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ESTRATTO 2 Settembre Set 2015 1745 02 settembre 2015

«La politica non serve a niente»: Stefano Feltri e l'impotenza dei governi

Il vicedirettore del Fatto Quotidiano firma un nuovo libro per Rizzoli. Lettera43.it ne anticipa un estratto.

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Esce il 3 settembre La politica non serve a niente (Rizzoli), il nuovo libro di Stefano Feltri.
Il vicedirettore del Fatto Quotidiano, che con la casa editrice Rcs ha già pubblicato La lunga notte dell'euro (2014, con Alessandro Barbera), si sofferma questa volta sull'impotenza dei Palazzi di fronte al repentino cambiamento del contesto sociale in cui legiferano.
Mentre i governi riducono gli investimenti, i nuovi modelli di business rendono conveniente per i privati tentare di risolvere alcuni grandi problemi del mondo.
«Allora la politica è diventata inutile?», si legge nella presentazione. «Forse sì, almeno nella forma in cui l’abbiamo conosciuta finora. E non è detto che sia una cattiva notizia».
Ecco in anteprima un estratto del libro.

Da quando c’è Matteo Renzi presidente del Consiglio si è affermata una rassicurante idea di come uscire dalla crisi. «Bisogna che l’Italia torni a fare l’Italia» ripete il premier, per poi partire con l’elenco di tutto quello che abbiamo di «bello» da offrire al mondo, dal cibo – celebrato a Milano all’Expo 2015 e sugli scaffali dei negozi Eataly del renziano Oscar Farinetti – all’arte e alla cultura, che lui intende sempre come insieme di monumenti, quadri, strade, palazzi, chiese. I libri e le idee sono fuori dal suo orizzonte. Il futuro dell’Italia passa da lì, sembra intendere Renzi, dalla trasformazione dell’intero Paese in una specie di grande museo degli Uffizi, simbolo fiorentino della cultura italiana esposta al mondo.

Una strategia che legittima una certa irritazione: immaginare un Paese fondato sul lardo di colonnata può essere frustrante mentre altrove si progetta uno sviluppo attorno ai big data e alle intelligenze artificiali. Ma potrebbe anche essere un esercizio di realismo. Perché forse non ci restano molte alternative. A Berlino ho incontrato l’economista brasiliano Alfredo Valladão, docente della Paris School of International Affairs e autore di Masters of the algorithms, un paper nel quale ha analizzato le implicazioni geopolitiche della nuova economia digitale. Parlando di Paesi come l’Italia, ha espresso due concetti efficaci: sono economie destinate al modello chicken flight, il volo della gallina, perché come quel pennuto agitano le ali, si alzano di qualche centimetro da terra ma restano soltanto un’imitazione goffa degli uccelli veri. Mentre gli altri mercati nazionali volano davvero, le economie chicken flight si limitano a svolazzare per pochi metri, senza ambizioni e forti soltanto di prodotti good enough, abbastanza buoni, quelli di cui ci sarà sempre bisogno ma che la concorrenza ha reso poco remunerativi e che non hanno molta possibilità di evolversi. In questi Paesi, spiega Valladão, “i governi potrebbero trovarsi incapaci di continuare a redistribuire le risorse come i loro cittadini si aspettano”. Nello scenario futuro comanderanno «i signori degli algoritmi», agli altri andranno le briciole.

Quando Henry Ford ha imposto la catena di montaggio come standard produttivo, ha anche creato le condizioni per costruire il moderno nazionalismo: masse di individui che si guadagnano da vivere svolgendo lavori molto simili che fruttano redditi molto simili per comprare prodotti e servizi altrettanto simili. Un patriottismo economico che permette anche di imporre una nuova generazione di leader politici e di élite manageriali, capaci di interpretare le domande che arrivano da una società non più agricola, sempre più urbana, omogenea e ambiziosa, che si aspetta una notevole mobilità sociale (i figli che devono vivere meglio dei genitori). E che per veder realizzate queste aspettative è disposta a pagare le tasse necessarie a costruire le infrastrutture di un modello di sviluppo che sembra portare benefici a tutti ma soprattutto ai più poveri.

