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SPIN DOCTOR 5 Agosto Ago 2015 1232 05 agosto 2015

Primarie Usa, cosa sono i Super Pac

Le lobby tornano a farsi sentire a fianco dei candidati. Ma resta il nodo trasparenza.

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La Casa Bianca.

Il loro nome è Super Pac (Super political action committees) e stanno creando non pochi imbarazzi alle campagne elettorali dei candidati democratici e repubblicani alla presidenza degli Stati Uniti.
Si tratta di organizzazioni di raccolta fondi che appoggiano un politico o un partito in maniera privata e indipendente e hanno la capacità di influenzare l’opinione pubblica con spot elettorali e una serie di azioni a sostegno del candidato senza dover rispettare vincoli e divieti applicati alle donazioni dirette.
È di domenica scorsa (2 agosto, ndr) un approfondimento del Corriere della Sera a firma di Massimo Gaggi che ha analizzato in maniera puntale cosa sia successo nel sistema di finanziamenti e lobbying americano che ruota attorno alle campagne presidenziali degli Stati Uniti.
REGOLE MENO TRASPARENTI. Nel gennaio del 2010 la Corte Suprema ha infatti stabilito che lo Stato Americano non ha il diritto di vietare alle lobby e alle grandi corporations di contribuire in maniera massiccia alle campagne elettorali americane.
Tuttavia, se in base al principio del “free speech”, la possibilità di finanziare illimitatamente le campagne è alla base della rappresentanza degli interessi a stelle e strisce, le regole a cui sottostanno questi Super Pac sono molto meno severe dei precedenti Pac e molto meno trasparenti. A differenza delle donazioni dirette, per esempio, le organizzazioni hanno la possibilità di mantenere segreto il nome dei finanziatori fino a elezioni concluse e, non essendo direttamente collegate alle campagne dei candidati, questi ultimi non possono essere ritenuti responsabili delle azioni di queste organizzazioni.
FONDI USATI PER SPOT CONTRO GLI AVVERSARI. I fondi di questi gruppi indipendenti però non possono essere utilizzati per sostenere direttamente la campagna, ma spesso (come è avvenuto per la scorsa tornata elettorale), per denigrare gli avversari con spot e campagne di disinformazione.
Inoltre, da quest’anno, le organizzazioni indipendenti hanno deciso di forzare la mano e aggirare ancora di più il regolamento, utilizzando le proprie risorse per pagare i viaggi dei candidati, realizzare ricerche di mercato a tappeto e analizzare il sentiment dell’elettorato a Usa.

Le donazioni dal basso? A confronto raccolgono briciole

La forza di questi Super Pac sta minando alle basi il mito delle campagne americane, fatte di donazioni dal basso e di raccolta di piccole somme da parte della base dell’elettorato.
Le campagne di grassroots e advocacy rimangono centrali, ma uno spettro aleggia sulla maggior parte dei candidati americani.
PER JEB BUSH GIÀ 108 MILIONI. Se infatti da una parte abbiamo le donazioni con un tetto di 2.700 dollari a supporter, dall’altra i miliardari di mezza America hanno dato il loro appoggio più o meno esplicito ai candidati e le cifre raggiunte sono da capogiro (già quasi 300 milioni di dollari) considerato che non siamo ancora entrati nel vivo della campagna elettorale.
Il paperon dei paperoni dei Super Pac è Jeb Bush con 108,5 milioni raccolti dal Pac a suo favore, contro gli appena 11,4 milioni raccolti dalla campagna. Lo seguono a ruota altri due repubblicani come Ted Cruz (37,8 milioni dai gruppi indipendenti contro i 14,3 dalla campagna) e Marco Rubio, che con 33,1 milioni ha un rapporto di 3 a 1 rispetto ai fondi diretti.
CLINTON FERMA A 47 MILIONI. In contro tendenza Hillary Clinton, che vede il suo monte donazioni decisamente a favore di quelle dirette e di bassa entità con un cifra di 47,1 milioni già raccolti contro i 15,6 milioni del gruppo indipendente a suo favore.
Tuttavia, se da questo lato si sta rivelando forse più trasparente dei suoi oppositori, è evidente come le vicende legate alla fondazione Clinton, con i super ingaggi delle conferenze promosse dalle big corporations o i finanziamenti dei governi non democratici, le stiano creando non pochi problemi: se i leak sulle sue vicende personali o da segretario di stato continueranno con questa insistenza, la corsa alla Casa Bianca potrà rivelarsi molto più difficile del previsto.

Trump, il magnate si fa largo tra i competitor di Hillary

Un candidato che invece di finanziamenti ne ha avuti davvero pochi, perché in sostanza non ne ha bisogno, è Donald Trump. Le donazioni a suo favore ammontano a soli 1,9 milioni di dollari e appartengono tutte alla schiera delle donazioni dirette.
Partito come outsider per la corsa alla presidenza, considerato quasi un fenomeno da baraccone dagli altri candidati, si sta facendo largo tra le file del suo partito e c’è chi dice che potrebbe essere proprio lui a sfidare Hillary Clinton nel 2016.
I PARAGONI CON SILVIO BERLUSCONI. Molti lo hanno paragonato a Silvio Berlusconi e alla discesa in campo del 1994, per la sua grande fortuna imprenditoriale, la capacità di dominare i palinsesti televisivi e la sfacciataggine che piace molto alla gente comune.
Una cosa è certa, il magnate americano sta molto simpatico al cittadino medio, ha condotto programmi di successo come The Apprentice si è classificato come celebrità n° 17 nella lista di Forbes 100 del 2011, e ha portato avanti una serie di campagne online molto avvincenti, come l’appuntamento settimanale #Askthedonald, dove risponde a commenti e domande postate sui social media dai suoi fan, estimatori o avversari.
INNOVERÀ LA COMUNICAZIONE POLITICA? Se poi il magnate di New York City riuscirà a eguagliare l’innovazione portata in campo da Silvio Berlusconi nelle competizioni elettorali non lo sappiamo ancora, ma scommetto che la sua campagna sarà una delle più avvincenti e singolari.
Con Berlusconi abbiamo assistito a una “professionalizzazione della politica” fatta di esperti del marketing, sondaggi a tappeto e tecniche di contatto diretto con il cittadino che non si erano mai viste prima.
Le sue campagne elettorali si sono strutturate come la narrazione di una storia, in accordo con le tecniche di comunicazione messe in atto già in altri contesti e sempre più diffuse in ambito aziendale.
È il famoso storytelling, elemento sempre più presente negli scenari comunicativi delle grandi multinazionali che si affacciano sul mercato con tecniche innovative per catturare l’attenzione dei consumatori.
Vedremo chi sarà il migliore candidato a raccontare la sua storia e schivare i silver bullet dei super finanziamenti in chiaro scuro.

Gianluca Comin è professore di Strategie di Comunicazione, Luiss, Roma

Twitter: @gcomin

Sospendiamo la rubrica per le vacanze. Appuntamento a settembre.

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