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DIPLOMATICAMENTE 26 Agosto Ago 2015 1704 26 agosto 2015

Merkel apre ai migranti? Il suo è opportunismo

La scelta di sospendere i rimpatri dei siriani è squisitamente politica. L'obiettivo della cancelliera è entrare nella partita diplomatica su Damasco.

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Profughi siriani in fuga dal Paese.

Le cronache di queste ultime settimane ci raccontano di una spirale di migliaia e migliaia di persone che cercano di raggiungere le frontiere estere dell’Ue.
Sono molti più di prima - molto più di sempre, verrebbe da dire - nella recente storia dell’immigrazione europea.
Ma non si tratta tanto di persone che fuggono dalle loro terre per la fame, per una miseria ritenuta insopportabile. I cosiddetti 'migranti economici'.
No, si tratta anche, direi soprattutto, di persone che fuggono dal rischio di perdere tutto, dalla loro libertà alla casa, al loro lavoro, alla loro stessa vita a causa della guerra che sta devastando il loro Paese ovvero dell’intollerabile ricatto esercitato da un regime dispotico.
Da cause cioè che le progressive conquiste del diritto internazionale rigettano al punto da riservare loro - “rifugiati/profughi” - speciali tutele.
LA TRAGEDIA DEI SIRIANI. Ebbene, in quella fiumana di persone provenienti da numerosi Paesi che vivono vite di grande sofferenza, dal Medio Oriente all’Africa del Nord e Sud-Sahariana tendono a ricevere un’attenzione particolare i siriani, alla ribalta dell’attualità di questi giorni per l’efferato strazio usato nei riguardi dell’archeologo Khaled al Asaad e dell’ennesima violenza distruttiva sulla straordinaria eredità culturale di Palmira nel contesto di un orrendo primato: appartenere a un Paese nel quale si sta realizzando la più grande crisi umanitaria del pianeta dal secondo dopo guerra; nel quale si sono contati in meno di quattro anni circa 250 mila morti; nel quale quasi metà dei suoi 22 milioni di abitanti è sfollata; nel quale gran parte dell’economia e del suo patrimonio di infrastrutture sono stati devastati con effetti deleteri sull’occupazione.
UN MAGNETE PER GLI ESTREMISMI. Insomma, un Paese sul quale sembrano essersi scaricate le più nefaste conseguenze di quella che sembrava preludere, nel 2011, a una feconda primavera, resa credibile dall’aura riformistica che il giovane presidente e la sua consorte erano riusciti ad accreditare presso le cancellerie del mondo intero.
I disarmati conati di libertà di quel popolo sono subito apparsi destinati a essere silenziati nel sangue e a diventare col tempo una piaga conflittuale in continua, tragica progressione.
La Siria è divenuta, per generale insipienza, cinismo e paura, un formidabile magnete per nuclei estremisti della più diversa specie impegnati in una micidiale gara che era ed è anti-Assad ma anche fratricida; dove al Qaeda e il Califfato, una sua ben più temibile costola, sembrano al momento sovrastare le forze ribelli “moderate” e internazionalmente riconosciute.
E dove le contrapposte e contradditorie agende delle grandi potenze e il loro incrocio con quelle delle potenze regionali hanno consentito la sopravvivenza di un regime criminale su un territorio divenuto un grande campo di battaglia difficilmente riconducibile alla Siria delle carte geografiche di solo qualche anno fa.

Il gesto di Merkel è carico di un umanitarismo discriminante

La cancelliera tedesca Angela Merkel.

