DIPLOMAZIA 18 Agosto Ago 2015 0800 18 agosto 2015

Expo, ciò che Renzi non ha osato dire alla Merkel

Acquisti tedeschi in calo. Battaglia persa sul Made in Italy. Eurobond indigesti. Gli argomenti caldi che Renzi ha evitato di affrontare a Milano con la Merkel.

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Angela Merkel e il marito Joachim Sauer ricevuti all'Expo di Milano dal premier Matteo Renzi con la moglie Agnese Landini.

Hanno parlato del nuovo sconto sul pareggio di bilancio che l'Unione europea deve concedere all'Italia.
Altrimenti tagliare l'Irpef e l'Irap o confermare la riduzione al cuneo fiscale sarà impossibile.
C'è poi l'atteggiamento da tenere sulla Grecia.
POCA FIDUCIA IN ATENE. Dopo il terzo salvataggio in cinque anni Roma - come del resto il Fondo monetario internazionale (Fmi) - non crede che Atene riuscirà a ripagare mai il suo debito pubblico.
Quindi preme per un haircut dei titoli, se non per una cancellazione, nella recondita speranza di ottenere lo stesso trattamento tra qualche anno.
Ma Berlino accetterà soltanto una rimodulazione, cioè un allungamento delle scadenze.
EMERGENZA MIGRANTI. Infine c'è l'emergenza immigrazione, perché al di là dello sbarco di quasi 250 mila profughi all'inizio dell'anno in Europa, i tedeschi non appena vedono arrivare nel loro territorio i migranti con il visto italiano, non si fidano e li rimandano indietro.
Di tutto questo hanno parlato Matteo Renzi e Angela Merkel nella visita della cancelliera a Expo.
Nulla di più, lo impone ai due l'attualità.
NON TROPPA CARNE AL FUOCO. E perché come si confà con un ospite di riguardo - e Frau Merkel lo è - non si possono mettere troppe cose a cuocere e mostrarsi sgarbati con chi - sempre la cancelliera - ha trovato uno spazietto per venire prima di un lungo viaggio transoceanico in Brasile.
Eppure sono ben altri gli argomenti dei quali Renzi avrebbe dovuto parlare con la sua collega.

Germania nostro principale pagatore: interscambio da 100 miliardi

Wolfgang Schäuble, ministro delle Finanze tedesco.

Perché tra Italia e Germania i fronti aperti sono tanti e mettono più a rischio di quanto si possa pensare i rapporti tra Paesi che sia a livello politico sia a livello commerciale hanno più di un motivo per marciare uniti.
Innanzitutto c'è il fatto che Berlino è il nostro storico principale pagatore.
NIENTE NUOVI MERCATI. Aspetto ancora più delicato in questa fase dove la domanda interna langue e la crisi russa da un lato e la svalutazione cinese dello yuan rendono all'Italia difficile trovare nuovi mercati.
L'interscambio tra il nostro Paese e i tedeschi supera i 100 miliardi.
Per capirne il peso, basta dire che è pari alle transazioni commerciali che ogni anno l'Italia registra assieme con Francia e Gran Bretagna.
DIMINUITI GLI ACQUISTI. Ma rispetto agli anni scorsi cresce il peso delle importazioni italiane e cala quello degli acquisti tedeschi.
Questo perché il pacchetto Hartz IV ha facilitato la delocalizzazione delle industrie, riducendo le necessità di rinnovare i macchinari.
Il che è stato un colpo durissimo per la meccanica del nostro Paese, eccellenza per antonomasia del Made in Italy e da sempre legata a stretto filo alle commesse di Oltrereno.
FRENA L'EXPORT ALIMENTARE. Rallentamenti si sono registrati anche sull'export alimentare, con Berlino che da un lato assorbe ancora un terzo di quanto produciamo e dall'altro chiede al vicino standard di qualità e controlli sempre più onerosi.
Il tutto a vantaggio della frutta, della verdura e del pesce a prezzi più convenienti di provenienza africana e mediorientale.

I tedeschi si chiudono, gli italiani investono in Audi, Mercedes e Bmw

L'assemblaggio di un'auto in uno stabilimento Audi.

