Obama in carcere, giovani fanno errori
BASSA MAREA 11 Agosto Ago 2015 1426 11 agosto 2015

Primarie Usa, col Labour Day si entra nel vivo

Da settembre la campagna entra nel vivo. Gop senza leader, democrat solo con Hillary.

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La campagna presidenziale americana entra nel vivo dopo il Labour Day, il primo lunedì di settembre, quest’anno in data 7.
Anche per il voto di martedì 8 novembre 2016 (si vota sempre di martedì non prima del 2 e non oltre l’8), è molto difficile prevedere chi potrà vincere, più difficile del solito.
Ma più del solito è chiaro il terreno di battaglia: il candidato vittorioso dovrà convincere che con la sua leadership l’America tornerà a essere la land of opportunity, come sempre è stata, nella realtà e nella mitologia.
AMERICANI TIEPIDI CON OBAMA. In Italia, ancor più che nel resto dell’Europa, si ritiene che l’America di Obama abbia saputo voltare pagina: risalendo bene dalla grave crisi finanziaria del 2008, e come primo presidente afroamericano – in sé una eccezionale promessa e garanzia – e riuscendo, nella campagna del 2008 con le formule di Hope and change e The audacity of hope, a innovare regole e rapporti di forza.
Se Obama fosse considerato dagli americani un successo non si spiegherebbe come mai il suo voto nei più classici e attendibili dei sondaggi sia così basso. Se si prende la media tra massimi e minimi di approvazione che il Gallup Poll elabora dal 1937, si vede come il presidente, con il suo 47%, sia ai livelli più bassi (meno del 49,4% medio di Bush figlio), battuto in negativo solo da Jimmy Carter e Harry Truman, fatto quest’ultimo che dovrebbe tuttavia cautelare sull'attendibilità di questi sondaggi, visto che oggi Truman è considerato fra i migliori inquilini della Casa, per la politica estera soprattutto.
L'ECONOMIA CONTINUA A ZOPPICARE. Comunque il voto negativo degli americani su Obama resta ed è da qui che occorre partire.
L’economia conta. Non c’è dubbio che nel complesso quella americana va meglio della nostra. Ma cammina lentamente, mentre noi arranchiamo, e sono cinque anni che la corsa viene preannunciata a ogni curva ma non scatta mai.
Le ineguaglianze tra il 10, o meglio, il 5% più ricco e il resto della popolazione sono tornate ai livelli degli Anni 20, grazie al boom di Wall Street e altre bolle alimentate dalla politica monetaria iperespansiva. I redditi reali delle famiglie sono fermi al 1995. La classe media, intesa come i redditi fra il 65% e il 200% di quelli medi, Stato per Stato date le forti differenze locali, si sta restringendo dal 2000, come conferma un’indagine del Pew Charitable Trusts, autorità in materia.
I CONSUMI NON SONO RIPARTITI. Obama ha ereditato una situazione di economia rallentata e non può essere considerato il responsabile dei redditi stagnanti. Però il Change era prima di tutto il cambiamento di questa tendenza. E non è avvenuto. Il risultato, anche questo non ascrivibile a Barack, ma che comunque conta come una promessa mancata, è che la fede fondamentale dell’americano medio in un futuro migliore, fede costitutiva della nazione, è profondamente scossa. Il grande ritorno del consumatore non c’è mai stato negli ultimi cinque anni, nonostante varie false partenze.

Repubblicani troppo timidi

Donald Trump è in testa nei sondaggi per le primarie rapubblicane con oltre il 20% dei consensi.

Altre indagini condotte dal Pew Charitable Trusts e da sue sussidiarie dimostrano come la possibilità per chi è nato nel 20% più basso dei redditi di salire da adulto al 20% più alto è appena del 4% negli Stati Uniti e assai più alta in quasi tutti i Paesi europei; e dicono (maggio 2014) che per due terzi degli americani è chiaro che i loro figli avranno meno opportunità di quante ne hanno avute loro. Nulla è più un-American di questo.
Per i repubblicani tuttavia è molto difficile afferrare la bandiera della riscossa, perché da 40 anni il partito si è allineato sulla più stretta osservanza delle teorie neo liberiste così come elaborate da Milton Friedman e dalla sua Scuola di Chicago e raffinate da Robert Lucas: il mercato è saggio e si riequilibria sempre.
PARTITI SUCCUBI DELLA FINANZA. Già, ma che succede quando giganteschi interessi finanziari, assicurativi (sanità soprattutto), farmaceutici, industriali (informatica in particolare ed industrie estrattive) sono i veri padroni a Washington e il mercato viene falsato proprio a loro favore?
È difficile vedere oggi un candidato repubblicano che assuma moderati toni populistici e vada contro il binomio Big Government-Big Business. Obama lo ha fatto solo in pura teoria durante le campagne elettorali, la prima soprattutto, per tornare subito nei ranghi e affidare ripetutamente l’economia a persone di fiducia dell’attuale establishment finanziario-politico.
Eppure il momento sarebbe tutto a favore dei repubblicani, che mai hanno avuto, se non negli Anni 20, un potere legislativo e locale così vasto, in gran parte conquistato sotto Obama: controllano l’intero Congresso federale, 31 governatori (21 nel 2008), 31 assemblee statali contro le 11 dei democratici e 8 miste e una netta maggioranza di posti elettivi a livello minore.
Il grande cambiamento da una supremazia democratica a una repubblicana è del 2009-2010 e non c’è stato ritorno.
GOP IN CERCA DI UN LEADER. Il grosso problema dei repubblicani è trovare qualcuno che sappia interpretare questa forza e inventarsi una riedizione del repubblicanesimo progressista di Teddy Roosevelt, a inizi 900. Sembra un’impresa molto difficile. Eppure tutto è a loro favore: poiché le difficoltà dell’economia sono ormai in crisi di identità, e poiché l’identità americana moderna è stata modellata dai repubblicani prima di tutto, questo sarebbe il loro momento, ma sono più che capaci di fallire.
Resta Hillary Clinton, probabile candidato democratico. Ha a favore un nucleo numeroso, fedelissimo, ma minoritario fra i democratici. Il voto femminile, probabilmente. Contro, la sua non grande simpatia, l’usura politica del brand Clinton e la storia presidenziale americana.
Ci sono stati da metà Ottocento, escludendo i 20 anni successivi alla Guerra Civile dominati dai repubblicani, solo quattro casi in cui un presidente dopo due mandati (quattro nel caso eccezionale di Fdr) ha passato la mano a un uomo del suo stesso partito. Teddy Roosevelt a William Taft nel 1909 (caso per vari aspetti anomalo, ma il passaggio ci fu), Calvin Coolidge nel 1929 a Herbert Hoover, Roosevelt idealmente a Truman quando questi fu eletto in proprio nel 1948, e infine Ronald Reagan a George H. W. Bush nel 1988.
Nei quattro casi fu un presidente amato e di successo a rendere possibile l’operazione, Obama non rientra nella categoria. Quindi solo una più che possibile totale confusione mentale repubblicana può portare Hillary alla Casa Bianca.

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