La Grande depressione e le due guerre mondiali sono deviazioni temporanee in una traiettoria altrimenti armoniosa che sembra rassicurare chi invece vedeva nel modello fordista della «produzione di massa per un consumo di massa» un limite intrinseco: non prevede mai il raggiungimento di uno status quo, di un tetto. Per sopravvivere ha bisogno di una continua espansione omogenea tanto dei consumi che della produzione, altrimenti si passa in un attimo dall’occupazione di massa alla disoccupazione di massa. Ci sono soltanto due strade da seguire: o trovare nuovi consumatori o spingere quelli esistenti a consumare sempre di più. E se non hanno reddito sufficiente, bisognerà incentivarli a prendere a prestito. Serve quindi anche un sistema finanziario efficiente che sovvenzioni consumi e investimenti.

Gli anni noti come «trenta gloriosi», dal 1945 al 1973, si chiudono con il primo shock petrolifero. E non è una mera coincidenza che due anni dopo nasca il G6, il coordinamento delle più grandi economie del mondo, Unione sovietica esclusa: una governance a livello nazionale non è più sufficiente per garantire quell’equilibrio, più precario del previsto. Le aziende capiscono che non possono più limitarsi al proprio mercato domestico di riferimento abituale, devono espandersi cercando nuove basi di consumatori e altre vie per aumentare efficienza e produttività: per sopravvivere sono costrette a scegliere una dimensione multinazionale. Dal lato dell’offerta c’è quindi uno slancio a diventare produttori globali, ma la figura del «consumatore globale» ancora non si è sviluppata del tutto. C’è ancora la cortina di ferro.

Bisogna aspettare il 1989, la caduta del muro di Berlino e la ricomposizione dell’Europa per avere finalmente il campo da gioco di cui le multinazionali avevano bisogno: centinaia di milioni di consumatori finalmente liberi di poter avere gli stessi gusti e le stesse mode, di guardare gli stessi film (americani) e di desiderare di mangiare gli stessi hamburger e indossare le stesse scarpe. Il modello di Henry Ford rinasce, con una standardizzazione dei consumi globale.

Poi arriva la grande crisi globale del 2008, innescata proprio dal fatto che i «consumatori di ultima istanza», cioè gli americani che continuavano a indebitarsi per migliorare il proprio tenore di vita, smettono di garantire quella domanda crescente a cui tutta la catena produttiva globale si era abituata. Ancora una volta, come nelle altre crisi, c’è uno scatto della governance globale, nel tentativo di dare una risposta politica al livello cui si concentrano i problemi. Nel 2009, infatti, per volontà del presidente americano George W. Bush viene rivitalizzata un’istituzione che sembrava nata morta, cioè il G20, e il suo corrispettivo finanziario, il Financial Stability Board, guidato da Mario Draghi dal 2006 fino al 2011, quando passa alla presidenza della Banca centrale europea.

In questo contesto produttivo in così rapida trasformazione, l’autarchia non è neppure immaginabile: nessun sistema economico, nazionale ma anche continentale, può fare da solo e mettersi al riparo dai flussi globali. Soprattutto se vuole provare a trarre qualche beneficio dalla parte più alta della catena del valore, cioè da quei settori e da quelle attività – entrambi globali – in cui si concentra la produzione di ricchezza. Le élite nazionali e i politici sono quindi costretti ad affidare le proprie speranze e carriere a un sistema economico e finanziario globale che non controllano più. Soltanto se torna la crescita i politici di ogni colore e schieramento possono sperare di essere rieletti. Soprattutto in Europa.

Ma se questo succederà, sarà grazie a canali e processi che i governi non riescono più a controllare. In entrambi i casi, sia che la situazione resti stagnante sia che migliori, sia nei Paesi dei vincitori sia in quelli dei vinti, chi governa farà sempre più fatica a nascondere agli elettori la propria inutilità.

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