Sergio Staino 150810194535
CONFRONTI 10 Agosto Ago 2015 1912 10 agosto 2015

Staino, Renzi, Cuperlo e la polemica sul Pd

Staino su Pd e dintorni. «Sono più progressista di Matteo, ma è il meno peggio». Civati? «Inutile». Cuperlo? «Non lavora, fa interviste». E l'Unità è troppo renziana.

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Contrordine compagni, ci siamo sbagliati. Se lui è il Rottamatore, loro sono Sfascisti.
Loro chi? Loro quelli della sinistra Dem, delle migliaia di emendamenti, della pluralità, della collegialità, della vocazione per la minoranza.
E quello che vorrebbero sfasciare, «con un comportamento da asilo nido» è nientemeno che la sinistra stessa, nonché «l’unico governo che ci possiamo permettere oggi: l’unico possibile di sinistra».
Il J'ACCUSE DI BOBO. Chi l’avrebbe detto, a parlare è Staino: vecchio comunista, intellettuale e vignettista, padre di Bobo ma anche di Tango, la satira che faceva il contropelo al Pci. Settantacinque anni controcorrente, anche in queste dichiarazioni.
Il 9 agosto ha gettato il sasso nello stagno con una lettera aperta a Gianni Cuperlo, amico fraterno e capo tra i più riflessivi della minoranza, pubblicata su l’Unità. Per riassumerla (facendole un torto) si può citarne la fine: «Non vi sopporta più nessuno». Poi, il finimondo. Che a sinistra ancora, orgogliosamente, si chiama dibattito.
LA SOLIDARIETÀ DELLA VEDOVA TRENTIN. «Si vede che ce n’era bisogno: ho ricevuto decine di messaggi ed email. Il più inaspettato quello di Marcelle Padovanì, la vedova di Bruno Trentin», racconta al telefono con la solita voce cavernosa. «Trentin è uno dei miei miti e ho pensato a lui moltissimo di recente. Ha gestito il sindacato in anni difficili senza mai perdere di vista che il suo compito non era quello di difendere corporativamente i lavoratori, ma di maturarli a saper gestire lo Stato: una cosa che si è persa completamente. Per questo la chiamata di sostegno di Marcelle mi ha fatto immensamente piacere».

Sergio Staino, vignettista de l'Unità (foto Imagoeconomica).

