Michele Mozzati 150811122735
INTERVISTA 11 Agosto Ago 2015 1203 11 agosto 2015

Michele Mozzati: sto con Staino, i ribelli Pd sbagliano

Con Gino è icona della sinistra. Che ora critica: «Sa solo litigare». Su Renzi: «Non è Berlinguer, ma neanche di destra». La tivù? «Meglio Murdoch». Michele a L43.

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Anche i comunisti nel loro piccolo s’incazzano. Persino tra loro. Anzi, soprattutto tra loro.
E vabbè che i comunisti non ci sono più, da due decenni almeno, ma l’imprinting resta.
IL DIBATTITO BOBO- CUPERLO. C’è voluto Staino - il padre di Bobo, coscienza critica de l’Unità anche quando l’Unità ha smesso di essere critica - per scendere nel ring e prendere a schiaffoni (virtuali) la minoranza Dem e l’amico Gianni Cuperlo, denunciando la tendenza sfascista che «con un comportamento da asilo nido» cerca di distruggere «l’unico governo che ci possiamo permettere oggi», come ha detto a questo giornale.
Ma se la posizione di Staino è un inedito, la vocazione minoritaria a prescindere e i botta e risposta farciti di alti principi e altissime accuse sono invece abitudine dei compagni.
«PD ABBONATO ALLO STILLICIDIO INTERNO». «Praticamente una tradizione che dura dagli Anni 60: solo che mentre ci scannavamo tra noi, leninisti contro trotkisti contro maoisti contri operaisti, quegli altri facevano le stragi», ricorda a Lettera43.it Michele Mozzati, cioè Michele di Gino e Michele, un altro che nella cultura della sinistra, da Radio Popolare a Cuore, è cresciuto, ha lavorato e si è incazzato – appunto – parecchio.
Tanto che questa intervista non la vorrebbe proprio fare, «e se parlo è solo perché bisogna contribuire a capire cosa sta succedendo in questi mesi, perché nel Pd si privilegiano le critiche interne a quelle esterne, e intanto fuori affondano le navi dei migranti e Salvini si permette di dire quello che vuole. Ma noi no, noi continuiamo con lo stillicidio interno».

Da sinistra, Gino Vignali e Michele Mozzati, in arte Gino e Michele (foto Getty).

