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IMMIGRAZIONE 15 Settembre Set 2015 1315 15 settembre 2015

Missione contro gli scafisti: inizia la fase 2, ma senza i mezzi

Via al piano anti-trafficanti Eunavfor Med. La guida è italiana. Però mancano ancora le navi adeguate.

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L'ammiraglio Enrico Credendino, comandante della missione Eunavfor Med.

Il via libera alla fase 2 della missione anti-scafisti Eunavfor Med è ufficialmente arrivato, ma i mezzi navali per metterla in pratica, promessi dagli Stati membri dell'Unione europea all'ammiraglio italiano Enrico Credendino - il comandante che coordina l'operazione internazionale - ancora non ci sono.
IN ATTESA DI OFFERTE. Fonti interne alla missione, contattatte da Lettera43.it, fanno sapere che «tutto è ancora in corso».
Ad arrivare, «nel giro di due o tre giorni», dovrebbero essere «le prime offerte», in base alle quali il comando dovrà poi «comporre le forze mancanti» per passare effettivamente alla fase 2.
SERVONO NAVI PER ELICOTTERI. Abbordaggi, perquisizioni, sequestri e dirottamenti in alto mare delle imbarcazioni sospettate di essere usate per il traffico di esseri umani.
Per fare tutto questo, gli ambienti militari italiani ritengono indispensabili navi dotate di un ponte di volo per gli elicotteri: fregate, caccia e pattugliatori.
ALL'ITALIA L'ONERE MAGGIORE. I nuovi contributi alla missione, però, non possono giungere dall'Italia, che già ne sostiene l'onere maggiore.
Anche per quanto riguarda i costi. A parte un contributo europeo di circa 12 milioni per un anno, infatti, le spese sono a carico dei singoli Paesi partecipanti.
L'Italia, finora, ha stanziato 26 milioni di euro per la partecipazione a Eunavfor Med, impiegando in tutto 1.020 militari.
FASE 1, «OBBIETTIVI RAGGIUNTI». Ma come si è conclusa la fase 1 della missione, quella che prevedeva la raccolta d'informazioni d'intelligence sulle reti dei trafficanti?
«In estrema sintesi», fanno sapere fonti interne di Eunavfor Med, «abbiamo raggiunto gli obbiettivi previsti. Abbiamo lavorato in stretto coordinamento con altri attori, non abbiamo agito da soli. Europol, Eurojust, e soprattutto Frontex. A Catania, nella nuova base operativa di Frontex per il coordinamento della missione Triton, opera anche del nostro personale».

Una rete di trafficanti radicata nel tempo

Il modello di business dei trafficanti di esseri umani poggia su una rete «purtroppo molto radicata nel tempo».
Una rete «transnazionale», che rende difficile l'azione di contrasto.
«Inizialmente il nostro punto di riferimento è stato la missione Atalanta», quella contro la pirateria al largo della Somalia.
«Un modello per l'organizzazione in tutti i settori», con inevitabili differenze, però, perché «la pirateria è un fenomeno decisamente diverso dall'immigrazione irregolare».
PALLA ALL'AUTORITÀ GIUDIZIARIA. Qual è la procedura? «Qualora noi fermassimo in alto mare dei sospetti trafficanti, oppure intercettassimo beni materiali che potrebbero essere funzionali a compiere il reato di traffico di esseri umani, il protocollo prevede che tutto venga consegnato all'autorità giudiziaria italiana, che opera anche con Frontex. Spetta poi alla magistratura raccogliere tutte le informazioni, fare le necessarie verifiche, e trasformare in arresto un eventuale fermo».
Attraverso l'attività d'intelligence svolta finora, dopo l'operazione Glauco 2, sono state individuate nuovi basi per il traffico di esseri umani anche in Italia, e segnatamente in Sicilia? La fonte non conferma e non smentisce: «Qui si va nelle retrovie. Si tratta di indagini che non sono di nostra pertinenza».
DA DOVE ARRIVANO I GOMMONI? Uno dei punti interrogativi più delicati, «elemento scatenante del fenomeno», è come facciano i trafficanti a procurarsi i gommoni su cui imbarcano centinaia di persone, destinate a proseguire dalle coste della Libia quel viaggio degli orrori con cui hanno già attraversato il deserto del Sahara. «È un argomento complesso e difficoltoso. Ha presente il caso del console onorario francese in Turchia, a Bodrum? Indagare sul traffico dei gommoni, tuttavia, non riguarda noi in modo diretto. Non fa parte del nostro mandato, si tratta di attività investigative che vanno al di là della nostra sfera d'influenza. Noi agiamo sul mare e dal mare. A livello nazionale, a occuparsi di questo aspetto, è il ministero dell'Interno».

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