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EDITORIALE 3 Settembre Set 2015 1101 03 settembre 2015

Se l’assessore romano grida «Roma merda»

Stefano Esposito ricorda il passato da ultrà juventino. Un'ideona. E per rimediare fa ancora peggio.

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Stefano Esposito.

C’è un problema di linguaggio, di rapporto con i media, in second’ordine anche di decoro (concetto desueto per altro) nella carica istituzionale che uno ricopre.
Stefano Esposito, assessore ai Trasporti capitolino e uomo di punta del Pd romano (battuta scontata: se lui è il meglio, pensa a come devono essere gli altri), va a La Zanzara su Radio24 ed esterna in malo modo tutta la sua fede juventina ricordando gli anni di gioventù in cui andava allo stadio al grido di «Roma merda».
Ora, se tu pur nato piemontese fai l’assessore a Roma non sembra proprio un’ideona quella di insultare la squadra della città dove lavori.
UN MINIMO DI FURBIZIA... Nessuno pretende, come la buonanima di Emilio Fede, che la metamorfosi della fede calcistica si adegui a quella del padrone per cui lavori, ma un minimo di furbizia dovrebbe suggerire prudenza almeno nella forma.
Non si pretendeva nemmeno un ecumenico ed esangue «il campionato lo vinca il migliore», che per un tifoso sa di falso prima ancora che venga pronunciato, ma un prosaico «lavoro per Roma, ma la mia squadra del cuore era e resterà per sempre la Juventus» avrebbe sollevato l’indignazione solo dei più esagitati ultrà dell’Olimpico.
IMPULSI IRREFRENABILI. Invece no, Esposito è come molti suoi colleghi che quando hanno un microfono davanti alla bocca cedono di schianto all’incontrollabile impulso di andare sopra le righe.
E combinano guai che, nel tentativo di recuperare, ingigantiscono.
Se poi vai a La Zanzara, e questo a uno non di primo pelo come Esposito non dovrebbe essere ignoto, sai benissimo che i conduttori, in cerca del colpo a effetto che riverberi sui giornali dell’indomani le loro gesta, ti tenderanno la trappola.
Se l’ospite è bravo e accorto, cosa che non capita spesso per altro, la aggira brillantemente. Altrimenti ci casca come un pero.
BRILLANTE E FUORI LUOGO. C’è poi una terza fattispecie, quella cui appartiene Esposito. Nel tentativo di uscirne bene, deve essere stato il suo ragionamento, scavallo le domande con risposte più eclatanti. Insomma, mi faccio vedere molto più furbo e disinibito di loro, faccio il brillantone.
A questo punto il disastro è assicurato. Visti i risultati il povero Esposito, stando al tema, poi butta la palla in corner nel tentativo di salvarsi, ma la palla gli ritorna in campo e a quel punto lui abbozza un confronto impari con i media che lo stanno graticolando.
L’esito è condensato in una maldestra intervista a la Repubblica: «Non rinnego il mio passato di ultrà e di certo non chiederò scusa». Che, come direbbero i massmediologi veneti, l’è pezo el tacon del buso.

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