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CRISI 24 Agosto Ago 2015 1815 24 agosto 2015

Beirut brucia: il Libano è una bomba a orologeria

Da due anni il Paese dei Cedri è senza un vero governo, pressato da milioni di profughi e forze esterne. Solo Iran e Arabia possono risolvere la crisi: un miraggio.

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A Beirut è tornata la calma, una calma che inquieta.
Più di 400 feriti in due giorni di proteste in Libano, sassaiole contro proiettili di gomma, roghi contro lacrimogeni e idranti.
Tra i contusi anche una trentina di agenti, il morto denunciato dai dimostranti è stato smentito dalla polizia: l'unica buona notizia dal Paese dei cedri, sempre che sia vera.
Anche se la terza giornata di manifestazioni è stata annullata, i tumulti potrebbero esplodere in qualsiasi momento.
PROTESTE DI MASSA. Le vie della capitale sono presidiate dall'esercito, il premier ad interim minaccia le dimissioni per imprimere una svolta e rimprovera alle forze l'ordine l'eccessiva durezza.
In strada stavolta non ci sono i radicali sunniti che al Nord, esplosa la Primavera araba, si scontrano periodicamente con gli sciiti, facendo decine di morti.
La rabbia di Beirut è popolare: gente comune in rivolta, personaggi anche in vista, perché l'elettricità va e viene e la città è invasa dalla spazzatura per la chiusura di una discarica.
PARALISI POLITICA. Ma i rifiuti sono la punta dell'iceberg, la miccia delle proteste e lo specchio di un Paese che dal 2011 si tiene insieme precariamente, senza stabilità politica e con sofferenze economiche ormai visibili.
Da un anno e mezzo i partiti della Grande coalizione litigano per eleggere un nuovo presidente che nomini un governo effettivo. Oltre 1 milione e 200 mila profughi si sono riversati in Libano, le pressioni e le tensioni esterne crescono. E la corruzione, con la paralisi politica, dilaga.

Il governo di Grande coalizione in stallo dal 2013

Il Libano galleggia da 25 anni.
È un Paese ricco, nonostante tutto, e la gente è abituata a vivere sul filo del rasoio, si crede che la bomba a orologeria non possa esplodere.
Ma se la corda si rompe? L'esasperazione popolare tra gli oltre 4 milioni di libanesi non è un buon segno.
Ancora di meno lo sono le infiltrazioni di violenti tra le migliaia di dimostranti denunciate all'indomani della guerriglia urbana.
INFILTRATI TRA I DIMOSTRANTI. Un copione visto e rivisto in Europa.
Ma soprattutto in Siria, dove le proteste popolari non violente sono presto diventate ostaggio di strumentalizzazioni interne e straniere.
Black bloc non bene identificati e anche terroristi venuti da fuori o pagati da qualche servizio segreto per innescare una spirale di violenze che blocchi il processo di democratizzazione: bombe e depistaggi che purtroppo il Libano conosce molto bene.
Nel Paese dei cedri non si può parlare di «regime», come lamentano i manifestanti.
ESECUTIVO BIPARTISAN. Dal febbraio 2014 il premier indipendente Tammam Salam è il capo di un esecutivo bipartisan con 24 ministeri che raccoglie tutte le principali (e inconciliabili) forze politiche: dal Movimento per il futuro del sunnita Saad al Hariri agli sciiti filoiraniani Hezbollah che in Siria combattono contro i sunniti, ai rivali cristiani maroniti.
Un anno di consultazioni, dall'aprile 2013, dopo le dimissioni dell'allora presidente del Consiglio, è sfociato in un governo attivo solo sulla carta, incapace di accordarsi sul successore dell'ex presidente libanese Michel Suleiman e numerosi altri dossier.
Mentre Beirut bruciava, il ministro dell'Interno Noad al Machnouk ballava a Mikonos, in Grecia: il governo di tutti e di nessuno.

Solo Iran e Arabia Saudita possono risolvere la crisi

Il Libano attualmente ospita 1 milione di rifugiati siriani.

Salam in teoria è anche capo di Stato ad interim ed è pronto alla crisi costituzionale.
Se non si sblocca l'empasse lo Stato non sarà più in grado di pagare gli stipendi nel pubblico impiego, come accadeva tra il governo di Baghdad e il Kurdistan iracheno, prima della guerra all'Isis, e come accade nella Palestina del governo virtuale tra Hamas e Fatah.
Il rating del Libano potrebbe crollare, anche la Beirut della finanza mediorientale potrebbe avere difficoltà a vendere titoli pubblici sui mercati.
Il premier provvisorio non vuole «essere partner del collasso». «È bene che le forze politiche e militari si prendano le loro responsabilità. I rifiuti sono solo la pagliuzza della storia della spazzatura politica di questo Paese» ha chiosato, «una storia molto più grande».
PROTESTE COME NEL 2005. La mobilitazione è stata battezzata YouStink, «tu puzzi».
Non è la guerra civile dal 1975 al 1990, ma l'ultima volta che i libanesi scesero in massa in piazza dei Martiri fu nel 2005, dopo l'assassinio dell'ex primo ministro Rafik Hariri, padre di Saad, e poi le truppe siriane si ritirarono dal Paese.
Dieci anni dopo la Siria è rasa al suolo, oltre 4 milioni di cittadini sono in fuga e le proteste in Libano contro la corruzione somigliano molto al malcontento in Iraq per lo strapotere decennale dell'ex premier Nouri al Maliki, che ha spianato la strada alla nascita del sedicente Stato islamico.
A Beirut nessuna fazione ha la forza di imporsi sulle altre, per molti dallo stallo si può uscire solo con l'ok di Iran e Arabia saudita - in guerra nella Primavera araba - ad agire insieme per il bene comune.
L'ACCORDO IMPOSSIBILE. Come dire a Hezbollah di smettere di difendere Bashar al Assad in Siria, e di far la pace tra sciiti e sunniti, un miraggio.
In Libano dal 1982 staziona la forza multinazionale dell'Onu Unifil, guidata tra l'altro dagli italiani, e si sta ancora ricostruendo dalla guerra civile.
È un miracolo che lo Stato dove confluiscono le maggiori tensioni politiche e anche militari del Medio Oriente non sia ancora saltato.
Ma il vuoto di potere alimenta le infiltrazioni e un Libano dove si riprende a sparare è un altro Paese di milioni di vecchi e nuovi profughi che si svuota.

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