Presidente Matteo Orfini 150810195523
PROFILO 15 Agosto Ago 2015 1800 15 agosto 2015

Orfini, un Giovane turco alla conquista del Pd

Da pupillo di D'Alema a fidato braccio destro di Renzi: Orfini brucia le tappe. Roma è già cosa sua. E nel 2017 c'è il congresso. Se il premier non si ripresenta...

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Matteo Orfini del Pd.

È nato nel 1974, un anno prima del premier, romano doc, alle spalle ha una trafila politica nella sinistra-sinistra e oggi è il presidente del Partito democratico.
Matteo Orfini, a parte il nome di battesimo e l'appartenenza al Pd, in teoria non avrebbe nulla in comune con Matteo Renzi, ma in poco meno di un anno ne è diventato il braccio destro, l'alter ego a cui affidare rogne belle toste.
LEALE MA CAPACE DI DIRE NO A RENZI. Il nuovo 'altro Matteo' è riuscito a conquistare la stima e la fiducia del premier ma anche dei suoi sostenitori, che hanno apprezzato sia la lealtà, sia la capacità di tenere testa al leader senza mai sconfinare oltre un certo limite.
Anche se sembra essere uno dei pochi, se non addirittura l'unico, nel Pd a potersi permettere di tenere testa e rispondere no al segretario, senza correre il rischio di ritrovarsi a #staresereno sul famigerato 'binario morto renziano'.
DA SOLO HA SALVATO MARINO. Il caso più eclatante, quello della definitiva consacrazione di Orfini a dirigente di primo livello, è il Comune di Roma.
Praticamente da solo ha difeso il sindaco Ignazio Marino dagli strali di Renzi e buona parte del Giglio magico, che consideravano chiusa l'esperienza del chirurgo dem in Campidoglio già ben prima che si accendessero i riflettori sull'inchiesta Mafia capitale.
Una volta nominato commissario del Pd romano, invece, ha eretto un muro attorno a piazza Venezia, senza mai battere i pugni o alzare la voce.
RESPONSABILE DELLE SORTI POLITICHE DI ROMA. Semplicemente ha deciso lui. Della serie: mi avete voluto commissario? E ora accettate le mie scelte. D'altronde la faccia ce l'ha messa lui in questa storia. E Renzi non ha potuto fare altro che annuire e ritirarsi in buon ordine.
Il carattere del fiorentino, però, non è di quelli 'addomesticabili' e così - raccontano dai corridoi del Nazareno - prima di lasciare campo libero a Orfini su Roma, gli avrebbe ricordato che da quel momento in poi sarebbe stato lui responsabile di ogni passo falso di Marino.

Da pupillo di D'Alema a braccio destro del premier: l'ascesa di Orfini

Massimo D'Alema con Matteo Renzi.

Dove altri avrebbero avrebbero ceduto alla tremarella, Orfini ha visto invece una possibilità.
E oggi alla guida della città eterna il 'marziano' Ignazio è rimasto, ma nella sua squadra sono entrati in posti chiave anche due elementi di primo piano del Pd, come Stefano Esposito ai Trasporti (alias rogna Atac) e Marco Causi al Bilancio.
Li ha scelti direttamente il commissario. Il primo per la fama di sergente di ferro, dimostrata anche come sub commissario Pd a Ostia, e perché non ha mai fatto politica a Roma (di questi tempi è un valore), mentre il secondo è stato fortemente voluto perché invece è stato assessore di Veltroni dal 2001 al 2008 e i conti del Campidoglio li conosce come le sue tasche.
GIOVANI TURCHI STRUTTURATI. Saranno i suoi occhi, le sue orecchie e le sue braccia in Comune. Perché è vero che stima e difende Marino, ma fidarsi è bene, non fidarsi è meglio.
Del resto questo adagio, Orfini lo ha imparato sin da giovanissimo, quando era uno dei pupilli di Massimo D'Alema, che lo volle nella sua corrente.
Oggi però l'altro Matteo è cresciuto e ha un gruppo tutto suo, i Giovani turchi, che non è ancora numericamente corposo, ma è ben organizzato, strutturato nel partito e in molte sedi istituzionali e soprattutto ha una propria 'cantera' a cui attingere nuovi talenti come i Giovani democratici.
L'ALTRO MATTEO SI GUADAGNA IL POSTO. Sono disciplinati, concreti e determinanti, molto più della vecchia AreaDem di conio franceschiniano, ormai archiviata dopo l'avvento di Renzi alla guida del partito prima, e del governo poi.
Proprio l'ex sindaco di Firenze si affrettò a chiudere l'accordo con i Turchi molti mesi prima che si svolgesse il congresso del dicembre 2013: nessun appoggio alle primarie, ma collaborazione piena e leale una volta scalato il Nazareno.
E così sono andate effettivamente le cose, anche se Orfini, nell'estate di quell'anno partecipò a molte iniziative renziane e i renziani erano ospiti fissi degli eventi griffati Giovani turchi.
UN PENSIERINO ALLA SEGRETERIA. Insomma, il posto in maggioranza l'altro Matteo se l'è guadagnato sul campo, mentre oggi si gioca la partita da leader. Per carità, nessuna sfida da lanciare a Renzi per il congresso del 2017, però se Matteo 1 dovesse decidere di non ripresentarsi, un pensierino potrebbe anche farcelo alla segreteria del Pd. E la cosa particolare è che nel mondo renziano ciò non dispiacerebbe affatto. Anzi.
Questa però è fantapolitica, per il momento. Come direbbero quei geni del Terzo segreto di satira, un dalemiano non rivela mai gli scheletri nell'armadio di amici e alleati, semmai si limita a indicare l'armadio.
E l'altro Matteo, Orfini, dalemiano lo nacque.

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