DOMANDA. Quindi, direbbe Nanni Moretti, continuiamo così, facciamoci del male.
RISPOSTA. Prenda Facebook, per esempio, che non è certo la vita intera ma un nuovo modo per vedere e diffondere contenuti. Su Facebook gli amici si scelgono e i miei sono abbastanza uniformi con le mie scelte politiche e ideologiche: insomma, ne ho un sacco della minoranza Dem. Da mesi questi postano continuamente appunti, precisazioni e attacchi anche molto violenti su Renzi. In un modo che nemmeno quelli di destra…
D. Sa cosa le risponderebbero? Che la destra non attacca Renzi perché lui è di destra.
R. Il problema della sinistra Dem invece è che Renzi non è uno di destra. È un riformista, non certo massimalista, all’interno del Pd, che a sua volta è un partito riformista e non certo rivoluzionario. Quindi perdere tempo a portarlo sulle posizioni di Sel, o di altri esperimenti che ahimè – ahimè, ci tengo a dirlo – sono falliti, è una follia.
D. Quindi è d’accordo con Staino.
R. Sono d’accordo con Sergio Staino quando nella sua lettera a Cuperlo scrive: «Renzi è quanto di più progressista si possa avere in Italia in questo momento storico». Naturalmente riferendosi a quelli che possono avere la credibilità per tentare di far crescere questo Paese. Che non è un Paese che vota tutto Pd e tanto meno che vota tutto la sua minoranza. È l’Italia. Un Paese in cui tocca a un papa gesuita mettere in difficoltà la Lega sulla questione degli sbarchi. E magari ci riesce perché il nostro è un popolo pieno di fantasia e quindi di contraddizioni…
D. Come si fa politica oggi?
R. Le cose sono molto cambiate da 20, 30 anni fa, il mondo è diverso. Oggi bisogna lavorare per costruire insieme il meno peggio e fronteggiare quest’ondata di razzismo e di conservatorismo che aleggia in Europa e che aspetta unicamente che noi ci facciamo del male da soli per riprendere il potere anche in Italia.
D. Dei grandi ideali della sinistra è rimasto solo il meno peggio?
R. Per nulla, ma io sono uno coi piedi per terra. Ho fiducia nella convinzione leninista-gramsciana dell’andare avanti con l’ottimismo della volontà e con il pessimismo della ragione. Funziona sempre.
D. Tradotto in parole semplici?
R. Parlo di me, per esempio. Il mio essere di sinistra significa non perdere ideali e valori alti, anche se un po’ utopistici e difficilissimi da raggiungere, però lavorando sul concreto. Cioè con un’analisi della realtà pessimistica, dunque crudele e spietata, che aiuti a trovare soluzioni immediate e a medio termine. Poi, ovviamente, l’obiettivo finale resta lo stesso…
D. Quale?
R. Uno Stato il più aperto e democratico possibile, che tenga conto dei principi di giustizia, di equità e delle grandi istanze mondiali. Per esempio le immigrazioni e gli interrogativi che portano con sé. Queste son le cose che dovrebbero fare incazzare i Cuperlo, non quante volte Renzi li manda a quel paese durante la direzione.
D. Non è anche un problema di gestione del potere? Renzi ha scelto Alfano come ministro dell’Interno: si può parlare di migrazioni in quel modo con il leader Ncd?
R. Come ho detto prima, Renzi non è un alieno che è arrivato a fare il dittatore, come ha scritto Staino correttamente. È un frutto del Pd. Evidentemente la situazione generale non prevede posizioni più avanzate di contrapposizione al centro: purtroppo col centro bisogna fare i conti, e purtroppo spesso quelli del centro vengono dalla destra.
D. Come dire che Renzi si barcamena tra quelli di centro e di destra.
R. Vogliamo essere sinceri? Vogliamo arrivare a dire che la nostra generazione è cresciuta dicendo che Berlinguer era un conservatore e che lo abbiamo combattuto in tutti i modi? Noi in quel momento pensavamo di essere nel giusto e perdevamo più tempo a criticare Berlinguer che ad analizzare la situazione. Così non capivamo che la sola cosa fattibile era che il Pci si alleasse con le frange più progressiste del centro: in fin dei conti non era una cosa così terribile, no?
D. Affatto. A guardarla oggi era una scelta da illuminati.
R. Appunto, ma noi abbiamo passato il tempo a fare il culo al Pci e al suo segretario. Oggi però improvvisamente non se ne ricorda più nessuno della campagna che abbiamo fatto contro quel segretario, sbagliando. Staino oggi cerca di evitare che si ripeta lo stesso errore. Naturalmente non penso che Renzi sia Berlinguer. Ma non posso neppure dire cosa sarebbe stato Renzi 30 anni fa, né cosa farebbe Berlinguer oggi.
D. Il fatto che Staino inauguri la sua riflessione su un giornale molto vicino a Renzi, cioè l’Unità, non inficia il dibattito?
R. Posso rispondere che anche questo è un discorso inutile? Quel che conta è quello che dici, non dove lo scrivi. Anzi, più la testata è allineata più il tuo ruolo, se non sei del tutto allineato e vieni da una storia diversa, è fondamentale.
D. Il parere del non allineato non funziona come copertura, spesso e volentieri?
R. Lo hanno detto anche a noi, quando abbiamo lavorato sulle reti di Berlusconi: «Vi prende dentro così si circonda di gente di sinistra, non gli possono dire niente e poi fa il cazzo che vuole».
D. E non era così?
R. Forse era così, ma giuro che noi siamo riusciti a far passare cose che in Rai non saremmo riusciti a fare approvare.
D. Come mai il ruolo di aprire gli occhi alla sinistra tocca a uno che fa satira come Staino?
R. Non è un problema di ruoli, ma di coscienza personale. Chiunque sia una “lavoratore dell’informazione” ha il compito di aprire un dibattito pubblico se ritiene che ci sia qualcosa di importante da dire, ed è nella posizione per farlo.