Mentre sta avvenendo tutto questo, l'automobilista italiano continua a spendere per Audi, Mercedes e Bmw.
Così non mancano politici ed economisti che si chiedono perché la Germania non faccia quello che gli Stati Uniti hanno per anni garantito alla Cina: cioè sostenere la produzione locale (e li parliamo di paccottiglia, non certo delle nostre eccezionali macchine di precisione) ben sapendo che in questo modo Pechino sarebbe stato politicamente più stabile e malleabile e che, soprattutto, avrebbe reinvestito gli incassi in TBond americani.
SOLDI NEI SOLIDI BUND. Per la cronaca, non sono pochi gli italiani che finiscono per portare soldi in Germania comprando i solidi Bund.
Ma questa diatriba va ben oltre lo scontro italo-tedesco.
A dispetto di quanto prevedono i trattati, Berlino ha registrato una crescita del surplus commerciale record: ha chiuso il 2014 in attivo di 217 miliardi di euro.
MENO IMPORTAZIONI. Perché se le esportazioni, a quota 1.134 miliardi di euro, sono cresciute di 3,7 punti percentuali, le importazioni (attestate a 916,5 miliardi di euro) sono salite solo di 2.
Il tutto in barba al Sixt Pack che impone agli Stati membri che il loro surplus non superi il 6% del Pil.
La Germania - anche se in direzione opposta - è fuori legge rispetto ai parametri Ue come la Grecia.
ITALIANI SCONTENTI. E per Berlino rimettersi in regola è più facile che ad Atene.
Infatti basterebbe che i tedeschi aumentassero le importazioni (più consumi di prodotti stranieri, incentivazioni al rinnovamento dei macchinari) oppure che il Paese accelerasse sugli investimenti infrastrutturali. Invece il sistema renano si muove in direzione diversa.
E si chiude, scontentando soprattutto gli italiani.

Calenda e la battaglia persa del Made in

Carlo Calenda.

Ne sa qualcosa il nostro vice ministro al Commercio estero, Carlo Calenda, che ha guidato la delegazione a Bruxelles nella battaglia persa del Made in.
L'Italia chiedeva massima trasparenza sulla filiera dei passaggi industriali di un determinato prodotto.
In questo modo si voleva valorizzare i manufatti fatti interamente in loco.
VETO TEDESCO. Ma i tedeschi hanno di fatto posto il veto, visto che la loro forza economica li ha portati a essere anche produttori di mozzarella con latte italiano o pantaloni con taglio caprese da far invidia per qualità anche ai nostri sarti.
Perché la Germania, storicamente vittima di una domanda interna risicata, non vuole che altri godano dell'improvviso benessere dei loro cittadini. E inatti si chiude.
RICHIESTE DI APERTURA. Da anni l'Unione europea, il Fondo monetario e l'Ocse chiedono a Berlino di aprire i mercati.
Gli ultimi tre primi ministri italiani sono volati a Londra per lanciare con David Cameron documenti ufficiali che spingano la Merkel a fare le liberalizzazioni.
In teoria il sistema renano ha bisogno di servizi alle imprese (Ict, finanziari, legali) più innovativi e meno costosi di quelli offerti dai fornitori interni.
SHOPPING OLTRERENO IMPOSSIBILE. In pratica HeidelbergCement può venire in Italia e comprarsi Italcementi, mentre per un imprenditore di casa nostra è di fatto impossibile fare shopping Oltrereno.
Tra i pochi ci è riuscito soltanto Alessandro Profumo, ma chissà quanto si è pentito di avere messo le mani su una realtà indebitata come quella di Hypo.

Banche, altra spina: il tema delicato degli Eurobond

L'ex presidente del Consiglio, Romano Prodi.

Proprio le banche sono un altro fronte che dividono Roma e Berlino.
Innanzitutto Palazzo Chigi non capisce perché ha dovuto soggiacere alle pressioni europee per rendere contendibili le proprie popolari, mentre Mario Draghi - nonostante l'introduzione dell'unione bancaria - non potrà avere potere di vigilanza sulle zoppicanti Landensbank.
ONERI SOLO PER NOI. Ancora meno è piaciuto l'atteggiamento dell'Eba, tra l'altro guidata dall'italiano Andrea Enria, che ha imposto al nostro sistema più oneri di capitalizzazione perché appesantito da Btp e affini e ha quantomeno sottovalutato il peso dei bad loans negli istituti tedeschi.
Per non parlare del vantaggio naturale che questi hanno rifinanziandosi a zero negli anni della crisi.
TEDESCHI AVVANTAGGIATI. Nei giorni scorsi l'Halle institute for economic research ha calcolato che i tassi negativi del Bund hanno permesso al Paese di risparmiare in termini di rendimenti qualcosa come 100 miliardi, necessari innanzitutto per arrivare prima del tempo al pareggio di bilancio.
Ma quei soldi sono serviti anche per ampliare l'accesso al credito delle imprese tedesche a scapito dei concorrenti.
PURE MARCHIONNE SPINGE. Sergio Marchionne - lo stesso al quale la Merkel nega fondi per ammortizzare l'invenduto - ha raccontato che Wolkswagen può vendere a rate in tutti i Paesi dell'euro le Golf a tasso zero, proprio grazie al fatto di aver alle spalle un sistema bancario in grado di fornirle denaro a costi convenienti.
LA SOLUZIONE CI SAREBBE... Una soluzione a tutto questo ci sarebbe: sono gli Eurobond, la condivisione del debito su scala europea ideati proprio in Italia da Romano Prodi e Alberto Quadrio Curzio da un lato e da Giulio Tremonti (assieme e per conto dell'attuale presidente della Ue, Jean-Claude Juncker) negli anni scorsi.
Inutile dire che Berlino ha sempre detto di no ai premier italiani. Che a differenza di Renzi hanno avuto il coraggio di porre il problema.

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