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BASSA MAREA 1 Settembre Set 2015 0940 01 settembre 2015

Il comunismo in Italia? Una storia di vinti

I post-comunisti chiedono rispetto. Ma il loro racconto su “come eravamo” non è completo. Né tantomeno sincero.

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L'ex premier Massimo D'Alema.

Per chi ha meno di 40 anni, e certamente per chi è sotto i 30, comunismo e Partito comunista italiano sono termini e fenomeni archeologici più ancora di quanto lo sia la Democrazia cristiana che dopotutto ha a Palazzo Chigi, come capo del governo italiano, un chiaro epigono nella persona di Matteo Renzi.
Comunismo e comunista sono, salvo poche eccezioni, termini usciti di scena: si parla di post-comunismo e di post-comunisti, e questo non contribuisce alla chiarezza.
IL COMUNISMO PER I GIOVANI. Senza il post, chi ha una certa età o chi ha fatto chiare letture sa di che cosa si parla. Con il post, la confusione è massima. Non è ex, il che implicherebbe un passaggio a qualcos’altro. Non è nulla. È post. Fuori dal tempo.
Poi, ogni tanto, qualche anziano dirigente torna a ricordare, giustamente, l’importanza che il Pci ha avuto nella storia italiana del 900, nella seconda metà del secolo. Ma capisce, in genere, chi già lo sapeva.
Ai più giovani mancano la memoria e i fatti e i protagonisti.
UN'EREDITÀ COMPLESSA. Altri ex dirigenti del Pci, lo ha fatto ancora la settimana scorsa al Festival dell’Unità di Milano Massimo d’Alema, ricordano (a Renzi) che «non si sputa sul passato», ultima richiesta dopo altri secchi inviti a non sottovalutare l’importanza delle origini e a rispettare i protagonisti di una lunga marcia, con molte battaglie vinte. Ma la guerra persa.
È un’eredità complessa. Si può gloriare di avere avuto un ruolo cruciale nella lotta contro il nazifascismo, su scala europea (la Russia, allora tutt’uno con il comunismo per moltissimi) ancor più che su scala italiana dove pure il contributo alla lotta partigiana fu fondamentale. Ma non è riuscita a indicare un “dopo”. O meglio ne ha indicato uno, il sistema comunista, che non ha mai convinto la maggioranza e “ha perso la partita”.
PROSPETTIVE CONFUSE. La fine del comunismo è stata, ha ripetuto alcune volte d’Alema, «una tragedia», senza mai spiegare se il tragico è il non avere più il comunismo, o l’avercelo avuto.
Probabilmente è vera la prima ipotesi. Certamente, ancora oggi, la maggioranza degli italiani di una certa età non rimpiange che il Pci, nonostante tanti premi di tappa, non abbia mai vinto il Giro.
E molti si chiedono quale partito, finita l’era degasperiana, abbia fatto più danni al Paese, se la Dc con le sue incapacità di governo o il Pci con le sue prospettive massimaliste prima e confuse dopo.

Il post-comunista è un orfano della Storia

Lenin legge la Pravda.