D. Resta che l’abbia dovuto fare Staino: significa che c’è un problema in chi fa informazione?
R. Il problema è che contano solo gli ascolti. Salvini va in televisione, il mezzo che più influisce sull’opinione pubblica, e dice cose atroci, dice che bisogna affondare le navi coi migranti, ma nessuno si scandalizza perché fa spettacolo, e dunque ha spazi infiniti.
D. Invece tutti si scandalizzano per Staino.
R. Staino, con il suo intervento su un giornale ormai marginale quale l’Unità, è davvero piccola cosa. Eppure stiamo qui a dibattere se ha fatto bene a scrivere su un foglio legato a Renzi, mentre sull’altra sponda c’è la devastante propaganda razzista e qualunquista della destra. Questa dà la misura di quanto sia triste la condizione della sinistra.
D. Nonché dell’informazione.
R. C’è una grande anomalia dell’informazione: è possibile che un editore come Murdoch, uno dei più conservatori del mondo, abbia una televisione che è la più “onesta”, messo tra mille virgolette, d’Italia?
D. Come dovrebbe comportarsi una televisione più onesta? Censurare Salvini?
R. Intanto, aiuterebbe seguire regole informative e non consentire le cose più trucide. Spesso peraltro questi programmi sono registrati: ci sarebbe tempo per togliere le sparate più assurde e volgari, ma si sceglie di lasciarle perché fanno spettacolo.
D. E poi?
R. Poi c’è il taglio, il modo di condurre il programma. Si possono fare domande diverse, evitare i monologhi, selezionare gli interlocutori da contrapporre. E si può sempre scegliere chi intervistare. Perché chiamare sempre Salvini al posto di persone più moderate o più tranquille dello stesso partito? Non è questione di censura: fin quando dicono cose legali, anche se loro son sempre al limite, quelli della Lega hanno diritto di essere rappresentati in tivù. Ma c’è un modo corretto di fare informazione, senza rendere loro e altri delle star.
D. Pensa che i nuovi consiglieri della Rai siano in grado di occuparsi di questi problemi?
R. Non li conosco a sufficienza. Conosco solo Freccero, che è stato mio direttore e, devo dire, è stato un gran direttore. Anche se lo ha spinto un gruppo di cui non condivido l’operato (i 5 Stelle, ndr), Freccero resta uno degli intellettuali più lucidi di quel settore. Spero solo che il suo istrionismo intellettuale e mediatico non lo porti ad eccedere, a fare solo sparate.
D. A proposito di istrioni: non crede che un certo tipo di comicità sulla politica abbia fatto il gioco della politica?
R. Di cosa parliamo, esattamente?
D. Dell’ipotetico filo conduttore che dal Bagaglino arriva a Crozza.
R. Bisogna intanto dire una cosa chiara: collegare il Bagaglino a Crozza può succedere, ma fa orrore. Perché il Bagaglino era veramente un’operazione conservatrice, e Crozza non è un conservatore.
D. Ma?
R. Ma è vero che quando si fa il verso alla politica in televisione, quando si fa satira televisiva, il rischio è sempre che al posto di ampliare la critica si ampli la popolarità del personaggio.
D. Perché?
R. Perché fare satira in tivù è difficilissimo. Chi oggi si presenta in televisione arriva già come la forzatura in chiave satirica del proprio personaggio; i politici cioè esasperano già se stessi.
D. Cioè costruiscono e vendono il proprio personaggio.
R. Esatto. Tornando alla satira televisiva basata sui personaggi politici, a volte accade, senza che neppure l’artista se ne renda conto, che complice la perfezione de trucco e la bravura dell’attore/imitatore, invece di criticare un politico lo si elevi ancor di più a personaggio, ottenendo per certi versi l’effetto contrario
D. Come si argina il problema?
R. Il discorso è davvero molto complicato, molto. Noi abbiamo quasi smesso di fare satira dopo decenni proprio per questi motivi, e perché non esistevano più spazi credibile dove farla.
D. Però la satira è ritenuta uno dei cardini dell’informazione.
R. La satira è considerata la parte più alta del comico, ma in realtà gioca sull’attualità: se vedi un pezzo di satira pura di 10 anni fa, ridi una volta su 10. Mancano i riferimenti perché la satira si brucia, si consuma. Il comico invece fa ridere sempre: la Mondaini e Raimondo, Checco Zalone, Walter Chiari non hanno tempo perché i temi che affrontano non hanno tempo: la coppia, le delusioni amorose, l’ignoranza… Insomma, la satira è come se fosse pasta fresca: magari è anche più buona, ma solo se la consumi subito.
D. Per chiudere parliamo di Charlie Hebdo. Le vignette del giornale erano buona satira o messaggi offensivi, che gli americani hanno giustamente censurato?
R. La satira in teoria non ha censura: la censura della satira la fa già il suo autore. Ognuno ha il suo limite e il suo punto di non ritorno, che è dettato soprattutto dallo stomaco, dalla pancia, più che dal cervello.
Detto questo, io pur essendo uno del settore non avevo mai comprato un numero di quel giornale, né l’avrei mai fatto. Quel tipo di approccio non mi piace assolutamente: non è la mia satira, non è quella che avrei fatto io, nemmeno per un miliardo. Ma tutto ciò che ho detto diventa inutile a causa del dopo.
D. Dopo cosa?
R. Appunto, il problema è il dopo: sono stati ammazzati. Mi mette ansia, un’angoscia indescrivibile, il fatto che si possa fare una strage perché qualcuno ha scritto o disegnato qualcosa che va contro una religione. In questi giorni di attenzione agli stupefacenti nel web gira una vignetta: «Comunque ne ha ammazzati più la religione della droga». Cazzo, è la verità.

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