Petro Poroshenko 140526133737
TENSIONI 1 Settembre Set 2015 1135 01 settembre 2015

Ucraina, riforme nel mirino: così torna il caos

Putin? La minaccia per Poroshenko è interna. Il nodo è la legge sullo status del Donbass. I nazionalisti affilano le armi. E il presidente traballa. Scontri a Kiev.

  • ...

Il candidato presidenziale vincente, oligarca Petro Poroshenko.

Quasi un anno dopo il primo accordo di Minsk (5 settembre 2014) e sei mesi dopo il secondo (11 febbraio 2015), l’Ucraina deve fare i conti con la realtà, che non è solo quella della Crimea annessa dalla Russia e del Donbass occupato dai separatisti con l’appoggio più o meno diretto del Cremlino: l’ex repubblica sovietica il nemico ce l’ha in casa.
Gli scontri di lunedì davanti alla Rada che hanno causato morti e feriti non sono da addebitare infatti sul conto di Mosca, ma sono il risultato del caos che regna nel Paese.
L'EQUILIBRIO INTERNO VACILLA. Come largamente previsto, la nuova élite arrivata al potere dopo la rivoluzione di Euromaidan che ha spodestato Victor Yanukovich e il suo clan, non è stata in grado di trovare un equilibrio interno per affrontare le sfide per il ricostruzione dello Stato.
Non è un caso che la situazione sia esplosa per la questione della riforma costituzionale e il decentramento amministrativo, uno dei punti fondamentali contenuto anche negli accordi di Minsk, senza la realizzazione del quale l’Ucraina corre il pericolo di diventare davvero un failed state nel cuore dell’Europa.
IL NODO DELLO STATUS DEL DONBASS. I nuovi provvedimenti, il più discusso dei quali riguarda il futuro status del Donbass, sono stati proposti dal presidente Petro Poroshenko e dal governo del premier Arseni Yatseniuk e approvati in prima lettura con una maggioranza poco al di sopra di quella assoluta (265 voti su 450).
Al governo, composto da cinque partiti sui sei presenti in parlamento, sono mancate decine di voti provenienti dai banchi di Patria, il partito di Yulia Tymoshenko, da quelli del Partito radicale, guidato dal nazionalista Oleg Lyashko e anche dai centristi di Samopomich, formazione forte nelle regioni dell’Ovest messa in piedi dopo la rivoluzione dello scorso anno dall’ex sindaco di Leopoli Andrei Sadovy.

Gli ultranazionalisti all'attacco di Poroshenko

Gli ultranazionalisti di Pravy Sektor.

I franchi tiratori erano annunciati da tempo, dato che nei mesi scorsi gli screzi nel governo erano aumentati, lasciando prevedere un esito del genere.
Per inserire le modifiche nel testo costituzionale a Poroshenko e Yatseniuk serve la maggioranza dei due terzi (300 su 450), esistente sulla carta, difficile però da mettere insieme.
In realtà il passo fatto dal parlamento è solo parziale, tanto più che il tema del Donbass dipende in realtà da una legge separata che, pur già approvata, entrerà solo in vigore quando il confine tra Ucraina e Russia attualmente controllato dai separatisti tornerà sotto il controllo di Kiev: per come si sono messe le cose tra le roccaforti filorusse di Lugansk e Donetsk non pare proprio che ciò accadrà in breve tempo.
I territori occupati del Sud-Est rischiano di rimanere lontani dal controllo di Kiev per un lungo periodo.
SCONTRO NEL GOVERNO. Il paradossale scontro interno al governo e quello violento fuori dalla Rada hanno visto in sostanza da una parte la frangia moderata trainata da Poroshenko che da mesi tenta di tenere in piedi la baracca seguendo la linea del compromesso e dall’altra le componenti radicali e ultranazionaliste che lo accusano di cedere troppo sia a Mosca che alle pressioni dell’Europa che vorrebbe comunque mettere un coperchio alla pentola che bolla prima che sia troppo tardi.
Responsabili dei disordini a Kiev sono state l’estrema destra di Svoboda, il partito di Oleg Tiahnybok, l’esponente più duro della troika che nel 2014 guidava l’opposizione contro Yanukovich (insieme con Yatseniuk e Vitaly Klitschko), e quella di Pravy Sektor (Settore di destra), il gruppo paramilitare che ha dato già qualche gatta da pelare a presidente e premier.
LA MINACCIA DI PRAVY SEKTOR. Entrambe le formazioni non sono in parlamento, se non con singoli elementi, basta comunque poco per accendere pericolose scintille.
Soprattutto Pravy Sektor, che con altri battaglioni che combattono nel Donbass, è ormai in rotta di collisione con le istituzioni centrali, rappresenta un pericolo per la stabilità del Paese. Il rischio di una terza rivoluzione, dopo quelle del 2004 e del 2014, non è certo elevato, visto che al momento gli oligarchi paiono stare alla finestra, in attesa anche delle elezioni amministrative di ottobre e magari di quelle politiche anticipate già il prossimo anno, ma a Kiev c’è chi gioca davvero col fuoco.

Correlati

Potresti esserti perso