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TERRORISMO 30 Agosto Ago 2015 0900 30 agosto 2015

Arabia Saudita, se il Califfato si vendica

Prima al Qaeda, poi l'Isis. La corsa ad armare la jihad si ritorce contro l'Arabia. Che adesso si trova il nemico in casa. Tra attentati e sanguinose rappresaglie.

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Il climax di attentati dell'Isis, derivazione di al Qaeda, nell'Arabia Saudita che i qaedisti ha a lungo foraggiato, solleva molti interrogativi sulla natura e sull'evoluzione cosiddetto Stato islamico.
La questione dei finanziamenti, che con buone ragioni si sospettano venire soprattutto dai Paesi del Golfo, e il dubbio più che fondato (e molto preoccupante) che l'Isis sia sfuggito completamente di mano ai suoi padrini, innanzitutto.
CORSA TRA SUPPORTER. Il Califfato fa suoi diversi attentati, con rivendicazioni di dubbia autenticità che rendono impossibile capire se gli ordini partano davvero da lì. Spesso in realtà, come per gli attacchi in Tunisia e in Francia, gli autori sono ex combattenti di gruppi anche rivali al Califfato, come al Nusra o al Qaeda in Yemen.
Un proliferare di cellule impazzite e incontrollabili, frutto comunque degli scellerati aiuti ai fondamentalisti islamici, a partire dai talebani armati dagli Usa contro i sovietici in Afghanistan, passando dall'inferno iracheno del post Saddam, fino al fiume di petrodollari che nella Primavera araba si è riversato sulla jihad dagli sceicchi del Golfo in competizione tra loro.
LA MATRICE IRACHENA. I recenti attentati in Kuwait e in Arabia Saudita sono però di dinamica identica a quelli in Iraq, e poi in Siria: kamikaze o autobombe lanciate contro le moschee.
È molto probabile insomma che per i Paesi del Golfo, come per la Siria, gli ordini arrivino dal Califfato. Segno che l'Isis vuole allargare il suo territorio nel Levante e nella penisola araba.

La retata anti-Isis in Arabia scatena la rappresaglia

Il principe saudita Faisal bin Khalid visita uno dei soldati feriti (Ansa).

Guarda caso le forze di sicurezza saudite hanno da poco arrestato 431 militanti dell'Isis, sventando, hanno raccontato, piani per sei attacchi kamikaze contro le moschee del regno, omicidi di poliziotti e militari, e attentati contro almeno una rappresentanza diplomatica.
La stretta sui jihadisti è scattata dopo i due maxi attacchi del 22 e il 29 maggio scorso con decine di morti, rivendicati dall'Isis, contro due moschee nell'Est abitato dalla minoranza sciita.
UNA CREPA NELLA SICUREZZA. I fermati sono per la «maggior parte sauditi, insieme a qualche cittadino straniero». Poche settimane dopo è scattato l'attacco del 6 agosto al campo antiterrorismo di Abha, nella moschea interna dove le forze di polizia erano in preghiera. Una rappresaglia dell'Isis per la maxi retata?
Tra i 17 morti, 12 sono poliziotti. L'attentato di Abha è ancora più grave perché non ha colpito un luogo di preghiera sciita, ma una base delle forze di speciali di sicurezza, in teoria superprotetta: un evento che da anni non accadeva nel Paese.

Il lungo sostegno dei sauditi ad al Qaeda, specie in Yemen

Il regno saudita, d'altra parte, è molto permeabile ai jihadisti.
Per decenni la monarchia ultraconservatrice ha finanziato, a scopo egemonico, l'espansione dell'estremismo islamico in Asia e in Africa.
Un gioco molto pericoloso: oggi in migliaia, tra combattenti ed ex combattenti fondamentalisti di vari gruppi, sono di nazionalità saudita. Un'aggravante del fenomeno è anche la guerra in corso nel confinante Yemen, che Riad alimenta.
Non a caso, il nucleo antiterrorismo colpito di Abha è a Sud, vicino al confine yemenita.
BOMBE SU SANAA. Dopo la presa di Sanaa dei ribelli yemeniti (gli houthi sciiti appoggiati dai rivali iraniani) i sauditi bombardano e spingono la controffensiva dei sunniti, che in Yemen oltre ai Fratelli musulmani includono i jihadisti che gravitano attorno ad al Qaeda.
Gruppi ampiamente foraggiati da Riad e che ora, in parte, stanno passando nell'Isis anche in Yemen. Lì il Califfato ha rivendicato attacchi kamikaze contro gli sciiti e, poco dopo, anche in Arabia è anche spuntata la sigla di un nuovo ramo dell'Isis, il Wilayat Najd, presunto dipartimento del Califfato nella regione di Riad.

Anche in Arabia Saudita arriva la guerra tra sciiti e sunniti

La moschea dell'attentato dentro alla base delle forze di sicurezza (Ansa).

La guerra settaria tra sciiti e sunniti, di esportazione irachena, si propaga rapidamente in Kuwait, Yemen e anche in Arabia, dove il conflitto yemenita crea instabilità interna e fomenta l'odio.
Diversi donatori privati del Golfo, sunniti, versano centinaia di migliaia di euro ai terroristi per fare morti nelle moschee sciite. In luoghi dove, prima del Califfato, regnava la convivenza tollerante, anche tra estremisti, tra i due rami dell'Islam.
LA SVOLTA DI AL ZARQAWI. Al Qaeda di Osama bin Laden, infatti, non colpiva per ideologia gli sciiti ma gli occidentali e non aveva mire territoriali. Strategia e obiettivi sono poi cambiati con l'ascesa a leader di Abu Musab al Zarqawi (ex capo di al Baghdadi) in al Qaeda nell'Iraq, dopo l'invasione americana del 2003.
Dai territori sunniti a Nord di Baghdad, il network terroristico ha usato la guerra agli sciiti come tattica per conquistare città e governatorati.
Da lì, l'espansione in Siria, la nascita del Califfato, la campagna a Ovest verso il Golfo e gli scontri, anche armati, con la casa madre di al Qaeda.

Da al Qaeda all'Isis: l'entrata in campo di Qatar e Turchia

Cui prodest, a questo punto, tutto ciò?
Il gioco dei sauditi è davvero tanto sporco da far colpire anche le sue forze speciali di sicurezza?
Difficile, a questo punto, che gli ultimi attentati siano manovrati dall'intelligence di Riad.
Più probabile, piuttosto, che con il salto di qualità da al Qaeda all'Isis i maggiori supporter dei jihadisti siano diventati, come sostengono sempre più analisti, il Qatar e la Turchia iperattivi nella Primavera araba.
EFFETTO BOOMERANG. Le rivolte del 2011, che hanno fatto saltare i confini e gli assetti colonialisti della spartizione di accordo Sykes-Picot (1916), hanno scatenato gli appetiti smodati delle potenze e degli investitori islamici.
Il Qatar che ha comprato la Costa smeralda, per esempio, è un piccolo emirato emergente con molta liquidità e una smania enorme di investimenti e visibilità. La Turchia islamista di Recep Tayyip Erdogan ambiva a un'area di influenza neo-ottomana in Medio Oriente e Nord Africa.
Ma chi usa chi? Dopo gli Usa, l'Arabia è l'esempio più eclatante di effetto boomerang tra finanziatori. Ma potrebbe non essere l'ultimo.

Twitter @BarbaraCiolli

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