DOMANDA. E le critiche invece?
RISPOSTA. Le risposte che mi criticano sono molto superficiali. Ce n’è solo una, di una segretaria di circolo, che chiederò di pubblicare su l’Unità, perché parla delle difficoltà e delle meschinità che subisce sul territorio dalla parte del partito più vicino a Renzi. E io la capisco, perché so bene che queste cose vanno migliorate: ci vuole molta serietà nell’organizzazione, e il partito è uno dei punti più deboli dell’organizzazione renziana.
D. Nella sua lettera però dice che Renzi è quanto di più progressista ci sia in giro. Lo pensa davvero o non abbiamo alternative?
R. Io non dico che è il più progressista c’è in giro: so bene di essere io più progressista di Renzi. Dico che è il meglio che ci possiamo permettere: il massimo in cui possiamo sperare.
D. Davvero. E Civati e il suo Possibile?
R. Civati! Io di Civati ho un giudizio molto negativo, pessimo anzi: è un vanitoso, autoreferenziale, di respiro corto, non ho mai sentito un suo discorso di portata epocale, sempre piccole cose. Ma anche tralasciando questo, di cosa stiamo parlando?
D. Di un’alternativa a Renzi.
R. Ma se Civati non ha nessun dietro, non è pensabile un governo Civati, chi mai lo sosterrebbe? Può ottenere il 2% di voti! Nel campo di quello che invece è davvero possibile, che non è molto, il massimo è Renzi in questo momento. Oltre a lui c’è Salvini, e accanto a Salvini c’è Grillo. Ci capiamo?
D. Quindi sta difendendo una politica del meno peggio?
R. Sì, certo: è la politica riformista. Quella riformista è sempre la scelta del meno peggio. E io son profondamente riformista, l’abbiamo sempre fatto noi di sinistra.
D. A turarsi il naso erano i liberali alla Montanelli, a dire il vero.
R. Guardi la storia: quando Togliatti è andato a Salerno, e si è trovato i nazisti in casa e i fascisti che l’appoggiavano, il meno peggio era la monarchia. E si è alleato con la monarchia per liberare l’Italia. Dopodiché s’è fatto il referendum e si son fatte molte forzature per far vincere le idee repubblicane e far fuori quelle della monarchia.
D. Portiamo il paragone ai giorni nostri.
R. Tra avere un governo Renzi con un Senato un po’ rovinato, e un governo Salvini con un Senato intatto, i bambini protagonisti delle mie vignette saprebbero chi scegliere.
D. Ecco, appunto. Nella lettera lei definisce la battaglia sul Senato «di piccolo cabotaggio». Eppure stiamo parlando dell’architettura istituzionale, non proprio minuzie.
R. Il piccolo cabotaggio non è una valutazione di qualità sulle proposte fatte. Una battaglia politica si misura anche in base alla forza e al radicamento che la battaglia politica ha trovato nel popolo italiano. E in questo caso il radicamento non c’è. La minoranza Dem fa il paragone con la famosa Legge truffa, la battaglia degli Anni 50, quando i parlamentari parlavano ore e notte intere pur di prolungare i tempi e impedire l’approvazione della legge. Ma prolungavano i tempi perché in piazza c’erano centinaia di migliaia, milioni di persone, di operai, che protestavano e che sostenevano la loro battaglia. L’agganciarsi all’elemento burocratico allora nobilitava la battaglia.
D. Dice che del Senato oggi non importa niente a nessuno?
R. La sinistra dem non ha il Paese dietro, non la capisce nessuno questa battaglia. Infatti la perderanno, sfasceranno l'Italia e il governo Renzi, spariranno, andremo a elezioni e vincerà Salvini. Questa è la loro prospettiva! Capiamoci: con questa prospettiva, bisogna pensarci due volte prima di comportarsi come loro.
D. Ma il politico non viene eletto anche per fare le battaglie che i cittadini comuni non arrivano a comprendere del tutto, specie su questioni così delicate?
R. È meritorio che facciano la loro battaglia in Senato, che spieghino, che parlino. Ma a un certo punto questa cosa va chiusa. E se sei minoranza, e non sei in un regime fascista ma in un governo democratico, non puoi prolungarla all’infinito, per quante cose negative possa avere. E poi…
D. E poi?
R. E poi, porca miseria, se c’è sempre stato un partito conciliante con le scelte fatte dall’alto, con i nomi imposti, quello è stato il Pci, i Ds, il Pd. Perché Bersani ha perso le elezioni? Perché dopo averci illuso tutti della bontà delle primarie e del rinnovamento, poi ha messo sulle schede i nomi che voleva lui, persino gli sconfitti!
D. Ora però si fa la guerra contro i nominati.
R. Appunto. Abbiamo sempre fatto le battaglie sulle preferenze, la mafia, il voto di scambio. Ora Cuperlo e soci hanno cambiato idea? Va bene. Facciano la loro guerra ma a un certo punto basta. Pretendo maturità e responsabilità.
D. Ma allora come si fa l’opposizione?
R. Si fa come la fa Enrico Rossi, il presidente della Toscana. Riesce a puntare su alcune cose, sui temi che vuole fare passare e che sono cruciali, e su altre decide di cedere. Lui e Renzi han fatto insieme la chiusura della campagna elettorale e lo sa che gli applausi più grossi li ha presi Rossi? Parlava della centralità del lavoro come crescita della cultura della civiltà. Son temi che Renzi non tocca e quando ne parla fa disastri.
D. Insomma, il nemico che si combatte dall’interno.
R. Io glielo ho detto a Cuperlo. Prendi l’Unità per esempio: la direzione gliel’aveva offerta. Perché non l’ha presa? Perché non s’è messo a lavorare? Guardi che Renzi non è volontariamente un distruttore: lui vorrebbe anzi passare alla storia come il salvatore dell’Italia. E quindi c’è da lavorare con lui e fargli capire che l’Italia si salva in altri modi, non solo quelli che sceglie lui. E bisogna farlo fintanto che non è cresciuta una forza alternativa con tanto seguito popolare da provare a pensare di sostituirsi a Renzi.
D. L’Unità insomma poteva essere un cavallo di troia ed è diventata un house organ. Lei non si sente a disagio a difendere Renzi dalle pagine di un giornale così inginocchiato?
R. Mi sento assolutamente a mio agio. Ho carta bianca in tutto e per tutto. Nessuno sa fino all’ultimo momento quale pagina o vignetta metterò. Nessuno sa su cosa lavoro: non c’è mai stato un minimo di controllo. E la stessa identica cosa era stata promessa a Cuperlo. Renzi, addirittura, gli aveva detto che non voleva un giornale schiacciato sul governo.
D. Bè, poi però ha fatto la Pravda con tanto di pagina “Caro Segretario”.
R. Renzi voleva metterci dentro pagine di dibattito e di confronto, che avessero posizioni diverse. Tant’è vero che a Cuperlo io avevo detto: proviamoci, se non funziona, se non facciamo quello che vogliamo, ce ne andiamo insieme. Invece no, Cuperlo mi ha abbandonato.
D. Forse però ci aveva visto giusto, visti i risultati.
R. No, affatto: è che non c’è stato nessuno e alla fine Renzi ha fatto quello che non voleva, ci ha messo un soldatino renziano.
D. E lei non ha detto nulla?
R. Io gli ho fatto le critiche, ogni giorno mando appunti su come vengono fatti gli editoriali, su certi titoli trionfalistici, sulla pagina del 'Caro Segretario' gli ho detto: «È una cosa vergognosa».
D. Più che vergognosa, nordcoreana.
R. Io gli do tempo fino a ottobre, novembre perché questo guscio si rompa, perché il dibattito si arricchisca. Ma c’è bisogno che ci scrivano tutti su quel giornale. Ho detto a Cuperlo: dacci la tua visione, scrivi come la pensi.
D. E lui?
R. Lui preferisce fare un’intervistina del cavolo a Repubblica piuttosto che lavorare seriamente. Ma le pare un atteggiamento corretto? Su, insomma, distruggere a priori è un atteggiamento che non può esistere in una cultura marxista come la nostra.
D. Cosa dice Renzi quando si lamenta de l’Unità?
R. Sulla pagina del segretario non ha detto nulla. Gli avevo suggerito: almeno prendi una lettera e rispondile in modo compiuto e approfondito, non con dei tweet del cazzo. Non mi ha ancora risposto ma credo che ci stia pensando.
D. E sul resto?
R. Mi ha detto: «Noi non vogliamo una piccola Repubblica, vogliamo un giornale diverso e siamo gli unici a parlare bene del governo».
D. Appunto!
R. Glielo ho detto anche io che è una grande stronzata, perché il giornale deve essere fonte di informazione. Ma sono certo che miglioreremo.
D. Cosa glielo fa pensare? Di solito, nella piaggeria nei confronti del potere, si peggiora.
R. Il giornale nasce in situazione di conflitto e in condizioni dure. Pensi che i redattori a lungo hanno lavorato in 28 con soli 12 computer e cinque tavoli. Ma sono bravi. Certo, oggi il segno è fortemente renziano. E non va bene.

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