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SCENARIO 7 Agosto Ago 2015 2008 07 agosto 2015

Renzi adesso traballa: serve il soccorso Azzurro

Il premier sul Senato non ha i numeri. E se la riforma non passa si va al voto. Prove di dialogo con Forza Italia. Che però è divisa. Romani possibile sponda.

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Paolo Romani e Maria Elena Boschi nell'Aula di Palazzo Madama.

Il primo passo verso un ritorno al dialogo lo ha fatto Matteo Renzi in persona. Ora tocca a Forza Italia fare le proprie mosse.
Il tema è sempre lo stesso, sin dai tempi dell'ormai archiviato Patto del Nazareno. O almeno quello che eravamo abituati a conoscere.
La riforma del Senato e le modifiche al titolo V della Costituzione sono l'oggetto dei desideri del premier e della maggioranza (interna al Pd) che lo segue, ma pallottoliere alla mano, i numeri attuali a Palazzo Madama non consentono una piena autonomia ed espongono così il provvedimento al rischio di essere approvato per uno o due voti, o peggio ancora di una clamorosa bocciatura.
Che ovviamente chiuderebbe la legislatura all'istante.
CON QUALE FORZA ITALIA PARLARE? L'unica strada è quella di riallacciare il filo del discorso con Silvio Berlusconi e i suoi, ma la cosa è più facile a dirsi che a farsi. Perché qui si apre l'altro, grande problema: con quale Forza Italia parlare? Basterà il Cavaliere?
Non è un mistero che a San Lorenzo in Lucina ci sia maretta, ovvero che anche nel centrodestra convivano diverse anime (alcune addirittura si sono staccate dalla casa madre).
Per dirla con un parlamentare renziano di rango, il problema oggi è capire «a quale porta di Forza Italia bussare. Quella del falco Renato Brunetta o quella della colomba Paolo Romani?».
ROMANI PRIMO INTERLOCUTORE. La logica suggerirebbe quella di Romani, non solo perché è al Senato e in più di un'occasione ha detto di essere pronto a fare un nuovo accordo, più snello e su uno o due temi al massimo (su Rai, unioni civili, conflitto d'interessi e altro non hanno nessuna intenzione di collaborare), ma anche perché la sua fedeltà al Cav sarebbe un marchio di garanzia per il Pd.
Al Nazareno non se la passa proprio bene nemmeno il segretario, vista la guerra sempre più cruenta con la sua minoranza interna, e avere a disposizione l'arma del soccorso azzurro in salsa romaniana potrebbe mettere molta paura alla Ditta. Un Renzi che approva provvedimenti senza trattare con la vecchia guardia, è un Renzi con le mani pericolosamente libere.
Per comprendere meglio il concetto, però, vanno messi in ordine alcuni tasselli del puzzle.

Azzurri divisi tra oltranzisti e moderati

Matteo Renzi e, sullo sfondo, Silvio Berlusconi.

Sulla riforma del Senato, in commissione Affari costituzionali, la minoranza Pd ha presentato 17 emendamenti (una bazzecola rispetto ai 510 mila della Lega, i mille di Fi, i 194 del M5s e i 157 del neonato gruppo verdiniano Ala). Se passassero tutti, o una parte, l'impianto della legge salterebbe nello spazio di un amen.
Forza Italia, almeno stando alle voci di dentro, vive con preoccupazione il distacco di Berlusconi dalla politica, e la linea ormai è doppia: quella più filo-leghista e oltranzista, dove gli esegeti forzisti iscrivono simbolicamente il capogruppo a Montecitorio, Renato Brunetta, per intederci; e quella che preferirebbe allentare un minimo la pressione oppositiva, soprattutto per non finire a fare la costola del Carroccio, che ideologicamente potrebbe essere rappresentata dall'epigono senatoriale, Romani. Il Cavaliere a chi darà il compito di trattare col Pd: ai falchi o alle colombe? Il quesito non è di poco conto.
SALVINI SPETTATORE INTERESSATO. Se il dialogo dovesse essere a trazione celodurista, ovvero intransigenza sull'elettività dei prossimi membri di Palazzo Madama, Forza Italia e Pd renziano andrebbero a scontro subito, lasciando campo libero a uno strano asse tra gli avversari interni ed esterni del premier.
Se a trattare con il Giglio magico fosse, invece, l'ala più moderata, allora una quadra si potrebbe trovare, anche a costo di creare crepe nel rapporto con Salvini (che comunque non sembra poi così solido). In questo caso la minoranza dem sarebbe condannata alla semi irrilevanza nelle aule parlamentari, così come anche le formazioni d'opposizione più ostinate.
Il risultato sarebbe quello di riportare al centro della scena due soli soggetti: i democrat di Renzi e i forzisti berlusconiani, escludendo di fatto le ali in nome del “bene del Paese”.
PROVE DI ARMISTIZIO SULLA RAI. L'operazione è tutt'altro che facile, ma non impossibile. Come suggerisce un deputato di stretta osservanza fiorentina, infatti, il «primo segnale di pace sono proprio le nomine del Cda e dei vertici Rai». In effetti il Cavaliere ha portato a casa due consiglieri e un presidente «condiviso», oltre a un direttore generale che comunque «non ha mai mostrato segni particolari di ostilità, né sulla persona né sulle aziende di famiglia». Non male, come bozza di armistizio, se la fonte avesse ragione.
Tra il dire e il fare c'è comunque di mezzo il mare. Inteso anche come pausa estiva della politica. Perché a settembre si riprenderà l'attività parlamentare, ma prima ci sono 20 giorni di vacanza. E 20 giorni, in politica, sono un'era geologica in cui tutto può cambiare innumerevoli volte. Soprattutto gli equilibri interni ai partiti.

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