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DIPLOMATICAMENTE 9 Settembre Set 2015 1525 09 settembre 2015

Migranti, la risposta dell'Ue è tardiva e inadeguata

Le misure europee sono di corto respiro. Adesso serve un deciso cambio di passo.

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La cancelliera tedesca Angela Merkel.

L’Unione europea è divisa da una crepa che la percorre anche al di là del suo versante orientale, la più macroscopica nei segni e insulsa nella logica che la ispira.
Le matrici che ne stanno all’origine, diverse ma convergenti nei loro sviluppi, ci dicono infatti che la dinamica migratoria ha cambiato verso.
MERKEL MAGISTRALE. Volere o volare, dovrà cambiare verso anche la politica migratoria, salvo essere superata dagli eventi e trascinata verso una temibile spirale di cui le scene degli scontri tra polizia e migranti sono un pallido segno premonitore.
In questo contesto si è collocato lo strappo in avanti compiuto dalla cancelliera Merkel, un gesto politico che ho definito magistrale: per le sue ricadute d’immagine e di ruolo anche morale, all’interno, a livello europeo e sul piano internazionale, per la portata dell’approccio che lo ha ispirato e la capacità gestionale di questo fenomeno migratorio che ne sta emergendo.
JUNCKER ARRIVA TARDI. Fenomeno che, giova ripeterlo, è storia di persone, di persone come noi alle quali è capitato di trovarsi nella parte sbagliata e non per colpa loro. Anzi, in buona misura per responsabilità di quei Paesi che oggi stanno nella parte più affluente del pianeta.
Ebbene, in questo contesto si è collocato anche il discorso del presidente Juncker, abile e appassionato, a tratti giustamente pungente ma inesorabilmente in ritardo, troppo all’ombra della bandiera tedesca, troppo imperniato su un concetto di solidarietà che dovrebbe essere coniugato anche con i nostri interessi e le nostre responsabilità.
Insomma poteva fare di meglio che trincerarsi dietro lo scudo delle mediazioni intergovernative possibili. Magari sfidando gli stessi capi di Stato e di governo chiamati al vertice del 14 settembre.
SERVE UN CAMBIO DI PASSO. Intendiamoci, ben vengano i progressi quantitativi e qualitativi prospettati per le quote e ben venga lo strumento delle multe pur ritenendo deprimente il ricorso a questa misura; ben vengano i richiami forti ai valori fondanti l’Unione Europea e l’impegno a maggiori risorse – non molto per la verità - destinate ai programmi di cooperazione allo sviluppo con i Paesi della cosiddetta “emigrazione economica”.
Essi costituiscono passi in avanti che sarebbe ingeneroso non riconoscere, ma la dominante contabilità algebrica e monetaria e il braccino corto, molto corto, tenuto sulla complessità del problema, ha finito per lasciare in ombra la necessità e urgenza di quel cambio di passo strategico che la realtà delle cose dovrebbe apparire in tutta la sua forza e chiarezza ai vertici dell’Unione europea, cominciando dalla Commissione.

Il flusso migratorio non è figlio di nessuno

Il presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker.

Senso della realtà dovrebbe infatti rammentarci continuamente che questo gigantesco movimento di persone non è figlio di nessuno: è il prodotto di guerre e di persecuzioni, di miseria e degrado in cui la banalità del male si esercita con disgustose modalità di rappresentazione, dai sanguinari riti purificatori all’uso dei gas, dai bombardamenti indiscriminati agli stupri, eccetera.
Un esercizio che chiama in causa anche nostre responsabilità e che potrà cambiare dinamica solo in relazione alla dinamica delle sue fonti di alimentazione; una sfida poderosa che richiederebbe una risposta altrettanto poderosa.
IL CONSENSO A TUTTI I COSTI. Ne siamo lontani grazie anche all’influsso maligno di quanti – e sono tanti purtroppo – stanno fertilizzando i semi della paura, della diffidenza e dell’ostilità sociale, ricorrendo a subdole formule patriottiche e/o identitarie e invocando regole, disquisendo di legittimità per negarsi anche il soccorso più immediato.
Difficile dire se si rendano conto del male che fanno, della responsabilità che si assumono, se capiscono che la ruota gira, prima o poi, e che a tutti può capitare di aver bisogno. Diciamoci pure che la loro presa popolare è facilitata dalla prudenza con cui si muovono le forze politiche “progressiste” nel timore di perdere consenso.
DOV'È LA LOTTA AI CRIMINALI? Siamo ancora lontani anche dalla fin troppo reclamizzata lotta contro la piaga dei criminali che sfruttano ignobilmente la disperazione e la speranza di tutte queste persone. Secondo una stima di questi giorni si tratterebbe di una rete di circa 30 mila individui sparsi tra Europa e Medio Oriente.
Stupisce che Juncker l’abbia praticamente ignorata e soprattutto che dopo gli strombazzi pubblicitari in proposito sia così nebulosa la conta dei risultati conseguiti per spezzare le fila di questo traffico e schiacciare i ragni che le tessono.

Dall'Iraq alla Libia: non è così che si cura una ferita

Migranti arrivati dalla Libia.

Mi si potrà obiettare che è fin troppo facile essere critici in una fase tanto complessa e delicata.
Vero, ma lo è altrettanto che ben poco si trova nella risposta che si sta mettendo a punto a livello europeo – a cominciare dalle indicazioni di Juncker - sui possibili assi portanti di una strategia di vicinanza e di partenariato all’altezza delle sfide attuali.
L'EUROPA SIA COESA. A cominciare dalla Libia dove l’Europa dovrebbe essere in grado di trovare la coesione interna per riuscire a medicare con le Nazioni Unite la ferita purulenta che ha contribuito a generare; per continuare con l’Iraq dove le maggiori responsabilità americane non dovrebbero vedere l’Europa in ordine sparso e in secondo piano; passando per la Siria dove Bashar al Assad sembra essersi guadagnato uno scudo protettivo grazie alla minaccia del “più pericoloso” Isis, quando è causa di una devastante guerra civile e concausa della stessa insorgenza jihadista nel Paese.
Le ragioni per le quali ciò non avviene sono chiare ma non per questo necessariamente sottoscrivibili.
MISURE DI CORTO RESPIRO. Risibile continuare ad affermare che non vi può essere soluzione militare ovvero che occorre mettere le parti attorno al tavolo negoziale quando si danno segnali più o meno visibili di impotenza/incapacità e comunque di riluttanza a far valere principi e valori di cui ci dichiariamo vessilliferi.
Le misure che stanno in superficie mi sembrano cioè di corto respiro e soprattutto inadeguate a pavimentare la strada verso l’opzione di fondo di cui si sente gran bisogno e che potrebbe anche assorbire il suono del gretto e pericolo populismo che attraversa l’Unione: la bandiera di un’azione finalmente collettiva di gestione del problema nelle sue radici e nei suoi diversi aspetti, politici, economici, sociali e di sicurezza.
Non per vanaglorioso idealismo, ma per pressante calcolo dei nostri interessi a medio e lungo termine.
IL RISCHIO È LA PALUDE. I presupposti ci sono e se il freno che si oppone al loro sviluppo è il rischio di un condominio più ristretto, della riedizione del mai sopito, fortunatamente, nocciolo duro dell’Unione, che si corra questo rischio.
Il vero pericolo è infatti una palude nella quale perdersi; assieme agli Orban di turno e sodali.
L’Italia, la cui gente ha fatto meglio, di più e per più tempo dei tedeschi in materia di soccorso in mare e di accoglienza e senza distinzione di nazionalità, merita una dirigenza che colga questo momento per essere finalmente all’altezza di quella gente.

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