Essere stato comunista ha in genere molte spiegazioni, e molte sono onorevoli, né più né meno che l’essere stato con retta intenzione (ma questo vale anche per i già Pci) democristiano o repubblicano o socialista, anche se il comunista aveva orizzonti più ambiziosi, voleva la “società nuova” e quindi era in qualche modo diverso.
«I COMUNISTI MORIRONO DI COLPO». Non è onorevole il modo con cui tutto è finito e il silenzio, l’autosilenzio, che si è steso su una lunga esperienza. Ieri una gloria e oggi un nulla.
La prima difficoltà a capire, per chi è giovane, viene proprio da come il tutto è finito. Berlino novembre 1989 e Mosca dicembre 1991 – caduta del Muro, fine del Pcus e dell’Urss - sono lo scenario.
In Italia «i comunisti morirono di colpo, in blocco, il 9 novembre: e rinacquero, seduta stante, come liberali, democratici, o al massimo generici 'riformisti'», scrive Francesca Chiarotto, giovane studiosa che ha scritto bene e in profondità su Gramsci e Togliatti e il loro complicato rapporto, dal 1926 in poi.
DA 'OLTRE IL LIBERALISMO' A LIBERALE. Non è facile capire come chi si era posto oltre il liberalismo, combattendolo come origine di tutti i mali in quanto difensore della proprietà privata dei mezzi di produzione, potesse di colpo diventare liberale. Come chi aveva disprezzato e combattuto pur usando la “democrazia formale”, cioè la falsa democrazia, e scelto idealmente invece quella “compiuta” e “reale” dei sistemi a “democrazia popolare”, potesse diventare di colpo democratico-parlamentare.
E come potesse diventare di scatto “riformista” chi della socialdemocrazia aveva in genere parlato male o comunque, fosse pure socialdemocratico in pectore, aveva militato in un partito che ancora con Berlinguer della socialdemocrazia si considerava nettamente superiore. È successo, perché non c’era più nulla di alternativo. In fondo il post-comunista è un orfano della Storia.

Un potere importante nella macchina amministrativa

L'ex leader del Pci, Palmiro Togliatti (1893-1964).

Il comunismo, così certamente lo hanno inteso molti comunisti e non solo, può essere considerato come la punta avanzata - o una aberrazione - di un movimento che ha accompagnato la società industriale moderna dal 1789 francese o meglio dal 1777 americano al 1989.
Prima con il movimento liberale contro i privilegi aristocratici e poi con quello democratico contro i privilegi del denaro. E poi la terza fase, rivoluzionaria. Là dove gli altri volevano modificare, attenuare, migliorare, il comunismo voleva cambiare, e di netto.
UN LENTO CAMBIAMENTO. Il comunismo leninista è tutto in una formula: comunismo uguale proprietà pubblica dei mezzi di produzione più dittatura del proletariato. Cioè fine della proprietà privata, origine di tutti i mali, e del parlamentarismo, farsa della “vera” democrazia.
Così la pensavano i comunisti italiani nella stagione togliattiana, anche se ora si sente spesso dire, ma non regge, che in realtà il Pci era da sempre socialdemocratico. Non meglio specificato.
Poi incominciò un lento cambiamento, ma anche Berlinguer riconosceva ai sistemi del socialismo reale una “superiorità morale” in quanto avevano vinto lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
Forse la più nota e citata delle infinite barzellette russe dell’era brezneviana diceva appunto che «il capitalismo è lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo». E l’Urss? «È esattamente il contrario».
Così, all’incrocio fra tragedia e farsa, incominciava la rapida fine del comunismo, fallito l’esperimento di creare l’”uomo nuovo”. Per non parlare dei morti fatti in corso di esperimento.
UNA STORIA DI VINTI. In Italia non sarebbe più il caso di parlare di comunismo e comunisti, acqua passata, nessuno del resto parla più di socialisti liberali e repubblicani (i vecchi democristiani sono più duri a morire, per quanto mimetizzati), se non esistessero i post-comunisti. Che ogni tanto, giustamente, chiedono un po’ di rispetto. Non immemori di quando potevano parlare in nome dei loro, si pensava, superiori ideali.
Ma dovrebbero dichiarare prima la fine della congiura dell’autosilenzio, raccontarsi per bene “come eravamo” e non solo con la ricca e spesso bella memorialistica che già è uscita, ma in modo più completo e, diciamo, ufficiale. E sincero.
Una storia dei vinti. Che poi vinti veramente non sono, visto il potere, diretto e indiretto, ancora oggi tenuto nell’insieme della macchina amministrativa e altrove, la cultura ufficiale in modo particolare, e la fiducia (via Pd, però) di una parte considerevole dell’elettorato. Mica per nulla hanno perso il Giro, certo, ma vinto tanti Premi della Montagna.

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