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TUTELE 21 Agosto Ago 2015 0800 21 agosto 2015

Renzi con queste riforme tradisce la sua generazione

Via l'art. 18. Più tasse sui fondi pensione. E aliquota dei minimi rivista al rialzo. Matteo si cura di chi è già tutelato. Non dei suoi coetanei. Per cui dice di lottare.

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Il premier Matteo Renzi.

Nemmeno il tempo per l’Inps di annunciare 252.177 contratti a tempo determinato dall’inizio dell’anno che Matteo Renzi, via Twitter, chiamava i suoi coetanei alla guerra generazionale.
«I dati diffusi dall’Inps dicono che siamo sulla strada giusta contro il precariato e che il Jobs Act è una occasione da non perdere, soprattutto per la nostra generazione!».
Ma a ben guardare il premier, finora, non si è dimostrato molto generoso con i trentenni e i quarantenni.
Paradigma di tante contraddizioni è proprio il Jobs Act.
LA CANCELLAZIONE DELL'ART.18. Accanto alle nuove norme che introducono il contratto a tutele crescenti c’è uno stanziamento massimo per chi ha fino a 29 anni (quelli che possono rientrare in Garanzia giovani) di 8.060 euro per il prossimo triennio. Ma nel contempo lo stesso nuovo contratto cancella la principale tutela della storia repubblicana: l’articolo 18, l’impossibilità di essere licenziati.
Diritto che mantengono i vecchi assunti, con il risultato di creare una nuova dicotomia tra i padri, sempre più inamovibili, e i figli, costretti a un alto livello di flessibilità e condannati all’instabilità.
Lo dimostra anche il fatto che le banche, nonostante un provvedimento del governo dica il contrario, difficilmente eroghino mutui a chi è assunto con la nuova formula.
I SOLDI NON BASTANO PER TUTTI. Sempre il Jobs Act rischia di fallire sul versante degli ammortizzatori sociali. Quelli che sono necessari per creare in Italia una flessibilità in entrata (perdo il posto, ne trovo un altro) che al momento non c’è.
Il governo Renzi ha esteso le forme di disoccupazione (soprattutto la Naspi) anche ad alcune categorie di precari.
Peccato che i 2,9 miliardi impegnati nel prossimo biennio rischiano di non bastare, perché nel contempo è stata rafforzata la cassa integrazione, estesa alle piccole aziende.
In sintesi, i soldi non bastano per tutti.

La tassazione dei fondi pensione sale dall'11,5% al 12%

Il ministro del Lavoro Giuliano Poletti e il presidente dell'Inps Tito Boeri.

Nell’Italia dove la disoccupazione è al 44,2%, uno su due sotto i trent’anni vive con mamma e papà e i Neet (quelli che non lavorano e studiano) sono il 22% dei giovani, il governo Renzi porta la contribuzione minima per gli autonomi al 30,7% (livello poi in parte congelato dal parlamento con il Milleproroghe) e alza al 15 l’aliquota dei minimi.
Tutti i grandi manager pubblici finora nominati (gli Starace, i De Scalzi fino ai Gallia e ai Costamagna) hanno oltre cinquant’anni.
Ed è schizzata, passando dall’11,5 al 12%, anche la tassazione dei fondi pensione, quelli che dovrebbero accumulare risorse per aiutare quando saranno vecchi i giovani di oggi.
IL 'CAPOLAVORO' DELLE PENSIONI. Ma il capolavoro Renzi rischia di realizzarlo sulle riforme della pensioni.
Il suo maggiore consulente sulla materia, il presidente dell’Inps Tito Boeri, si è accodato a quegli esponenti di sinistra (il ministro Giuliano Poletti, Cesare Damiano, Pier Paolo Baretta) favorevoli a riportare il pensionamento a 62 in cambio di penalizzazioni, per evitare nuovi esodati e favorire il turn over.
Boeri, al riguardo, ha anche proposto di garantire a questa platea una sorta di reddito minimo garantito per non entrare o uscire dalla povertà. Ma siccome un provvedimento simile ha costi altissimi, ecco la soluzione: ricalcolare parte delle pensioni in essere con il sistema contributivo, quello che vige dall’ingresso della riforma Dini.
RENZI DIFENDE CHI È GIÀ TUTELATO. Per la cronaca, i 60enni di oggi sono quelli che hanno partecipato alla contestazione, l’ultima generazione alla quale sono stati garantiti un’istruzione di buon livello gratuitamente, l’accesso ai mutui per comprare casa, posti fissi negli organi pubblici, il calcolo pensionistico di parte degli anni di lavoro con il sistema retributivo.
Adesso l’ultimo privilegio, mentre chi ha tra i 30 e i 40 anni rischia di ritrovarsi con una pensione tra il 40 e il 60% dell’ultimo stipendio.
Invece di occuparsi di questo, magari estendendo il pilastro integrativo, il governo si cura della previdenza di chi è già tutelato, facendo pagare il costo ai più giovani e ai più vecchi.
E tanto basta per far scattare una guerra generazionale trasversale. Con Matteo Renzi schierato contro i suoi coetanei.

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