Twitter @BarbaraCiolli

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