Grecia:Cannata, noi regolari nelle aste
FOCUS 21 Agosto Ago 2015 1503 21 agosto 2015

Grecia al voto: quanto ha speso Atene dal 2012

Il 20 settembre i greci andranno al voto per la quinta volta in 3 anni. In totale una spesa di 345 mln. Intanto il governo non ha i soldi per sussidi ed elettricità.

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Con quelle del 20 settembre – data ancora da confermare – fa cinque volte tonde. Un record europeo: 6 maggio e 17 giugno 2012, 25 gennaio 2015, 5 luglio 2015. Potere della volontà del popolo, per dirla alla Tsipras; o della debolezza dei politici, secondo molti altri.
Fatto sta che tra elezioni parlamentari e il referendum sul memorandum d’intesa con la Ue – e senza considerare le consultazioni locali – in tre anni la Grecia affondata nella recessione, travolta dalla fuga di capitali e con le finanze pubbliche letteralmente a secco, ha speso circa 285 milioni di euro soltanto per chiamare i suoi cittadini ai seggi.
SPESA COMPLESSIVA DI QUASI 350 MILIONI. Una cifra che a settembre, se i costi dovessero essere in linea con i precedenti, lieviterà a 345 milioni totali.
Non un conto esorbitante, certo: in Italia soltanto per le parlamentari del 2013 abbiamo speso 389 milioni di euro. Ma quello ellenico è un Paese molto più piccolo del nostro, in cui numero totale dei votanti non arriva a 10 milioni, un quinto di quelli italiani. Ed è soprattutto il Paese in cui a a fine giugno banche e borse sono state costrette a chiudere i battenti per evitare il tracollo del sistema, con la gente in coda ai bancomat per 60 euro al giorno.
Negli stessi giorni, secondo la Corte dei conti greca, si spendevano però 10 euro a elettore per organizzare il referendum sugli aiuti dell’Europa – il cui esito è stato peraltro disatteso dalla scelta successiva di accettare l’intesa, scelta che a sua volta ha innescato la crisi di Syriza alla base della nuova chiamata al voto il prossimo settembre.
COL REFERENDUM VOLATI 110 MILIONI. Il referendum è costato circa 110 milioni di euro, una cifra monstre rispetto a quella delle consultazioni precedenti, con tanto di voci provienienti dalla Camera di commercio di Atene sulla difficile reperibilità della carta su cui stampare i quesiti (nessuna conferma però se sia stato effettivamente difficoltoso).
Stretto nella morsa dell’austerity, sei mesi prima, il 25 gennaio 2015 il governo in carica guidato da Antonis Samaras (Neo Democratia) aveva fatto le cose in ristrettezza, con un conto finale pari a 60 milioni di euro, di cui ben 15 destinati alla polizia incaricata di vigilare sul voto. La spesa era stata del 10% inferiore a quello del 2012: meno seggi aperti, meno personale negli stessi e minori spese in pubblicità.
Infatti alle chiamate precedenti – due a distanza di un mese e mezzo, per la mancanza di una maggioranza chiara – il voto era costato 42,7 milioni ogni volta, più 15 per la polizia.
Il che quantomeno porta qualche dubbio su dove siano finiti quei quasi 40 milioni in più del referendum di luglio: sicurezza? Pubblicità? Personale ai seggi? Va detto che il costo della consultazione è stato stimato dalla Corte dei conti, ma non è possibile ancora verificare con certezza i conti: se fossero confermati, ci sarebbe da sperare che Tsipras facesse un po’ più di economia per il voto di settembre.
I PROGRAMMI PER POVERI COSTANO 200 MILIONI. Per capire quanto sia necessaria basta dire che 200 milioni di euro è il costo del programma di assistenza ai più bisognosi (buoni pasto, aiuto per l'affitto e bollette energetiche) varato a marzo dal governo: un baluardo del programma economico di Syriza, motivo d'orgoglio per il primo ministro anche se fonte di parecchi scontri con Bruxelles. E che negli stessi tre anni in cui si spendevano quasi 350 milioni di euro per votare, la spesa sanitaria greca è stata tagliata di circa 1 miliardo di euro.
Va poi detto anche che la società elettrica greca ha lamentato nei giorni scorsi crediti con lo Stato per 220 milioni di euro: forniture non pagate. E quando non paga lo Stato, non si può aspettare che lo facciano i cittadini.
E ancora: come ha scritto Repubblica, dei 7,16 miliardi del prestito ponte erogato il 20 giugno per tenere a galla Atene, soltanto 400 milioni sono rimasti nella Capitale, il resto volato a Washington e a Francoforte per ripagare debiti pregressi. Mentre il Paese dava in gestione 14 aeroporti locali ai tedeschi per 30 anni per poco più di 1,2 miliardi di euro.
Insomma, ad Atene da un bel pezzo non si vede un gruzzoletto grande come quello impiegato per le elezioni in tre anni. E magari il popolo sovrano avrebbe preferito impiegarlo in qualche altra cosa.

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