Da lì sgorga, come si dovrebbe ormai sapere, la slavina siriana che tende a essere o ad apparire protagonista della valanga migratoria che sta affluendo sulle coste del Vecchio continente, creando un clima da “invasione” che la pochezza del vertice europeo sommata alle populistiche risposte nazionali rischiano di legittimare.
Pensiamo al tandem Parigi-Londra e alla barriera ungherese, tanto per fare due esempi che la dicono lunga sull’assenza di una politica degna di questo nome, ben al di là del tema di un’accoglienza che fa acqua da tutte le parti; ben al di là della retorica dichiarazione del presidente Juncker che ha atteso di terminare le vacanze per dichiarare che «questa non è l’Europa che voglio» – concetto da condividere - senza però riuscire a balbettare un’ipotesi di «gestione del fenomeno e delle sue cause» da proporre ai partner: gestione dell’oggi, certo, ma anche del domani e del dopo-domani e dunque del futuro di quest’umanità e del propellente – la guerra - della sua fuga di massa.
PERCHÈ I SIRIANI E NON GLI ERITREI? Su questo sfondo assai poco incoraggiante, l’apertura incondizionata della cancelliera Merkel ai profughi siriani all’indomani di un bilaterale con Hollande all’insegna del monito (a Grecia e Italia) ad un rigoroso processo di registrazione e identificazione dei supposti richiedenti asilo, lascia confusi: si tratta infatti di un gesto umanitario di indubbia valenza, ma anche carico di un umanitarismo discriminante e contradditorio rispetto alle stesse regole di cui la Germania si fa da sempre tutrice e arbitro.
Perché i siriani e non gli eritrei o gli iracheni? Non mi risulta che la Costituzione tedesca distingua i richiedenti asilo per nazionalità. Sarebbe inaccettabile che lo facesse.
E poi, perché assumere una tale determinazione politica “a prescindere”, direbbe Totò, dall’Unione europea?
UN SEGNALE DI ATTENZIONE. Penso che la cancelliera si sia decisa a un tal passo per ragioni squisitamente politiche. Per dare un segnale di netto contrasto alle crescenti forze populiste (e neo-naziste) del suo stesso Paese, ma anche di attenzione alla Siria in una fase in cui la real politik di quelle stesse potenze che hanno contribuito a far/lasciar marcire la situazione sta spingendo verso uno sbocco che eviti ciò che non appare più tanto remoto: il rischio cioè dell’implosione del regime di Bashar al Assad e della perdita del controllo che ancora esercita sul territorio della cosiddetta “Siria utile” che esercita a favore della più aggressiva, armata e militarmente capace delle milizie islamiche che vi si confrontano. E il pensiero corre all’Isis, naturalmente.
In queste ultime settimane si sta infatti assistendo a un particolare attivismo politico-diplomatico, a livello bilaterale come multilaterale.
SERVE UNA SOLUZIONE POLITICA. Tra Washington e Mosca e Ankara, tra Mosca e Riad, tra Teheran e Damasco e Baghdad, in seno al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, è un fermentare di contatti e di segnali assai più intensi e frequenti di prima, all’insegna di una parola d’ordine: è tempo di una soluzione politica e dunque di tracciare un percorso transitorio che sbrogli il gomitolo dei conflitti in atto e traguardi, per quanto possibile, il ripristino politico-istituzionale della Siria.
In quel contesto diverse sono state le proposte avanzate, da ultimo quella di Teheran, verosimilmente nel contesto della ricerca di acquisire credibillità negli Usa (Congresso-accordo nucleare) e nel mondo.
BERLINO NON VUOLE RIMANERE FUORI. Si tratta di contatti in cui nessuna delle parti in gioco ha scoperto del tutto le proprie carte, né gli sponsor di Assad (Russia e Iran) né chi lo vuole fuori da qualsivoglia transizione (Araba Saudita e Turchia) in particolare.
Ma al di là del loro esito questi contatti sono sintomatici del fatto che la partita politico-diplomatica sulla Siria è ripartita.
E Berlino non vuole starne al di fuori. L’apertura agli esuli siriani può costituire un discreto biglietto da visita per parteciparvi, capitalizzando il suo ruolo di co-protagonista del negoziato sul nucleare iraniano. E può costituire un assist di prima grandezza per l’Alto Rappresentante Mogherini.

* Armando Sanguini è un ambasciatore in pensione. Capo missione in Cile, Tunisia e Arabia saudita, è stato tra l'altro Direttore Generale per le relazioni culturali all'estero, gli Istituti di cultura e le scuole italiane e Rappresentante personale del Presidente del Consiglio per l'Africa.

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