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RETROSCENA 16 Settembre Set 2015 2017 16 settembre 2015

Senato, l'arma di Renzi si chiama legge di Stabilità

Ddl Boschi in Aula. Il premier ha 155 sì e una freccia al suo arco: la Finanziaria. Se cade il governo prima dell'ok, l'Italia rischia. E i capri espiatori sono pronti...

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Pier Luigi Bersani e Matteo Renzi.

Pier Luigi Bersani lancia una sorta di #Matteostaisereno all’amico-avversario Renzi.
L’ex segretario del Pd, capo in pectore della minoranza interna, non vuole entrare a gamba tesa nel dibattito sulla riforma del Senato, ma il tentativo di calmare le acque si trasforma in una sorta di guanto di sfida politico.
Perché tra una birretta e l’altra offerta ai giornalisti alla buvette di Montecitorio, come parziale risarcimento di una mancata dichiarazione pubblica sull’argomento del giorno, una frase se la lascia comunque scappare: «Nessuno vuol far cadere il governo, ma un minimo di margine al parlamento sui temi costituzionali bisogna lasciarlo».
BERSANI NON FARÀ NULLA PER MANDARE A CASA RENZI. Tradotto per i meno avvezzi alle cose di casa Pd, Bersani non farà nulla per mandare a casa Renzi, ma nemmeno per evitarlo.
A meno che il premier non scenda a più miti consigli, ovvero accetti che la sua riforma del Senato venga modificata nell’articolo 2 facendo ripartire il gioco dell’Oca dal punto di partenza.
Bisognerà capire quanti, all’atto pratico, decideranno di seguire Pigi. E questo lo si saprà a breve, perché il match si trasferisce nell’aula di Palazzo Madama, dove il ddl Boschi approda giovedì 17 settembre, con sedute no-stop fino a mercoledì 23, quando scadranno i termini per la presentazione degli emendamenti.
L'ARMA DEL PREMIER: LA LEGGE DI STABILITÀ. Un’accelerata che non è piaciuta per nulla a Forza Italia, che pure stava ragionando sul possibile appoggio esterno alla maggioranza. Ma Renzi non ha più tempo, né voglia di trattare con nessuno: tutti alle corde e vediamo chi ci sta e chi no, avrà pensato il presidente del Consiglio, facendo conto sulla ormai conclamata volontà di un’ampia parte di questo parlamento di non interrompere la legislatura prima della scadenza naturale.
Il leader dem ha più di una freccia al suo arco da scoccare. E la più potente di tutte è la legge di Stabilità, che dovrà necessariamente arrivare in Senato entro il 15 ottobre, data per la quale anche la riforma del Senato dovrà aver esaurito l’iter della terza lettura.
IL RISCHIO DI FINIRE IN ESERCIZIO PROVVISORIO. Ma se i mal di pancia della minoranza Pd, uniti a quelli di un pezzo di Ncd e al niet di Forza Italia e il resto delle opposizioni dovessero affossare il progetto della Camera delle autonomie, ça va san dire, che l’esperienza della 17esima legislatura si interromperebbe all’istante.
Con la conseguenza nefasta di una lunghissima campagna elettorale e il rischio concreto di finire in esercizio provvisorio per la mancata approvazione della Finanziaria, proprio ora che gli indicatori macroeconomici avevano ricominciato a dare segno positivo accanto alla casella dell’Italia.

Renzi ha 155 voti favorevoli: Verdini chiama gli indecisi di Forza Italia

Questo lo ha capito anche Bersani, che infatti prova ad ammorbidirsi, lanciando segnali a Renzi: «Leggiamo ovunque delle cifre, e allora, non dico dei dettagli, ma almeno dell'impostazione generale vogliamo parlarne?». In poche parole, qualcosa la deve mollare: elettività dei senatori o poste della Lds, decida pure il premier.
A Palazzo Chigi, però, a parte l’ottimismo sui numeri che dal Giglio magico cercano di inculcare nel capo del governo, c’è già allo studio un piano alternativo.
Una sorta di exit strategy in caso di voto anticipato. I sondaggi dei primi di settembre riportano il Pd sul range 34-35%, ma non è una soglia sufficiente a rasserenare Renzi. Soprattutto considerando le toppe epiche prese negli ultimi anni dai sondaggisti e le incertezze su quale legge elettorale dovrà essere utilizzata (l’Italicum entrerà in vigore solo da luglio 2016 e non è applicabile al Senato, per il quale varrebbe ancora il Consultellum).
L'INCOGNITA DEL MOVIMENTO 5 STELLE. Se da un lato il capro espiatorio sembra essere già pronto da offrire in pasto all’opinione pubblica (minoranza Pd, Silvio Berlusconi, Lega e pezzi di Nuovo centrodestra), c’è comunque la variabile impazzita del Movimento 5 stelle a non permettere rilassamenti.
Il partito di Beppe Grillo cresce in maniera proporzionale ai cali della sinistra e del centrodestra, di cui Matteo Salvini sembra essere ormai il leader in pectore ma con cifre ancora troppo modeste per pensare di governare, vista l’indisponibilità dell’area moderata di italiani, che per ora ingrossa ancora le file del non voto.
MATTEO INCASSA L'OK DI TRE SENATORI TOSIANI. Le elezioni anticipate sono comunque l’extrema ratio: Renzi ancora non ha perso le speranze di rimettere insieme i voti utili a far passare la riforma.
Personalmente ha incassato il sì dei tre senatori vicini a Flavio Tosi, mentre i suoi uomini sono impegnati in un frenetico giro di telefonate, parallelo a quello che sta facendo in queste ore anche Denis Verdini tra gli indecisi ex compagni di Forza Italia.
LO SCRANNO VAL BENE UNA RIFORMA. La conta è fondamentale, non solo nelle file del Pd, ma soprattutto nei partiti che appoggiano la maggioranza e nel gruppo misto, dove allo scoperto sono usciti solo i senatori di Italia dei valori, Alessandra Bencini e Maurizio Romani, che pubblicamente hanno annunciato il loro sì perché «abbiamo finalmente l'occasione di superare il bicameralismo, una battaglia che si trascina in Italia da oltre 30 anni».
Finora il pallottoliere si è fermato intorno ai 155 favorevoli, anche se non è escluso che la prova di forza del premier non convinca anche altri ad andare avanti senza troppi scossoni. Per dirla con le parole di una vecchia volpe del parlamento, «lo scranno val bene una riforma. Anche se pasticciata».
E Renzi, che ha convocato apposta una Direzione nazionale del Pd per lunedì 21 settembre, tutto questo lo sa bene. Molto bene.

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