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ANALISI 4 Settembre Set 2015 1637 04 settembre 2015

La morte di Aylan e la nostra ignavia contro l'Isis

Piangere è facile, difficile è assumersi la responsabilità di una guerra giusta.

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Una foto scattata dal lato turco del confine con la Siria mostra il fumo che si leva dalla città di Kobane attaccata dall'Isis.

Faccio la giornalista, studio comunicazione da tempo, m' interrogo ogni giorno sul ruolo e l'importanza delle immagini nella nostra società ipermediatizzata, liquida, gassosa e via dicendo, comprendo bene la delicatezza del tema.
Ma trovo surreale, per l'autoreferenzialità che esprime, questa discussione sulla fotografia di Bodrum (e le numerose che l'hanno preceduta).
Un dibattito ozioso e tutto interno al nostro piccolo mondo: scuote le coscienze o le addormenta? Colpisce o crea assuefazione? Scandalizza di più vedere la morte dei bambini o le decapitazioni dell'Isis? Censurare o mostrare? E così via.
ABBIAMO PERSO CONTATTO CON LA REALTÀ. Grandi direttori, massmediologi, semiologi divisi sul tema.
E la realtà che sta dietro quella e mille altre foto drammatiche pubblicate in questi mesi?
L'abbiamo persa di vista a furia di interrogarci sulla sua rappresentazione.
Quella foto è figlia della nascita dello Stato Islamico (e della dittatura di Assad, dei nostri errori in Iraq), un'organizzazione politico-religiosa che governa col terrore ampie porzioni di territorio tra Siria e Iraq e che si è rafforzata anche per colpa della nostra ignavia.
LA NOSTRA GUERRA INVISIBILE. La realtà è che l'Italia è in guerra ma ci sta senza assumersene la piena responsabilità.
Abbiamo delegato ai curdi (forniamo loro le armi, li addestriamo) l'onere di combattere e morire contro l'Isis, così i nostri soldati non rischiano la pelle e le nostre opinioni pubbliche non scendono in piazza (Aylan, il 'bambino della foto', era curdo, di Kobane, la città che abbiamo lasciato sola sotto l'assedio dello Stato Islamico).
Addestriamo militari iracheni. Facciamo parte della coalizione che sta bombardando Iraq e Siria - perdendo - e nessuno sa esattamente nemmeno con quali regole d'ingaggio, quali armi, quanti uomini.
E poi, qual è la strategia oltre le bombe? C'è un progetto, un'iniziativa politica per il dopo Assad? C'è un dopo Assad?
IN PARLAMENTO NEANCHE UN DIBATTITO. In Siria in quattro anni di conflitto sono morte 240 mila persone, di queste 12 mila minori. I rifugiati siriani sono quattro milioni, la maggior parte ospitata nei Paesi di confine, Turchia, Libano e Giordania. L'Isis è alle porte di Damasco e Baghdad.
Lasciamo che conquisti anche le capitali in nome di un non-interventismo che di umanitario non ha nulla o ci assumiamo le responsabilità di una guerra giusta?
La via diplomatica per una mediazione tra Arabia Saudita, Iran, Turchia, Qatar e le altre potenze regionali finora non ha dato molti frutti.
Che fare? Non si agisce e non se ne parla. Non un solo dibattito in parlamento è stato dedicato alla nostra guerra invisibile (un tempo cadevano i governi sulle missioni militari, ricordate Prodi? Ora le prorogano nell'indifferenza generale). In compenso sui giornali si sprecano le analisi e la commozione facile sull'immagine di Bodrum, che è la foto di una guerra, quella sì, che non vogliamo vedere.

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