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DIPLOMATICAMENTE 20 Agosto Ago 2015 1131 20 agosto 2015

Solo l'ignavia occidentale crea l'emergenza Isis

Grande clamore sui profughi. Ma nessuno che agisca sulle cause delle migrazioni.

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Gli sbarchi sull'isola di Lesbo (giugno 2015).

Uno dei principali fili conduttori della storia del Medio Oriente degli ultimi due secoli è rappresentato dalla volontà/capacità delle cosiddette “potenze occidentali” di influenzare e in larga misura di governare la dinamica dei Paesi che componevano quell’area. Con dissidi, con difficoltà, ma vi riuscivano.
Una delle manifestazioni più incisive, e più ricordate, è stata la segreta “intesa Sykes-Picot” (1916) e la successiva catena di accordi e conferenze con le quali si è arrivati a disegnare l’attuale geografia politica dell'area; o meglio la sua geografia politica esistente fino a un paio di anni fa.
LA MUTAZIONE DEL MEDIO ORIENTE. Da allora infatti è entrata in una fase di “mutazione” – innescata dalle cosiddette primavere arabe e dal suo incrocio con le patologie preesistenti - che ne ha alterato e ne sta alterando pezzi assai significativi, col corredo di una sconvolgente valanga di morte, disperazione, odio e distruzione che appare ben lungi dall’aver esaurito la sua forza deleteria.
La Siria e l’Iraq ne sono gli esempi più eclatanti: pensiamo al sedicente Stato islamico (Isis), ultima generazione del jihadismo millenarista/estremista/terrorista inseminato una dozzina di anni fa, che si è imposto in una significativa parte del territorio dell’una e dell’altro, esercitandovi un controllo e una gestione tanto brutale quanto efficace.
In Iraq, la sua perniciosità ha trovato brodo di alimentazione nel ginepraio di vecchie ragioni di tensione e di conflittualità tra le sue tre principali componenti etnico-tribal-religiose; nel caso siriano, nella tolleranza verso il regime sanguinario di Bashar al Assad che ha calamitato uno sciame di combattenti di diversa venatura estremista ormai impegnati in una guerra di tutti contro tutti. Con la conseguenza di un futuro drammaticamente incerto.
LIBIA E YEMEN IN GUERRA CIVILE. Anche per lo Yemen è arduo immaginare il futuro politico-istituzionale e la possibilità di sfuggire all’immane buco nero delle ferite umane e materiali che si è aperto nel Paese. La guerra civile che lo sta sconvolgendo a opera degli Houthi (20% della popolazione) va vista infatti nella sua sovrapposizione con la mai sopita spinta centrifuga tra Aden (Sud) e Sanàa (Nord). Col risultato di una maglia di crepe che percorre l’intero tessuto sociale di un Paese sul quale stanno fatalmente lievitando le fazioni del jihadismo islamico di vecchia (al Qaeda) e di nuova generazione (Isis)
La Libia rientra prepotentemente nel novero del processo di mutazione di cui stiamo parlando.
Anche questo Stato è entrato nella spirale di una pluralità di conflitti interni di matrice etnica, tribale e localistica, nel contesto della grande contrapposizione tra il governo rifugiatosi a Tobruk (riconosciuto internazionalmente) e quello di Tripoli. È la sommatoria di questa conflittualità diffusa ad alimentare lo scetticismo sulla possibilità dell’avvio di un processo di normalizzazione del Paese anche quando si arrivasse a un accordo per la formazione di un governo di unità nazionale tra i due grandi agglomerati in lotta.
Ed è in questa conflittualità che si è fertilizzato l’Isis locale e altri nuclei jihadisti.
Non trascuriamo in questo contesto la pluralità degli Stati vicini a quelli menzionati che ne stanno subendo i contraccolpi – pensiamo anche solo agli sfollati – e il perenne dramma palestinese di cui purtroppo ci si è quasi stancati di parlare e tornato di attualità nei giorni scorsi per la nomina davvero singolare della Nirenstein ad ambasciatrice di Israele in Italia.

Dove sono Usa, Germania, Gran Bretagna?

Ebbene, di fronte a tutto questo scenario, come e dove si collocano le “potenze di oggi”, quelle che continuiamo a considerare al vertice della Comunità internazionale e dei suoi organi rappresentativi? Ritroviamo, nelle mutate condizioni dell’attualità – è passato, fortunatamente, il tempo delle antiche dipendenze e delle potestà coloniali - l’antico filo conduttore di determinazione e di capacità di intervento?
Tre risposte vengono spontanee in proposito: la prima è che complessivamente quelle potenze (dagli Usa alla Russia, dalla Gran Bretagna alla Francia, dalla Germania alla Turchia, etc.) non appaiono all’altezza delle attuali sfide della governance internazionale di cui rivendicano però la titolarità.
La seconda è che laddove esse, o una parte di loro, hanno cercato di farlo, come per esempio in Libia ovvero nel conflitto israelo-palestinese, hanno messo in moto una spirale disastrosa che adesso non appaiono in grado di fermare ovvero hanno manifestato tutta la loro complice debolezza/impotenza/connivenza.
IL FALLIMENTO SULLA TRAGEDIA SIRIANA. La terza è che la più grande catastrofe umanitaria del dopo-guerra, quella in corso in Siria, non è riuscita a imporsi sull’opacità e sull’ambiguità delle agende di queste potenze, così come continua a restare impunita la condotta criminale di Bashar al Assad, tuttora al suo posto. E che in Iraq si sta giocando al ribasso rispetto alle gravissime responsabilità accumulate dal 2003 in avanti e si stanno sacrificando le condizioni di equilibrio suscettibili di assicurare le condizioni di una possibile convivenza tra curdi, sciiti e sunniti. Con la complicità delle rivali potenze regionali.
Si dirà che oggi il “male maggiore” e dunque prioritario è rappresentato dall’Isis.
Sarà, ma non sembra che a oltre un anno dalla sua proclamazione, il Califfato sia in debito d’ossigeno: in Siria, in Iraq, in Yemen, in Libia e altrove. Anzi. Le ragioni sono molte, intendiamoci, articolate e complesse, ma il risultato di fondo è sotto gli occhi di tutti coloro che vogliono vedere.
NESSUNA INIZIATIVA DA OCCIDENTE. Forse la chiave di lettura più scomoda ma più vera sta proprio nella incapacità/non volontà di porsi all’altezza di queste sfide o comunque nella contrapposizione paralizzante delle loro agende rispettive.
Un esempio per tutti è offerto dall’improba fatica che è costretto a sobbarcarsi da mesi e mesi Bernardino Leon, il rappresentante in Libia dell’Onu e dunque (sulla carta) delle maggiori potenze del mondo, per riuscire a fare breccia nella mente e nel cuore dei vertici di Tripoli e Tobruk.
Adesso, finalmente, sembra aprirsi uno spiraglio, ma se si confermerà, sarà più il frutto della pressione minacciosa dell’Isis e della sua vicinanza all’Europa che non dell’ennesima dichiarazione di questi giorni di Usa- Francia-Germania-Gran Bretagna, Italia e Spagna, cui si è pure associata ora, dal Cairo, la Lega araba.
Lo vedremo.
Resta il fatto che il clamore e la virulenza anche volgare con cui si agita la “minaccia migratoria” piuttosto che le sue cause, in primis proprio queste guerre, la dice lunga sulla scala dei valori che rischia di imporsi nelle nostre società.

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